04 Febbraio 2026
Fonte: lapresse.it
Ursula von der Leyen, che guida la Commissione europea, è tedesca e il suo peso passa dal consenso dei grandi Stati, tra tutti la Germania. Non serve malizia, serve realismo.
Il sistema si chiama ETS (Emission Trading System), è nato nel 2005 e vale per chi produce dentro l'UE. Funziona come un gioco a premi al contrario. L'Europa stabilisce un tetto massimo di inquinamento totale: le imprese ricevono o comprano dei "permessi per inquinare". Chi inquina meno può vendere i suoi permessi avanzati e guadagnare. Poi ci sono quote gratuite di emissione.
Il meccanismo intende incentivare investimenti in tecnologie pulite e orientare il mercato europeo verso la neutralità climatica attraverso la tassazione delle imprese. Dal 2026 era previsto un passaggio da un sistema basato sulle quote gratuite e il loro scambio a uno interamente basato su aste, dove si vendono e si comprano le quote per le emissioni possibili. In generale un sistema che si basa su un principio assurdo: mentre tutto il mondo inquina, in Europa si pensa che castrando solo le proprie imprese, aumentandone i costi, si possa condizionare l’inquinamento della Terra. Ora però che il sistema economico tedesco è in crisi nera, la Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, sta pensando di modificare il calendario di eliminazione delle quote gratuite di emissione, con un impatto diretto sui settori strategici dell’economia del continente.
Secondo gli esperti economici tedeschi, la Commissione sta valutando uno slittamento, a data da destinarsi, del passaggio a un sistema interamente basato sulle aste. L’ipotesi mira a ridurre l’impatto finanziario sul tessuto produttivo europeo, in un contesto segnato da concorrenza globale, costi energetici elevati e pressione sugli investimenti. Ma guarda un po'! E’ la condizione economica delle Germania che permette questo sguardo lungimirante? Gruppi industriali come quelli del settore della chimica, l’acciaio e l’energia affrontano oneri che raggiungono centinaia di milioni di euro ogni anno, con effetti diretti sui bilanci aziendali e sulle scelte di localizzazione produttiva. Che sorpresa, eh!?.
Da mesi i vertici delle grandi imprese tedesche hanno richiamato l’attenzione sul rischio occupazionale in Germania. Una riduzione rapida delle quote gratuite, senza strumenti compensativi pienamente operativi, può mettere in discussione migliaia di posti di lavoro lungo intere filiere. Il tema assume una dimensione politica rilevante, poiché la protezione dell’industria europea incide sulla stabilità sociale e sulla capacità dell’Unione di sostenere il proprio modello economico.
E così si aprono le crepe: per anni Bruxelles ha predicato rigore climatico, imponendo costi crescenti alle imprese dei Paesi membri, soprattutto a quelle dei Paesi meno industrialmente protetti. Ora che il cuore manifatturiero tedesco rallenta, le regole diventano improvvisamente flessibili, i calendari rivedibili, le certezze negoziabili. Da un lato si chiede ai Paesi periferici di adattarsi, di stringere i denti, di riconvertire interi settori produttivi senza reali paracadute finanziari, dall’altro si tutela l’industria tedesca, definendola strategica, troppo importante per fallire. E' un riflesso strutturale di come funziona l’Unione Europea.
Il principio è sempre lo stesso: le regole valgono fino a quando non iniziano a colpire davvero chi le ha scritte.
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