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La fine dell’IRI: interessi privati e connivenze politiche. Appello a Mario Draghi

Se è vero che le idee camminano con le gambe degli uomini, l’attuale Premier faccia camminare finalmente queste nuove idee, di cui il nostro paese ha assoluto bisogno

Di Pierfranco Faletti

29 Gennaio 2022

La fine dell’IRI: interessi privati e connivenze politiche. Appello a Mario Draghi

Il 2 Giugno 1992, Mario Draghi, allora Direttore Generale del Ministero del Tesoro, nel famoso e chiacchierato raduno di banchieri, finanzieri e industriali provenienti da tutto il mondo, sullo yacht reale inglese Britannia, ancorato di fronte al monte Argentario, per discutere della cessione delle aziende di proprietà dello Stato Italiano, ebbe a dire: “I mercati vedono le privatizzazioni in Italia come principale strada per riportare la crescita, come test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale e come accresciuta credibilità delle nostre politiche”.
Quelle che dovevano rappresentare lo stimolo alla crescita e l’accresciuta credibilità del paese, sono diventate invece l’inizio di un declino economico, accelerato brutalmente dai danni devastanti, provocati dalla cosiddetta stagione dì mani pulite. In quella stagione infatti, interi settori, figli del miracolo economico italiano, quali impiantistica, costruzioni, chimica, farmaceutica, tanto per citare i principali, sono stati messi in ginocchio, se non scomparsi. Per quanto riguarda inoltre lo smantellamento dell’IRI, Gruppi economico-industriali di livello internazionale, quali Società Autostrade, STET, Finmeccanica, Italtel, Comit, Ansaldo, Italstat, Finsider, SME, Sip e tante altre grandi aziende, che davano lavoro a milioni di persone e creavano ricchezza per il paese, sono passate di mano, dallo Stato ai privati, producendo effetti generalmente negativi. Non credo si possa citare un solo caso, ad eccezione forse del solo settore bancario, dì aziende importanti che, cedute dallo Stato, abbiano ottenuto un sostanziale giovamento. Messe in mano a privati conniventi e incapaci, con pochi soldi e privi di esperienza specifica, hanno infatti peggiorato la loro condizione. Quando leggiamo che l’Italia si trova oggi molto indietro, a livello internazionale, nel settore delle telecomunicazioni, sui pochi resti del quale si stanno avventando rapaci operatori esteri, ripensiamo subito al gruppo STET dell’IRI, un colosso, posizionato al quinto posto mondiale del settore, che dettava legge a tutti, mentre maturava fatturato e profitti.
Quando viaggiamo dentro gallerie, che perdono acqua e pezzi di roccia e assomigliano più ad antri oscuri, che ad infrastrutture di scorrimento veloce, pensiamo all’Autostrada del Sole del Gruppo IRI, costruita in soli 6 anni e lunga centinaia dì chilometri a doppia corsia, per collegare il Nord al Sud della nostra Penisola.
Quando leggiamo che il ponte Morandi è crollato per mancanza di manutenzione, pensiamo subito alle eccellenti società dì ingegneria sempre dell’IRI, la Spea in primis, che implementavano manutenzioni periodiche, costose e puntuali e che, dopo aver costruito ponti e gallerie, si preoccupavano della loro conservazione ed efficienza e non pensavano soltanto ai profitti, come hanno fatto i privati che si sono succeduti.
Chi ha messo in pratica le decisioni prese sul Britannia? I Governi Prodi e D’Alema coadiuvati da un Ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, in chiave strategica e da un Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi, a livello esecutivo. L’arrivo di Berlusconi al governo del paese nel 2001, fu subito mal visto dalle lobbies politico finanziarie nazionali e internazionali cosiddette progressiste, le varie Goldman Sachs o JP Morgan, i vari George Soros, Bill Gates, Warren Buffet, od i più minuscoli e nostrani Carlo De Benedetti. Ciò perché il Cavaliere era ritenuto completamente estraneo a quelle confraternite. Con Ministro del Tesoro Giulio Tremonti, al suo Governo si deve infatti, non senza enormi difficoltà, lo stop all’emorragia delle privatizzazioni. Va ascritto storicamente a merito di tale Governo, l’aver sottratto alla mannaia di affaristi scatenati, gli ultimi gioielli rimasti in mano allo Stato, che rappresentano ancora oggi, gli unici grandi gruppi internazionali rimasti dì proprietà del nostro paese: ENI, ENEL, Leonardo e Fincantieri. Aziende queste che permettono ancora all’Italia, di giocare un ruolo significativo nel mondo, nei settori strategici dell’energia, dell’avionica e della cantieristica.
Le cosiddette privatizzazioni, soprattutto per il modo con cui sono state fatte, hanno rappresentato una pagina buia della recente storia italiana. Oggi lo Stato sta ricomprando ad altissimo prezzo, come nel caso dì Autostrade, aziende che aveva venduto, in ottime condizioni, a gente che si occupava, sia pur brillantemente, di golfini e che oggi restituisce allo Stato, ad alto prezzo (8 miliardi di euro) in condizioni precarie. Il debito pubblico, addebitato soprattutto all’estero, agli italiani spendaccioni, é figlio invece soprattutto di errori politici madornali di indirizzo, di alcuni governi degli ultimi trenta anni. Basti pensare all’uscita dal nucleare, alla rinuncia alla estrazione di gas nel nostro sottosuolo, alla rinunciataria politica nelle telecomunicazioni, nel lavoro e certamente nelle privatizzazioni. Mario Draghi che, quale Direttore Generale del Ministero del Tesoro, ha contribuito ad eseguire alcune decisioni strategiche sbagliate, prese dai suoi superiori, in qualsiasi ruolo si troverà in futuro, cerchi dì contribuire a costruire nuove strategie e volontà realizzatrici, orientate ai valori ed agli esempi dell’Italia vincente del dopoguerra. Se è vero che le idee camminano con le gambe degli uomini, l’attuale Premier faccia camminare finalmente queste nuove idee, dì cui il nostro paese ha assoluto bisogno.

Di Pierfranco Faletti

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