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I Racconti di Giulio. Capitolo VIII: Pepiere Bitte

Giulio, subito dopo aver conseguito il diploma di ragioneria, e come previsto, fu immediatamente requisito dal padre e inserito nell’azienda di famiglia. Nonostante il diploma, il posto in ufficio se l’era dovuto guadagnare dopo quasi un anno di gavetta, spalla a spalla con gli operai, facendo anche i lavori più umili e faticosi, senza alcun privilegio o concessione; una vera scuola di vita. L'ottavo capitolo de "I racconti di Giulio - Frammenti"

Di Pippo Donato

13 Agosto 2022

I Racconti di Giulio. Capitolo VIII: Pepiere Bitte

Fonte: Unsplash

Giulio, subito dopo aver conseguito il diploma di ragioneria, e come previsto, fu immediatamente requisito dal
padre e inserito nell’azienda di famiglia. Nonostante il diploma, il posto in ufficio se l’era dovuto guadagnare dopo
quasi un anno di gavetta, spalla a spalla con gli operai, facendo anche i lavori più umili e faticosi, senza alcun privilegio o concessione; una vera scuola di vita, che gli aveva consentito di conoscere quei lavoratori che in futuro avrebbe dovuto gestire, di meritarsi la loro fiducia e il loro rispetto e di apprendere i rudimenti del lavoro.

Per il suo buon carattere e la giovane età, si era anche guadagnato l’affetto dei dipendenti più anziani e gli ammiccamenti delle operaie più giovani. La pausa per il servizio militare, a quei tempi obbligatorio, lo portò in una grande città del nord, ad affrontare, per la prima volta, una vita indipendente, senza il calore della famiglia e senza le attenzioni amorevoli della mamma. Tuttavia, la capacità di adattarsi a qualsiasi situazione e un certo ascendente che si era conquistato dai commilitoni, gli avevano reso l’esperienza meno drammatica, come invece lo era per tanti, facendogli apprezzare proprio quell’indipendenza, quell’affrancarsi dai ritmi di lavoro dell’azienda; non era più il vocione del padre a svegliarlo all’alba, ma il suono della tromba in orari più umani.

L’esperienza non durò tutti i quindici mesi previsti, infatti, dopo soli cinque mesi di ferma, Giulio, grazie alla sua intraprendenza e alla sua faccia tosta, riuscì ad ottenere una breve licenza per motivi di salute. Era fatta! nella sua città poteva contare su amicizie collocate nei posti giusti, che gli permisero di trascorrere il resto della leva a casa... lavorando! Con il passare degli anni, nonostante l’insofferenza per i ritmi serrati del lavoro, gli orari antelucani e una striminzita settimana di vacanza, durante la quale faceva perdere le sue tracce, Giulio si era conquistato un posto sempre più importante nell’azienda; mettendo a frutto la sua fantasia e la sua naturale capacità di comunicare, aveva incrementato il numero dei nuovi clienti e aveva dato un impulso a rinnovare tecnologicamente la ditta, adeguandola alla nuova era informatica. Per l’attività di produzione e commercio, l’azienda, fin dai primi anni sessanta, si riforniva principalmente dai mercati esteri; l’Ex Jugoslavia, la Bulgaria, la Germania e la Francia erano le principali nazioni dalle quali importavano le materie prime. il padre di Giulio, che aveva trascorso anni in giro per tutta l’Europa, vivendo in alberghi sempre diversi e affrontando lunghissime trasferte con la sua alfa Romeo, tra le nebbie padane, le nevicate e gli infidi lastroni di ghiaccio, adesso si limitava a sporadici e comodi viaggi in aereo, ora in Francia, ora in Germania, per stipulare nuovi contratti di fornitura e valutare la qualità dei prodotti.

Quando il padre di Giulio ritenne che il figlio avesse raggiunto la giusta maturazione professionale ed esperienza, delegò a lui questo incarico. i primi viaggi Giulio li fece insieme con il padre, ascoltando i suoi insegnamenti, osservando, conoscendo persone e luoghi sempre diversi. Giulio amava quelle rapide trasferte: viaggiare con papà, visitare posti nuovi, poter mettere a frutto la sua conoscenza delle lingue, era una cosa che lo entusiasmava, che accendeva la sua curiosità e la sua fantasia. E poi adorava volare! Fu durante una di queste trasferte che Giulio visse una situazione talmente strana, addirittura Kafkiana, che lo portò persino a dubitare della sua stessa memoria.

L’aereo aveva iniziato la sua discesa in direzione dell’aeroporto di Monaco di Baviera; Giulio osservava il terreno avvicinarsi sempre di più, adesso ne poteva distinguere i particolari e grande fu la sorpresa quando l’aereo sorvolò un’immensa distesa verde, divisa in decine e decine di campi di calcio, uno accanto all’altro, con le linee bianche nitide a delimitare il terreno di gioco. Che invidia! Che voglia! Per Giulio, che aveva sempre giocato sui polverosi e sassosi campetti della sua città, quella visione gli scatenò un’ondata di fantasie… avevano solo un bagaglio a mano a testa, per cui superarono velocemente la dogana e raggiunsero il controllo passaporti; il loro fornitore, un bavarese imponente e sanguigno, che li attendeva già oltre la barriera, li salutò con un gesto della mano e con un rubicondo sorriso. Giulio arrivò al gabbiotto con il passaporto già in mano; non era la prima volta che attraversava una frontiera, sapeva che era soltanto una breve formalità consistente in una veloce occhiata alla foto, una rapida scorsa alle pagine e poi la restituzione. Lo porse al funzionario e attese che finisse il rapido controllo di routine; l’uomo in divisa sfogliò il documento, ripeté l’operazione più di una volta e sempre con maggiore attenzione, consultò qualcosa che Giulio non poteva vedere poi, nella sua lingua, gli chiese di mostrargli un altro documento d’identità; Giulio non comprendeva il tedesco, ma intuì la richiesta e tirò fuori la patente porgendola al doganiere mentre, alle sue spalle, il padre, insofferente a qualsiasi intoppo burocratico e sempre pronto a imporre la sua volontà, già iniziava un brontolio d’invettive contro l’uomo nel gabbiotto che li stava bloccando; Giulio, che era invece un tipo calmo e ragionevole, temeva, terrorizzato, una qualche sparata del padre, per cui tentò di rabbonirlo dicendogli che presto si sarebbe risolto tutto.

Fece qualche domanda in inglese al poliziotto, ma questi non comprendendo la lingua, gli rispose con un gesto di diniego della testa; nel frattempo era arrivato un altro funzionario che, raccogliendo i documenti e, con un inglese stentato, gli fece capire di seguirlo negli uffici della polizia di frontiera. Giulio era frastornato e preoccupato per l’umore del padre che intanto aveva iniziato a fargli una serie di domande, ma soprattutto una ricorrente: “Ma cos’hai combinato!”. Che il padre gli attribuisse chissà quali colpe era cosa abituale, ma Giulio non sapeva cosa rispondere, allargava le braccia anche lui curioso di sapere quale fosse il problema. Li fecero accomodare in un piccolo ufficio, dove un graduato, anche lui poco padrone della lingua inglese, iniziò a fargli una serie di domande sui dati anagrafici, sui motivi del loro viaggio, senza però spiegare il motivo di quel fermo. Vista la difficoltà di comprendersi, Giulio fece in modo di far capire al funzionario che erano attesi dal loro fornitore che, parlando l’italiano, avrebbe potuto fare da interprete per capire quello che stava accadendo. Lo rintracciarono e dopo qualche minuto, seduto accanto a padre e figlio, iniziò una fitta e incomprensibile conversazione in tedesco, interrotta solo da qualche domanda che, di tanto in tanto, rivolgeva a Giulio. “è stato altre volte in Germania? Ha mai lavorato in Germania?” le domande principali. alla seconda rispose immediatamente con un secco e convinto no! alla prima raccontò che l’estate precedente aveva attraversato il paese in auto, insieme a un amico, di ritorno in italia da una vacanza in Danimarca, fermandosi per una sola notte a Hiedelberg, famosa cittadina universitaria. Ricordava perfettamente la data perché era il giorno del suo compleanno e la sera, con il suo compagno di viaggio, aveva festeggiato insieme a due ragazze conosciute poco prima in un locale. La mattina dopo avevano lasciato la stanza ed erano ripartiti per l’italia. il signor Muller, così si chiamava il loro fornitore, riferì il racconto al funzionario che gli rispose mostrandogli un documento che lesse attentamente, per poi tradurlo in italiano. La causa di quel fermo, che sembrava non potersi risolvere in quella sede, era una denunzia proveniente dalla procura della cittadina, la cui data coincideva stranamente con quella del suo compleanno e, quindi, alla data del suo soggiorno; era a carico di Giulio Dagnino, di Palermo, italia, il motivo della denuncia non era specificato, però coincidevano incredibilmente luoghi e date.

A queste parole l’espressione già accusatoria del padre di Giulio, divenne immediatamente torva, il viso paonazzo per la rabbia, e solo l’intervento del signor Muller, il loro fornitore, scongiurò una sua reazione più sanguigna; lo rassicurò, infatti, dicendogli che si era proposto come garante e che potevano lasciare l’aeroporto in qualsiasi momento, tra un paio di giorni avrebbe dovuto chiamare la pretura di Heidelberg per avere altri chiarimenti

Giulio occupò il posto sul sedile posteriore della Mercedes, intimidito, imbarazzato, assente, quasi a volersi nascondere e sparire; mentre ad alta velocità percorrevano l’autostrada bavarese, il padre, un po’ più tranquillo, forse distratto, sembrava avere dimenticato l’intoppo e aveva iniziato una fitta discussione di lavoro con il suo ospite. Giulio era attonito, scavava freneticamente nella sua memoria alla ricerca di un evento che potesse riportargli alla mente un episodio, un fatto che potesse essere stato la causa della denuncia. Scartò l’ipotesi di una multa, considerato che l’auto sulla quale viaggiava era dell’amico; rivisse momento per momento quel breve soggiorno trascorso nella cittadina: il loro arrivo nel pomeriggio, il piccolo hotel, la passeggiata tra i viali del famoso ateneo, la sosta in un bar dove avevano conosciuto le due studentesse giapponesi con le quali trascorsero una serata tranquilla e senza eccessi; ricordò il piccolo banalissimo battibecco, della mattina dopo con il receptionist, che non riconfermò la stanza per un’altra notte e il gesto stizzoso della sua mano, un po’ provocatorio e offensivo, col quale mandò a quel paese il povero impiegato. Subito dopo la ripartenza per l’italia. Era stato quel gesto istintivo e insignificante a scatenare tutto quanto? Giulio conosceva l’animo e il carattere dei tedeschi, precisi e mai approssimativi, rigidi e inflessibili, soprattutto nei confronti degli stranieri e in particolare per gli italiani; con tutta l’opinione negativa che Giulio nutriva nei loro confronti, una reazione così esagerata, tale da sfociare in una denuncia, gli appariva veramente esagerata. E allora? Giulio iniziò a esplorare a fondo ogni anfratto della sua memoria, ricostruendo ogni particolare di quelle poche ore; ricordò parola per parola tutta la strana conversazione con le giapponesi, congedatesi finita la cena... nulla, il vuoto assoluto; Giulio non riuscì a trovare nulla nella sua testa di così grave, che potesse fornirgli anche una lontana giustificazione per quello che stava vivendo.

Arrivarono quasi all’ora di cena nel piccolo e pittoresco paesino bavarese; la stanza con i due letti era confortevole e linda, anche se l’arredamento tendeva a essere un troppo sdolcinato. Dopo una veloce toeletta, raggiunsero il signor Muller che li attendeva nel piccolo ristorante dell’hotel; Giulio era affamato, l’intoppo in aeroporto aveva fatto saltare il pranzo a tutti e adesso era impaziente di gustare qualche specialità della cucina bavarese, piacere inquinato da un pensiero costante e ansiogeno; Giulio, infatti, temeva la reazione del padre appena sarebbero rimasti soli, lo conosceva bene, sapeva che presto una raffica di domande aggressive e accusatorie lo avrebbe investito rovinandogli la digestione; era senza difesa alcuna, non sapeva cosa avrebbe potuto inventarsi, e se una scusa, una storia o un’ipotesi, sarebbero bastate a calmarlo, a farlo ragionare. il padre era anche un tipo caratterialmente imprevedibile e questa sua peculiarità si manifestò fortunatamente proprio quella sera, appena furono soli nella loro stanza. Contrariamente a quanto temeva, il padre esordì usando un tono calmo e ragionevole, che tranquillizzò all’istante Giulio; lo invitò a sforzare la memoria, a cercare qualcosa che magari gli era sfuggito, a confessare qualsiasi colpa senza timore. Giulio riferì, passo passo, tutta la ricostruzione mentale che aveva fatto di quel giorno, scartò l’ipotesi della multa, escluse ogni cosa potesse aver disturbato o offeso le due ragazze, confessò il piccolo battibecco con il receptionist. nessun altro indizio poteva dare una giustificazione a quella denuncia, e, apparentemente, se ne convinse anche il padre.

Giulio era stanco per il viaggio e per lo stress di quell’incredibile giornata; solo nel suo letto, in compagnia del solo respiro pesante del padre, ripensava a quanto accaduto e non si dava pace perché la sua memoria, sulla quale aveva fatto sempre cieco affidamento, questa volta non gli veniva in soccorso, lo aveva tradito. o forse lo stava aiutando? Forse il suo inconscio aveva creato un blocco invalicabile, dove aveva confinato un ricordo inconfessabile anche a se stesso? impenetrabile anche alla sua collaudata forza evocativa. Qualcosa che era in aperto contrasto con la sua etica, con la sua moralità e che doveva restare relegata negli angoli più bui della sua coscienza. Se ne convinse pienamente e si arrese, per il momento, a questa imposizione che gli veniva dal profondo del suo animo. adesso doveva dormire, doveva dare una tregua al suo cervello, far decantare la sequenza di dubbi e delle supposizioni che lo avevano affollato per tutto il giorno. Precipitò immediatamente in un sonno profondo e ristoratore.

Due giorni dopo, concluse le trattative di lavoro e programmati i termini delle forniture future, Giulio e il padre si ritrovarono nell’ufficio di Herr Muller. Era arrivato il momento che tutti aspettavano, quello che avrebbe rivelato l’oggetto della denuncia e fatta luce su tutto. Giulio, ormai più che convinto di aver commesso qualcosa di talmente inconfessabile anche a se stesso, quando il loro ospite sollevò la cornetta del telefono per chiamare la Procura di Heidelberg, già sudava freddo, l’ansia gli serrava le mascelle, la gola era secca, le mani umide. in Germania le cose funzionano come si deve, e se chiami un ufficio pubblico, una struttura, un ente qualsiasi, capita raramente di incappare in estenuanti attese, accompagnate dalle solite antipatiche musichette. Decide e decine di minuti passati con, da un lato, la voglia di mandare tutto all’aria e riattaccare e quella di attendere ancora, in maniera tenacemente caparbia, una risposta. infatti, dopo solo qualche squillo qualcuno, dalla Procura, rispose. Muller iniziò una conversazione nella sua lingua, che Giulio, ovviamente, non comprendeva, cercava, piuttosto, di capire qualcosa dall’espressione del viso, dai gesti, dal tono della voce. Muller interruppe il suo colloquio solo per fare a Giulio un paio di domande; per prima cosa gli chiese convalida della data e luogo di nascita, che
Giulio confermò essere quelle riportate sul passaporto, poi gli chiese la data del suo soggiorno nella cittadina bavarese, anche questa confermata come la stessa del compleanno, e per ultimo, se avesse mai lavorato in Germania. “no, mai!”, esclamò Giulio, quasi risentito, “assolutamente no!”, ribadì con ancora più veemenza. Poi si senti ripetere nuovamente la domanda sulla sua data di nascita, “il 30 di marzo o di agosto?”, “agosto!”, confermò Giulio, sottolineando ogni sillaba come se stesse parlando a uno stupido.

La conversazione telefonica continuò solo per qualche altro minuto, giusto il tempo affinché Giulio notasse l’espressione seria del viso di Muller trasformarsi in un sorriso, accompagnato da un cenno di liberatorio assenso che con la testa che gli rivolgeva. Riattaccò la cornetta, notò l’espressione tesa e interrogativa di padre e figlio, poi, trattenendo a stento una risata, raccontò ciò che la procura gli aveva svelato. Un certo Giulio Dagnino, quindi un omonimo, nato nella sua stessa città, altro particolare coincidente, residente e occupato in Germania, l’anno precedente, in seguito a un incidente d’auto, avvenuto, guarda caso proprio ad Heidelberg e nello stesso giorno del sosta di Giulio, era stato processato e quindi condannato; irreperibile già all’indomani della sentenza, la procura aveva allertato le frontiere con l’ordine di bloccarlo e consegnarlo alle autorità competenti per l’esecuzione della condanna.

Solo un particolare non coincideva e quello salvò Giulio da altre complicazioni: la data di nascita, quel 30 marzo anziché di agosto, che assegnava identità diverse ai due omonimi. Giulio era libero e il padre, inaspettatamente, gli diede un buffetto assolutorio sulla guancia. tutto chiarito, tutto risolto, solo un’assurda e dispettosa serie di coincidenze, di fattori concomitanti, alla fine solo un aneddoto da raccontare. Giulio ripensò a quanto la sua mente aveva elaborato i quei momenti, a quanta capacità ha il nostro inconscio di crearci anche false verità, a convincerci di ciò che in realtà non esiste e a creare anche finti ricordi. E lui, alla fine si era convinto, si era arreso alla possibilità che dentro di lui albergasse una natura inconfessabile, capace di agire in totale contrasto con i suoi principi e che l’inconscio, per proteggerlo dai sensi di colpa e dalla vergogna che ne sarebbero conseguiti, l’aveva isolata, relegandola in un angolo della coscienza irraggiungibile dalla memoria e dalla consapevolezza

Di Pippo Donato

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