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I racconti di Giulio. Capitolo II: L'anatema

Giulio era stato, per tutti i dieci anni del suo matrimonio, sempre un marito fedele. Forse era solo la sua innata pigrizia o semplicemente il desiderio di vivere tranquillamente, che lo portava a ignorare gli ammiccamenti e le sottili provocazioni che gli arrivavano dal mondo femminile ancora under cinquanta. Il secondo capitolo de "I racconti di Giulio - Frammenti"

Di Pippo Donato

02 Luglio 2022

I racconti di Giulio. Cap II: L'anatema

fonte: pixabay

Giulio era stato, per tutti i dieci anni del suo matrimonio, sempre un marito fedele. Forse era solo la sua innata pigrizia o semplicemente il desiderio di vivere tranquillamente, che lo portava a ignorare gli ammiccamenti e le sottili provocazioni che gli arrivavano dal mondo femminile ancora under cinquanta, godeva di un fisico asciutto e tonico; lo sci e il tennis erano le attività fisiche alle quali si dedicava con piacere. tanto per intenderci, non era quello che si può definire un bell’uomo, niente occhi azzurri, niente petto depilato e tartaruga addominale, ma possedeva una grande capacità comunicativa e una spontaneità nel comportamento che lo rendevano subito simpatico agli occhi delle donne. ogni tanto, quando la sua origine siciliana esigeva
di essere manifestata, era uso sfoggiare qualche antica galanteria, “vintagismo” che trovava sempre apprezzamento; oppure gettava lì una battuta, una freddura, un gioco di parole che di solito producevano scoppi di risa. “Fai ridere una donna e l’hai… conquistata”, si ripeteva spesso. il suo palcoscenico preferito era il bar vicino la scuola di adele, dove i genitori si ritrovavano per un caffè e due chiacchiere prima del lavoro. adele aveva frequentato asilo, elementari e medie, tutte nello stesso plesso scolastico e i suoi compagni li aveva visti crescere negli anni e trasformarsi da teneri bimbetti in piccoli ragazzi. al suo arrivo con adele, era sempre accolto dal saluto spontaneo e caloroso dei bambini; Giulio, infatti, con i suoi modi riusciva a stabilire un’empatia con molti di loro. Così per tutti era diventato “Zio Giulio”, e di questo se ne compiaceva. Le madri, che conosceva ormai da anni, alle otto del mattino erano già “addobbate” come se dovessero andare a una prima della Scala; civettavano, ammiccavano e ridevano a ogni sua battuta mentre sorseggiavano il loro cappuccino o caffè. tutte giovani e piacenti mammine, emancipate e attratte da quel simpatico meridionale, alle quali sarebbe bastata una battuta un po’ più insinuante, una maggiore intraprendenza, quell’attenzione inaspettata, o solo po’ di volontà, per trasportare il rapporto su un piano meno formale e pubblico. Giulio, invece, amava giocare, e si divertiva provocandole con allusioni e nonsense, che erano le sue armi preferite; quella schermaglia lo eccitava, accendeva la sua fantasia, e quelle che stavano al gioco, che sapevano rispondere a
tono, e che ridevano di più…erano le sue partner preferite. Faceva tutto questo solo per nutrire il suo narcisismo, per
sentirsi ancora apprezzato e desiderato. Poi finiva tutto li, non si andava oltre… sopravviveva soltanto un esile filo di
complicità e magari il rimpianto di non aver osato. ai primi di giugno, appena finita la scuola, madri e figli sparivano dalla circolazione per raggiungere le località in cui avrebbero trascorso l’estate. Molti sulla costa ligure, altrettanti nelle case di montagna in valle d’aosta. tuttavia, molti proseguivano queste piacevoli frequentazioni ritrovandosi a trascorrere la villeggiatura nelle stesse località di vacanza, con i mariti che restavano in città a lavorare fino ad agosto.

La moglie di Giulio era originaria di Sanremo, era logico che i tre mesi estivi si passassero tutti gli anni in quella famosa cittadina ligure, nella casa paterna, ed era altrettanto ragionevole incontrare lì parte del gruppo. 

Giulio sapeva che quell’estate sarebbe stata l’ultima che avrebbe passato insieme alla moglie e alla figlia nella casa
di Sanremo. Le cose, da qualche tempo, non funzionavano più tra di loro e prima di mezz’agosto, tutto il malessere e
le tensioni che la coppia covava dentro, esplose, portandoli all’inevitabile punto di non ritorno e quindi alla rottura. Si
cominciò a parlare di avvocati, di procedure per la separazione, di mantenimento, di soldi e non da ultimo di adele.
Subito dopo mezz’agosto, Giulio salutò la compagnia e rientrò in città; aveva bisogno di starsene un po’ da solo e
ritrovare l’agognata tranquillità in una Milano, le cui strade deserte, diffondevano un’insolita e rara atmosfera d’intimità e pacatezza. tuttavia in città non era da solo; altri lupi solitari come lui, erano rientrati al lavoro già da qualche giorno e l’assenza delle mogli dava loro la possibilità di incontrarsi per un aperitivo o per una cena. il vedovo momentaneo delle vacanze, che gli dimostrava più degli altri grande simpatia e affetto, si chiamava Giorgio. Erano pressappoco coetanei e si erano conosciuti per le rispettive figlie che erano compagne di classe. Giorgio era un bell’uomo che non disdegnava qualche scappatella; in più benestante e con la passione per il ballo, non quello delle discoteche in voga a Milano, ma da liscio di periferia e si sa che le sale da ballo sono anche famose per essere territorio di caccia. Quella sera, subito dopo cena, Giulio ricevette la telefonata di
Giorgio con la quale gli comunicava che stava per passarlo a prendere, destinazione: un rinomato dancing dalle parti
della Barona. Giulio non amava il ballo, né tantomeno quel genere di brani che lo accompagnavano, lui era uno che ascoltava blues o jazz e altra musica “colta”, ma era curioso e amava vivere situazioni anche totalmente avulse dalla sua cultura e dalle sue abitudini. il locale, enorme e inondato di luci colorate ed effetti speciali era già gremito. Parte della folla si accalcava davanti ai lunghi banconi da bar, il resto sulla pista da ballo principale e i più desiderosi di discrezione dislocati in zone
appartate della sala. Giorgio, che conosceva già il posto, lo guidò attraverso un labirinto disordinato di poltroncine e
tavolini, fino a una zona un po’ più isolata arredata con dei divani semicircolari a ridosso della pista principale; da li
potevano osservare tutto ciò che accadeva nel locale. La band di sudati stakanovisti dell’accordo, passava disinvoltamente da evocativi brani dei Pooh a sensuali melodie di tango, per poi spingersi audacemente ai confini del rock, con qualche pezzo degli Stones o di Vasco Rossi. tanta anonima umanità si agitava sulla pista, un vero campionario di personaggi da studiare attentamente. Giorgio era impaziente di tuffarsi in quella massa di ballerini scalmanati, ma temporeggiava. Giulio capì il disagio dell’amico, che certamente era dibattuto tra la voglia di andare a ballare e l’imbarazzo di dover lasciare l’amico da solo. “Vai, cosa aspetti?” lo spronò Giulio, “buttati, non ti preoccupare per me, non mi annoierò”. Giorgio, sollevato dall’invito, si
alzò, puntò lo sguardo su un settore preciso della pista da ballo, poi volgendosi verso l’amico gli urlò “non ti muovere!”, sottolineando la frase con un gesto della mano, e mentre un sorrisetto malizioso gli modellava la bocca, sparì
nella selva di abiti lunghi, paillettes, bellimbusti impomatati e “bruttine stagionate”.

Giulio aveva bisogno di restare da solo, di riflettere, di prendere coscienza anche della situazione che stava vivendo. i pensieri scorrevano veloci, vagavano dall’argomento fine del matrimonio e alle conseguenze che ne sarebbero scaturite, a riflessioni circa la paradossale situazione di trovarsi in un posto a lui estraneo, in mezzo a quella folla di sconosciuti votati al divertimento. il suo umore virò in una colorazione grigia e plumbea; se ne rese conto immediatamente, e reagì per scrollarsi di dosso quella pesante coperta di tristezza; non poteva permettere a certi pensieri di trasportarlo, proprio quella sera, verso
inopportune malinconie o rimpianti. S’impose di concentrarsi su quanto accadeva attorno a lui, di osservare l’ambiente e la gente, di scovare le dinamiche che legavano certe persone ad altre, di vivere la circostanza con distacco e spirito di osservazione. il suo sguardo fu attratto da un tipo, che per imponenza fisica e atteggiamento, spiccava su tutti gli altri. Un gomito poggiato sul bancone del bar, nell’altra mano l'inseparabile bicchiere, ormai vuoto, ma accessorio fondamentale per darsi un tono, osservava, studiava, cercava. indossava la maschera di una gioventù posticcia, un relitto decadente dei decenni trascorsi; chioma sapientemente pettinata a coprire ampie zone di vuoto, di un’innaturale colore nero-corvino, camicia sbottonata fin sotto lo sterno, dalla quale emergeva il luccichio dorato di una pesante catena. Fresco di lampada. Lo sguardo vigile come quello di un falco pellegrino in cerca di prede. Giulio lo seguì con lo sguardo; si spostava rapidamente da un lato
all’altro del bar, da un punto all’altro del locale, posandosi con insistenza sulle donne più attraenti, o sarebbe meglio dire, più appariscenti; a loro indirizzava esplicite occhiate cariche di desiderio, che rarissimamente però erano ricambiate. Ecco lo stereotipo del maturo imperterrito ex play boy di periferia, si diceva Giulio, che non si arrende al passare degli anni e combatte con tutte le proprie armi il mutare dei tempi. Giulio lo vedeva come un probabile personaggio di un film di Verdone, sempre perdente, sempre frustrato. Continuando ad esplorare il locale, notò che il soggetto di prima non era l’unico esemplare, ma aveva diversi rivali sparsi in giro per la sala. Mescolati alla calca sudaticcia, sguardo sempre attento e cipiglio da macho, ma
disperatamente soli, anche loro alla fine si sarebbero accontentati di guadagnarsi l’attenzione di qualche attempata e stravagante pensionata. D’altro canto il corrispondente al femminile non era da meno per gusto e originalità. Le donne, indubbiamente, hanno molte più possibilità per dissimulare la loro età con l’abbigliamento e il trucco. Si aggiunga poi qualche ritocco di chirurgia plastica, non sempre sobrio e invisibile, e queste felliniane panterone metropolitane potevano vantare al loro seguito schiere di patetici corteggiatori. Giulio era così concentrato in queste osservazioni che non si accorse dell’arrivo di Giorgio. non era solo. Con il suo immancabile sorriso complice stampato in faccia, si portava al seguito due ragazze. Entrambe sui trentacinque anni, una riccioluta biondina con un visino simpatico e dal corpicino minuto e una procace bruna che si accomodò proprio accanto a lui. Giorgio gli stava presentando le ragazze, ma il volume altissimo della musica impediva ogni
normale comunicazione, solo frasi urlate e assistite da opportune gesticolazioni, Giulio intuì in modo approssimativo i rispettivi nomi: Patrizia, la biondina che sembrava già in uno stato avanzato d’intimità con Giorgio e Maresa, la bruna vicina a lui. Maresa si avvicinò a Giulio cercando di dirgli qualcosa, mentre lui faceva cenno di non comprendere, così lei accostandosi al suo orecchio: gli urlò “come ti chiami?”. Giulio, per tutta risposta, si tuffò in quella massa di capelli neri in cerca del suo orecchio, urlando il proprio nome e chiedendole nuovamente il suo. in quel contatto così ravvicinato, il casuale esame olfattivo di Giulio diede un responso positivo; i capelli della ragazza profumavano di una fresca essenza non dozzinale, la pelle del collo sprigionava altri piacevoli aromi, particolari, questi, di fondamentale importanza. Belle mani curate, trucco leggero, un
abito sobrio ma elegante, un sorriso simpatico che spiccava sulla pelle scura. E un fisico straripante. tutto sommato a Giulio era andata bene, adesso bisognava vedere quali sarebbero stati gli sviluppi della serata. Dopo essersi avventurati in un tentativo di conversazione miseramente fallito, Giorgio, mostrando le chiavi dell’auto, fece capire agli altri che era il caso di andare via. non era stato un tragitto molto lungo quello che percorsero in auto fino a casa di Patrizia, in un quartiere residenziale della zona. Giorgio non era il tipo da perdere tempo e non si era fatto sfuggire la disponibilità delle ragazze a
proseguire la serata in un luogo più intimo. Giulio, suo malgrado, adesso si trovava senza colpo ferire in questa situazione un po’ strana per i suoi ritmi e per le sue abitudini; in ogni caso la circostanza era tale che non gli poneva alternative e Maresa certo non gli dispiaceva. il piccolo appartamento da single era ordinato e sobrio, un salotto con dei sofà, tanti libri, il tutto che sapeva di pulito. Si accomodarono sui divani, la mora sempre incollata a Giulio, per due chiacchiere tutti insieme durate, però, solo qualche minuto, fin quando Giorgio, travolto evidentemente da un’ondata di testosterone, salutò e sparì con la biondina in
camera da letto. “Bene, e adesso?”, pensava Giulio frastornato per il precipitare così rapido degli eventi. Lui non dava mai le cose per scontate, ma in questo caso la conclusione era ovvia: avrebbe passato la notte con la donna, avrebbero fatto sesso e si sarebbero svegliati l’indomani mattina nello stesso letto. Quasi gli leggesse il pensiero, Maresa lo invitò ad alzarsi dal divano, che con un paio di manovre, fece diventare un letto a due piazze, completo di lenzuola e cuscini.


Giulio si rese conto che stava, per la prima volta in tanti anni, tradendo sua moglie. il pensiero lo aggredì all’improvviso, frenando per un attimo il suo impulso, con un sottile senso di colpa. in passato, quando si era trovato vicino al tradimento, qualcosa lo aveva sempre bloccato. E non era il rischio di essere scoperto, né l’eventualità che potesse perdere la testa per un’altra, ma quel disagio nel dover poi mentire, nel dover inventare alibi credibili, quella sensazione di sporco che nessuna doccia ti porta via, lo sguardo fiducioso di sua figlia. no, questa volta Giulio non poteva e non voleva tirarsi indietro. nessuna remora, il suo matrimonio era finito e adesso era libero da ogni vincolo. Maresa era morbida, profumata: la pelle setosa e delicata meritava di essere esplorata con lente e pazienti carezze, il seno pieno e accogliente si muoveva al ritmo crescente del
respiro, un sorriso di un candore luminoso risaltava sulla pelle scura. Giulio non pensava più a nulla, la sua testa era
finalmente libera e adesso era il momento di far parlare il suo corpo. Lo squillo del cellulare di Maresa spezzò quell’atmosfera d’intimità ed eccitazione appena nata. Rispose, mentre una smorfia contrariata le dipingeva il volto e con gli occhi cercava di scusarsi; l’espressione divenne ancora più intensa quando, a causa del segnale scarso, lasciò il letto per uscire sul balcone. Giulio la sentiva parlare, presa da una conversazione che durava già da parecchi minuti, ma non riusciva a decifrare nessuna parola di quello che lei diceva. Lunghe pause silenziose. Giulio aspettava nel letto da più di una quindicina di minuti il ritorno della donna, e una vena di disappunto iniziò a ingrossarsi e diventare risentimento e poi rabbia. il tutto a discapito della
sua libido, ovviamente repressa. Si sentiva offeso per la mancanza di sensibilità, per aver dato priorità a una telefonata che proseguiva oltre ogni limite giustificabile, mentre l’atmosfera trasgressiva della serata era solo un ricordo.
Decise, allora, che al suo rientro, per puntiglio, le avrebbe augurato la buonanotte e si sarebbe messo a dormire; meglio evitare polemiche e altri casini, ci mancava anche di finire la serata litigando con una sconosciuta. La bruna rientrò dopo qualche minuto, posò il telefono e si sdraiò accanto a un Giulio rigido e freddo, che, però, notò gli occhi della ragazza arrossati, come se avesse pianto fino a quel momento, il trucco un po’ sbavato e l’espressione del viso serissima. “Scusami Giulio”, esordì Maresa prima che l’uomo potesse aprire bocca, “era mia sorella da Catanzaro… mi ha chiamato per dirmi che mezz’ora fa è morta la mamma!”. “Minchia! Proprio stasera!” fu il primo istintivo pensiero di Giulio che bloccò giusto in tempo sulla
punta della lingua. La notizia, però, aveva avuto il potere di far sparire tutta la rabbia e il risentimento che aveva accumulato nella lunga attesa. Disorientato, riuscì solo a pronunciare un impacciato “mi spiace veramente tanto”, poi la strinse forte a se e, nei limiti della contingenza, le augurò la buona notte con un lieve bacio. Ma come immaginare di poter dormire con tutto quello che era successo? tutta la faccenda gli appariva assurda, surreale. Cominciò a pensare anche a una sorta di maledizione, di un anatema scagliato dalla moglie per rovinargli la serata, per impedirgli il tradimento. in ogni caso adesso lui era lì, in una casa
estranea, in un letto che non era il suo, con una sconosciuta accanto con la quale avrebbe dovuto consumare una notte
di trasgressiva passione e che, invece, adesso si trovava a consolare quando, nel silenzio totale, sentiva i sommessi e
intimi singhiozzi di un pianto nel quale si era abbandonata. i primi giorni del nuovo anno Giulio si era già trasferito nel nuovo appartamento che aveva affittato dopo la definitiva rottura del matrimonio. Era stato fortunato a trovare un bilocale vicino solo qualche centinaio di metri da quello coniugale; arredato con gusto e confortevole, gli restituì quella sensazione di libertà, di libero arbitrio che il matrimonio per dieci anni aveva soffocato. adesso che Giulio combatteva la sua aspra e quotidiana battaglia contro le pretese della moglie, la gestione della figlia, il lavoro, gli avvocati, era diventato un rifugio dove rinfrancarsi. Giulio vedeva in quella casa un punto di partenza da dove iniziare una nuova vita, una nuova storia. Quando il periodo
difficile e stressante seguito alla separazione si attenuò, e i contrasti con l’ex moglie divennero più civili e ragionevoli, Giulio decise di riprendere i contatti con il mondo, di sfruttare, nella sua ritrovata condizione di single, le opportunità che una città come Milano offriva a chi voleva vivere. Si ricordò di Maresa, di quell’assurda serata di fine agosto passata insieme, da perfetti sconosciuti, in quella strana atmosfera d’intimità. Ricordò il suo profumo e la pelle delicata, la morbidezza del suo corpo appena esplorato, il desiderio che gli aveva fatto nascere. Doveva avere il suo numero di cellulare da qualche parte; pensò di chiamarla, per fare due chiacchiere per telefono o magari per vedersi, poi ci ripensò, convinto che non si ricordasse più di lui.
alla fine la chiamò. Capì subito che la sua telefonata era gradita, se non addirittura attesa, dal tono entusiasta di Maresa quando udì il suo nome. Lei si ricordava perfettamente di Giulio e di quell’improbabile serata finita tra le lacrime. adesso, parlandone ci rideva su e sdrammatizzando quei momenti, che per lei dovevano essere stati terribili, dimostrava di essere anche una donna di spirito. alla fine concordarono di vedersi la sera stessa per cena. Giulio prenotò un tavolo in un ristorante indiano non troppo distante da casa sua, dove sarebbero sicuramente finiti dopo cena. La serata fu la prima occasione nel corso della quale poterono parlare un po’ di loro, raccontarsi cosa facevano, il lavoro che svolgevano e tutte quelle informazioni che al momento del loro incontro non era stato possibile scambiarsi. nonostante i presupposti di com’era nata la liaison,
Maresa non sembrava essere un’avventuriera che si tuffava nel letto del primo che le capitava a tiro. anche lei si era da poco separata e viveva quella fase durante la quale ci si sente di colpo vuoti, disorientati, sempre alla ricerca di qualcosa, di qualcuno in grado di riempire quel vuoto. anche Giulio si trovava in quella fase delicata. aprì la porta di casa precedendo Maresa lungo il corridoio d’ingresso fino al piccolo soggiorno con cucinino, che era il cuore della piccola casa. osservava curiosa l’ambiente, temporeggiando sulle foto di adele, domandando di lei. Giulio si avvicinò tirandola delicatamente a se, le diede un
lieve bacio corrisposto. “Se non sbaglio”, disse Giulio con un sorrisetto malizioso e complice, subito corrisposto, “noi due abbiamo una faccenda in sospeso!”, mentre, tenendola per mano, si avviava verso la camera da letto. Sulla soglia si arrestò,
guardò Maresa dritto negli occhi chiedendole se poteva farle una domanda. Chiedere un’informazione. “Si, certo” rispose la donna con un sorriso, “che vuoi sapere?”. “... dimmi... il tuo papà... come sta?”.

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