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Fondazione Zeri, il dubbio rimane

Continuano i dubbi intorno alla vicenda della villa romana del critico d’arte Federico Zeri, messa all’asta nel 2018 a 2,4 milioni di euro

Di Davide Tedeschini

28 Aprile 2021

Fondazione Zeri, il dubbio rimane

Federico Zeri

Una storia italiana in cui la rimozione dell’identità parte proprio da chi ostenta la considerazione per un immenso ma pubblico patrimonio. Neanche un museo monografico è stato pensato nella casa museo di Zeri in provincia di Roma, quando lo status di bene vincolato è previsto per minori musei locali e per il solo ‘paesaggio’. L’iniziale decreto della Soprintendenza del Lazio del 2003, impugnato nel 2006 dall’università felsinea, facendo ricorso al presidente della repubblica e invocando il parere del consiglio di Stato, ha portato  l’oblio sul dibattito democratico dell’uso della villa messa in vendita nel 2018, poi la marcia indietro: “Faremo qualcosa nel 2021”.

Villa Zeri a Mentana

Nell’anno del centenario della nascita di Federico Zeri, la Fondazione a lui intitolata, creata dall’università di Bologna all’indomani della morte dello studioso avvenuta a Mentana (Rm) nel ‘98, ha attivato -per voce del suo presidente Bacchi- un fitto calendario di iniziative e ne dà comunicazione sul sito dedicato. Chissà cosa ne avrebbe pensato lo Zeri che aveva sempre sognato come centro d’alta specializzazione di storia dell’arte, la sua villa  di Mentana, Lui che era il consulente del Louvre e dei musei americani,  e ne parlava ai suoi amici in lettere e colloqui pubblici. Tutti i suoi averi hanno ormai lasciato definitivamente la sua villa a pochi km dal raccordo anulare, dopo 23 anni di polemiche e nonostante il ‘vincolo’ posto dalla Soprintendenza del Lazio, poi impugnato dall’università felsinea con ricorso al presidente della repubblica. All'interno, gli spazi erano stati arredati da Zeri con oggetti e dipinti di epoche e culture molto diverse, raccolti seguendo la sua predilezione personale. La collezione comprendeva dipinti, sculture e opere dell'antichità (mosaici di Antiochia, ritratti del Fayyum, sculture di Palmyra, marmi romani), destinati in eredità  a importanti istituzioni museali: Musei Vaticani, Accademia di Francia a Roma, Museo Poldi Pezzoli di Milano, Accademia Carrara di Bergamo. Lascia quantomeno attoniti il comunicato dell’attuale presidente della fondazione di voler costituire un ‘comitato’ per la celebrazione del centenario della nascita dello Zeri. Non verrà fuori che amasse il paesaggio laziale? Che non amasse l’archeologia, le storie di artisti e personaggi che incrociano la Sabina e l’antica Nomentum? Che non abbia vissuto a Mentana o che non amasse indagare pittori provinciali? Per questo aveva costruito la sua casa appositamente per la sua enorme biblioteca a ridosso del parco della Marcigliana, il più grosso di Roma, in cui il paesaggio laziale a differenza di altre zone di provincia è ancora intatto come in un paesaggio di Lorrain. Ma questo oggi pare non conti nulla, forse non ha mai contato nulla. Perchè lascia all’università di Bologna –la sola che gli concede una laurea ‘ad honorem’ negli ultimi anni della sua vita- la villa, il parco di 10 ettari, 3 case coloniche, la collezione di epigrafi romane, la biblioteca d’arte (circa 90000 volumi tra libri e 40.000 cataloghi d'asta, anche d’inizio 900) e la fototeca (290.100 fotografie). All’Accademia di Bergamo vanno la collezione di sculture, al Vaticano quella di dipinti e al nipote gli arazzi e i diritti. Il tutto specificato nel testamento. Data l’importanza del lascito l’Università di Bologna -sulla base dello statuto presentato dal rettore Fabio Roversi Monaco approvato dal Ministero dei Beni Culturali il 12 settembre 2000- costituisce la Fondazione Zeri con lo scopo di tutelare la memoria dello studioso e dare un profilo ‘etico’ al progetto a cui parteciperanno: Unicredit Banca, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e Fondazione Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, nonché Microsoft Italia che offre il patrocinio gratuito per la digitalizzazione di tutte le foto. L’Università di Bologna fa capire -dopo due anni- per voce del suo nuovo rettore Pier Ugo Calzolari, l’intenzione di portare il patrimonio altrove e lasciare a Mentana solo la sede legale della fondazione ad appena due anni dal lascito: la prima cosa a partire è la fototeca di 290.100 foto di quadri antichi italiani e stranieri importantissima per la valutazione e l'expertise di dipinti storia dell’arte. Questo spostamento provoca una serie di reazioni di indignazione nel mondo culturale, poiché le volontà di Zeri erano unanimemente già conosciute e l’asportazione inoltre si presumeva pregiudicasse l’unicità organica di quel patrimonio: l’assessore ai Beni Culturali della Regione Lazio sebbene offra un finanziamento triennale all’Università di Bologna di 250.000 euro annue per entrare tra i soci della Fondazione, non riceve alcuna risposta. Fabrizio Lemme ordinario di legislazione dei Beni Culturali con cattedra a Firenze e di Diritto penale dell’Economia a Siena scrive al rettore Calzolari e da un articolo chiarisce che ai sensi del T.U. 490/99 che “..la rimozione della fototeca attuata dall’Università di Bologna senza l’autorizzazione ministeriale, integra gli estremi del reato previsto dall’art.118/1 lett.a” (Il Giornale dell’Arte n.209 aprile 2002). Ma tutto viene ignorato dall’Università. Così nel territorio sabino nascono comitati e movimenti, che commissionano pareri legali  (che convergono con quello di Fabrizio Lemme), petizioni, con le quali si chiede al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e al Ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani di porre il “vincolo paesaggistico” a villa Zeri. 2500 le firme raccolte in pochi giorni, coinvolgendo anche l’Accademia delle Belle Arti di Roma, i sindaci del territorio limitrofo a Mentana e l’area sabina. In pieno dibattito, fatto da giornali come Repubblica, Corriere della sera, Messaggero, Tempo, Sole24ore, oltre alla stampa locale, consigli comunali, regionali e provinciali finalmente il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza Regionale per i Beni e le Attività Culturali del Lazio, dopo aver avviato a luglio del 2002 il procedimento di dichiarazione ai sensi del D. lgs. n. 490/99 art. 2-6 sulla Fondazione Zeri, comprensiva di biblioteca, fototeca, raccolte archeologiche e storico-artistiche, il 24 luglio 2003 a firma del soprintendente Ruggero Martines pone il ‘vincolo’:  per qualsiasi ipotesi di spostamento dei volumi della biblioteca, dovrà essere inoltrata richiesta (ex art. 22 del T.U. 490/99) alla Soprintendenza Beni Librari della Regione Lazio, provvedimento poi impugnato dall’Università di Bologna al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per il tramite del  Consiglio di Stato nel novembre del 2006, e che quindi a prescindere dal suo esito fa scemare l’interesse per una storia che in soldoni voleva che l’aura dello Zeri, conosciuto come un importante professore di Mentana, spesso anche ospite di eventi di associazioni di archeologia locali, a cui partecipava volentieri dava il senso -non solo di un grande serbatoio di informazioni iconografiche- anche di un patrimonio locale, che il territorio andava a  perdere. Negli anni sono molti gli eventi e le personalità che si sono espresse contro lo spostamento: da Fabio Roversi Monaco (fondatore della fondazione) a Salvatore Settis (si è anche parlato di lui per la presidenza della Repubblica ad aprile 2013), da Mina Gregori a Antonio Giuliano, (tutti dimessi dalla fondazione) con pareri negativi dell’allora sottosegretario ai Beni Culturali Vittorio Sgarbi, di Fabrizio Lemme, di altri descritti in varie pubblicazioni, (anche di Salvatore G. Vicario medico personale dello Zeri, altro testimone delle sue volatili volontà, dimesso anch’egli dalla fondazione come rappresentante del comune di Mentana). Varie le vicende politiche che precedono la dichiarazione della Soprintendenza del Lazio: un gruppo di senatori presenta un’interrogazione sul caso dell’eredità di Federico Zeri, in cui si denuncia “il tradimento delle volontà testamentarie di Federico Zeri’ al Ministro per i Beni e le Attività Culturali; i Consiglieri Regionali di opposizione e maggioranza del Lazio presentano interrogazioni ed emendamenti al governatore del Lazio (all’epoca Storace) in favore della permanenza della sede operativa della Fondazione Zeri a Mentana, come auspicato dallo studioso nei suoi carteggi pubblicati dai giornali e dalle testimonianze viva voce (ma non specificato nettamente nel testamento). Nonostante tutto a due anni di distanza della notifica ministeriale che obbliga l’Università di Bologna a riportare la fototeca nel sito originario di Villa Zeri, (provvedimento che abbiamo detto è stato impugnato dall’università successivamente) l’Università comunica che la Fondazione Zeri sarebbe aperta ufficialmente al pubblico il  5 ottobre 2006 nell’ex convento di Santa Cristina, in precedenza semiabbandonato, nella città di Bologna, iniziando a realizzare a Mentana -forse per placare le polemiche- dei corsi monotematici per una ventina di studenti, ma già dal 2014 la Fondazione, annuncia lo stage estivo a Pesaro nelle Marche, anziché a Mentana. E quindi nessuna apertura al pubblico, neanche per pochi studenti allo stage estivo. Poi lo spostamento della sede della Fondazione da Mentana a Bologna e l’oblio. (Ometto altri fatti come ad esempio l’identificazione da parte della digos di manifestanti provenienti da Mentana, accorsi alla presentazione della fondazione a cui è seguita interrogazione al ministro). Alla fine nel 2018  non avremmo mai immaginato che:  “La villa di Federico Zeri a Mentana è in vendita, con base d'asta di 2,4 milioni di euro”, recita Montanari (ultima autorevole voce della storia dell’arte a spendersi per il rispetto del patrimonio culturale e paesaggistico italiano). “E’ incredibile che l’università di Bologna – che gestisce in modo ammirevole la fototeca dello stesso Zeri – non abbia trovato il modo di valorizzare una straordinaria casa-museo, ancora incrostata delle epigrafi sulle quali l’annuncio di vendita indugia come se si trattasse di doppi servizi o di cucina abitabile. Per farlo sarebbe  bastata una piccola percentuale delle somme che ogni anno le fondazioni bolognesi dedica alla realizzazione di dimenticabilissime mostre. E chissà cosa avrebbe fatto la Francia, di un luogo con quell’aura” (Repubblica, 5 gennaio 2018). Nella considerazione che in tanti abbiamo  combattuto come nessun altro  per far permanere il patrimonio lì dove è sempre stato e costituito ‘giorno per giorno’, fino ad ottenere il vincolo delle Belle Arti poi evidentemente inficiato, resta il rammarico per una visione obsolescente del contesto ambientale e culturale che se da una parte ha contribuito a realizzare a Bologna la più grande fototeca e quindi la più importante fondazione di storia dell’arte antica del mondo,  ha presupposto che ciò sarebbe passato dallo stupro di un  territorio privandolo di un patrimonio culturale -in parte non così determinante nella sua fisicità, visto che è ora tutto digitalizzato- solo per ottenere cosa? Inizialmente si sospettava a quei  percorsi sinuosi e oscuri propri del mondo accademico e che tralaltro Zeri odiava e di cui non aveva mai fatto mistero. Ma c’è dell’altro ed è ancora più disarmante: probabilmente non è stato considerato che il mondo andando verso la digitalizzazione e la virtualità -dopo questa pandemia, anche i certificati di autenticità delle opere, foto, libri, cataloghi- anche aver portato tutto a Bologna lascia il tempo che trova. In conclusione è  stato perfettamente inutile portare via del materiale o addirittura contrapporre frontalmente due territori diversi,  quando bisognerà faticare eventualmente nell’idea che l’università voglia ‘farci qualcosa’ come dichiarato dal rettore Ubertini il 22 settembre 2018, aprendo il convegno su Zeri in Santa Cristina, alla presenza del sottosegretario alla cultura Lucia Borgonzoni, dove il rettore ha annunciato l'intenzione dell'Alma Mater di rimettere mano all'edificio. “Abbiamo tre ipotesi progettuali, con altrettanti soggetti- spiega Ubertini- al momento nessuna è ancora matura da poter essere condivisa. Spero però che almeno una si concretizzi in tempi brevi”. Di certo, dice chiaro e tondo il rettore, “dobbiamo trovare una soluzione.". Una mano, forse inaspettata, arriva anche dall’allora sottosegretario Borgonzoni: “Stiamo studiando di fare qualcosa per il 2021, quando si celebreranno i 700 anni dalla morte di Dante e i 100 anni dalla nascita di Zeri, di cui tutti ricordiamo il commento alla Divina Commedia. Magari quella potrebbe essere l'occasione anche per inserire il recupero della villa a Mentana” (la Repubblica 23/09/18). Sono passati 23 anni dalla morte di Federico Zeri di Mentana (Rm) e siamo a maggio 2021. Concludiamo con una frase dello studioso: “Tra i tanti paradossi italiani c’è quello che noi abbiamo il più ricco patrimonio artistico del mondo occidentale affidato alla più inetta amministrazione pubblica del mondo occidentale”.

 

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