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Milano, Federica Bosco: "Con il Covid è imploso tutto: perché lascio la città e torno a casa"

Su Facebook le difficoltà degli ultimi mesi e la decisione di tornare a Firenze di Federica Bosco: "Dove sono partita e tornata da che ho vent’anni, sperando sempre di costruire qualcosa più in là"

28 Marzo 2021

Milano navigli

Fonte: lapresse.it

Milano, si sa, concentra le dispute tra chi la ama e chi la odia. Paradiso del dinamismo per alcuni e inferno urbanistico per altri. Ma una cosa certa: il covid ha cambiato tutto. La pandemia ha infatti modificato il modo di vivere di tutti. La scrittrice Federica Bosco (Pazze di me, che è diventato anche un film di Fausto Brizzi, Non perdiamoci di vista, Il nostro momento imperfetto, tra gli altri)  ha scritto un accorato post su facebook che sta ricevendo migliaia di reazioni. Si tratta di un lungo post che racconta le difficoltà vissute durante il lockdown, a Milano, e della decisione di tornare a casa, a Firenze "dove sono partita e tornata da che ho vent’anni, sperando sempre di costruire qualcosa più in là".

Milano, Federica Bosco: "Ecco perché ho deciso di andarmene"

"Ho pensato molto a come iniziare questo post. Poi mi sono ricordata dell’incipit di “Pazze di me” dove Andrea diceva: “Se c’è una cosa che detesto sono i proverbi. Quello che odio più di tutti in particolare è: “C’è sempre una prima volta”. Sì, è vero, una prima volta c’è sempre, ma di solito non è un granché.

Prosegue Bosco: "L’ultima volta che ti cantano una ninna nanna, l’ultima volta che esci dal cancello della tua scuola, l’ultima volta che baci la persona che ami, l’ultima volta che ti addormenti senza bisogno del Valium. Ma non c’è mai nessuno ad avvertirti che quella che stai vivendo è l’ultima volta, anzi di solito non te ne accorgi nemmeno. Già perché quando decidi di chiudere un capitolo sei già totalmente proiettato nel futuro e tutto quello che ti lega al presente o al passato è già dietro le spalle. Cambiare lavoro, fidanzato, città, colore dei capelli, hai fretta di cominciare una nuova vita e fantastichi su quello che sarà. Ho vissuto un discreto numero di ultime volte senza rendermene veramente conto. Alcune le ho affrettate disperatamente, quasi a voler fuggire dalla mia stessa ombra, convinta che là dove fossi andata avrei finalmente trovato casa, radici, un posto nel mondo. Altre volte ho lavorato sodo per cercare di costruire delle fondamenta che non crollassero al primo soffio di vento".

"L’ultima volta è stato cinque anni fa, quando ho lasciato Roma per Milano. Sette anni di Roma mi avevano stremato, non avevo il fisico per reggere una città così imponente, autogestita, caotica. Avevo chiuso la storia più importante della mia vita e deciso che Milano sarebbe stata la meta giusta per me. Non Firenze, non ci ho nemmeno pensato un secondo, Firenze è casa, è dove torno a Natale dai miei, ma io dovevo ristrutturarmi, trovare nuovi contatti, entrare in un circolo virtuoso di appuntamenti, aperitivi, pranzi di lavoro, cose da fare, binari precisi, lineari, produttivi. Perché ricominciare di nuovo a 45 anni non è uno scherzo e credo fermamente che il lavoro ti possa salvare la vita. Ricordo il primo Natale qui, ero appena arrivata e abitavo in un appartamento che avevo affittato per un mese in attesa che si liberasse il mio, una di quelle case di ringhiera che sono dei piccoli microcosmi, come i film di Ozpetek, e lo passai mangiando pollo fritto sul divani guardando Law and Order e bevendo un Crodino, mentre fuori nevicava. Ero serena. Non mi sentivo sola, o strana o emigrata, era una scelta che avevo fatto con coscienza ed ero molto eccitata all’idea di quella che sarebbe stata la mia vita da quel momento in poi. Mi vedevo proiettata nel “rutilante mondo dell’editoria milanese” (qualunque cosa significhi!), fra un “evento” e una presentazione, impegnatissima a scrivere pezzi per questo e quel giornale, “vedere gente e fare cose”, sempre elegante, e indaffarata, con degli occhiali con la montatura bizzarra e delle gonne a sbuffo. Che è, per chi mi conosce, l’esatto contrario della mia impostazione di vita da sempre, ma bensì qualcosa che ho sempre invidiato negli altri, del resto nasco come un’introversa timidissima che aveva paura persino di telefonare all’ora esatta, ma se c’è un desiderio che chiederei al Genio della lampada sarebbe: fammi essere disinvolta e sicura di me in tutte le situazioni, almeno per vedere cosa si prova!".

"Volevo disperatamente darmi un senso, avevo bisogno di costruire qualcosa, ce l’avrei fatta mi dicevo, volevo farcela. E per un po’ è stato così, ho fatto di tutto per essere giusta per questa città, “to fit” come dicono quelli bravi, non volevo pensare, volevo solo fare, essere, esserci, correre come fanno tutti, e nonostante non avessi delle solide radici, un passato, amici di vecchia data, volevo ricominciare, anzi cominciare da capo. Del resto a Milano si viene per questo.
Ho avuto la fortuna di essere adottata da Chiara Moscardelli e la sua banda di amici storici con cui ho condiviso aperitivi e brunch sui Navigli, pomeriggi a Trivial e cinema, ho comprato i gelsomini da mettere sul terrazzo, sono andata a innumerevoli presentazioni di colleghi, e a feste dove alla fine non conoscevo mai nessuno anche quelli che avrei dovuto conoscere. E niente nel giro di un anno ho capito che anche qui, ero “unfit”, vuoi perché non ero amica di nessuno da abbastanza tempo da condividere dei ricordi, o non ero festaiola abbastanza da andare agli eventi (famosa una mia uscita l’ultimo dell’anno quando alle 10.30 sbadigliando ho cercato di tornare a casa!) e, per quanto ci provassi, cominciavo a sentirmi meno bene, mi sfuggiva qualcosa, non riuscivo ad afferrare quella disinvoltura, quella spensieratezza, quella “milanesità” fatta di velocità di pensiero e azione un po’ cagacazzo, ma che è un flusso di energia inarrestabile che passa da 12 ore di call, a un apericena, a una festa al salone del Mobile. Ho cominciato quindi a buttarmi nei corsi, che a Milano abbondano e sono sempre incredibilmente sotto casa. Ho fatto di tutto, dal corso di teatro in 8 lezioni , al kundalini yoga, la palestra con le sciure miliardarie che lamentavano affrante che “il problema sono le terze e quarte case”, la mindful running in Parco Sempione per avere una motivazione a correre anche con la pioggia, un esame d’inglese complicatissimo perché per qualche mese ho pensato di andare a vivere a Londra e mi serviva un certificato, un corso di counseling lasciato a metà, meditazione Vipassana, pilates, Yoga flow, hot yoga, corso di radio, volontariato, terapia di gruppo, insomma, qualunque, qualunque cosa potesse darmi un senso di appartenenza. Nel frattempo ho scritto 5 libri e sentimentalmente ho avuto due storie una più disastrosa dell’altra.
Ma stavo qui, per me ormai la mia vita era qui. E alla domanda “ma tu puoi lavorare dove vuoi” rispondevo “Sì, però a Milano ci sono molti più contatti”, che detto da una che la sera esce solo se minacciata fisicamente non ha molto senso, ma è comunque una frase a effetto. In questi cinque anni ci sono state comunque tantissime cose e persone belle, i mercoledì al cinema con Marenzi a vedere dei film purché brutti, i corsi di scrittura da Mauro Morellini con la focaccia pugliese, le presentazioni quelle belle alla Mondadori Duomo con Selvaggia Lucarelli e Diego dalla palma, Bookcity, gli eventi organizzati da Garzanti che ti facevano sentire una principessa, la dieta mima digiuno con la Marcella Meciani, la Deejay Ten “passeggiata” insieme al gruppo di Natale con gli autori e il cortometraggio con la Marta Perego, le feste di Teresa e Ricky alla Sem, le presentazioni in Serra Pisoni con Amanda Colombo e quelle torte spettacolari, le ospitate in radio con la Pina, perché Milano è tutto questo, è facile, pratica, comoda, organizzatissima, figa e se deve succedere qualcosa succede qua. E qui stavo".

"Poi è successo l’impensabile. È esploso tutto, anzi è imploso tutto. E quel mondo agitato che ruotava intorno al fare e all’esserci, la ruota di criceto insomma si è fermata. E ci siamo trovati tutti a fare i conti con noi stessi, con il vuoto, con le scelte. E per chi non aveva radici, famiglia, contatti forti, importanti la realtà ha cominciato a scricchiolare.
E io ho scricchiolato. Molto. Ho passato mesi arrotolata su me stessa, come avevo già raccontato a fine anno, con una tristezza infinita piantata nel cuore, sentendomi sola, inutile, sbagliata, incompleta. Una zitella senza figli, che fa un lavoro che, sulla carta, è il più bello del mondo, ma che vive di un incessante riflettere, pensare, rimuginare e riaprire costantemente le ferite in assoluta solitudine. Ho preso un discreto numero di antidepressivi che speravo mi risollevassero l’umore, ma poi la mia terapeuta mi ha semplicemente detto: non funzionano perché non sei depressa, è un disturbo diverso, devi imparare ad accettare il passato e non sperare di cambiarlo, affrontare e sostituire gli schemi che ripeti e che non ti servono più, imparare a stare col dolore. E finché anch’io correvo nella ruota, potevo distrarmi dall’ansia buttandomi nei progetti, nei corsi, gli incontri e il gelato, ma quel dolore che mi porto dietro da una vita, che è la mia ombra, e che certamente fa parte di questo tratto di ipersensibilità che in quest’anno devastante è stato più una dannazione che un vantaggio, devo imparare ad accoglierlo. Da qui la decisione definitiva di tornare a Firenze, da dove sono partita e tornata da che ho vent’anni, sperando sempre di costruire qualcosa più in là, perchè ero sicura che ci fosse qualcosa di meglio, e rendermi conto, alla fine, che sono le radici che hai che devi coltivare con cura, amore e dedizione, annaffiandole e proteggendole prima di cercarne altre, altrove.
Domani, torno a casa. Lascio questa Milano che a breve ricomincerà a brillare ancora più glamour e vivace di prima, e io (e il gatto) ci inventeremo un secondo tempo, magari un po’ più lento, un po’ più a misura, ma spero, più semplice, e autentico. E che non è troppo tardi per fare da zia ai figli di tutti i miei amici, riabbracciare chi c’è sempre stato, e ricominciare da casa. Colgo l’occasione per salutare e ringraziare pubblicamente i tanti amici che so che per un pezzo non vedrò più, perché si sa che quando si parte poi tutto cambia, ma che porterò fortemente ed eternamente nel cuore affinché, invece dell’ennesima ultima volta, sia un finale di stagione indimenticabile".

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