18 Marzo 2026
Nel panorama politico italiano, pochi incarnano la retorica del conflitto permanente quanto Silvia Sardone. La sua cifra comunicativa è ormai riconoscibile: trasformare problemi complessi in slogan, ridurre la realtà a un campo di battaglia tra “noi” e “loro”, alimentare una percezione costante di emergenza. È una strategia che paga in termini di visibilità, ma che impoverisce il dibattito pubblico.
Figuratevi, nelle ultime ore ha festeggiato per avere impedito a una scolaresca di visitare una Moschea, twittando felice contro l'islam. Rimango basito, un successone politico, vero? Altro che Churchill, questa è il Napoleone della politica!
Il tema della sicurezza urbana, su cui Sardone insiste, meriterebbe ben altro approccio. Richiederebbe investimenti, politiche sociali, coordinamento istituzionale. Invece viene piegato a una narrazione muscolare, dove ogni fenomeno viene letto come prova di un declino inevitabile causato da categorie indistinte di persone. È una scorciatoia politica che evita di entrare nel merito e, soprattutto, di assumersi responsabilità.
Questa impostazione non è neutra: contribuisce a normalizzare un linguaggio divisivo, in cui la paura diventa strumento di consenso. La città reale, con le sue contraddizioni e le sue possibilità, scompare dietro una rappresentazione caricaturale, utile solo a rafforzare posizionamenti ideologici.
Il risultato è una politica che non costruisce, ma consuma. Che non governa i problemi, ma li amplifica. E mentre si rincorrono dichiarazioni sempre più dure, resta inevasa la domanda fondamentale: a chi giova davvero tutto questo? Non certo ai cittadini, che avrebbero bisogno di soluzioni, non di propaganda.
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