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Benedetto Croce

La donna domina la Biennale della pittura

La curatrice Cecilia Alemani non ha paura di niente e mette la pittura in mostra limitando videoarte, installazioni e nomi alla moda a cui ci avevano abituato curatori degli ultimi 10 anni

Di Davide Tedeschini

24 Giugno 2022

Dell’ottundimento collettivo di cui la Biennale è stata espressione per anni,  rimane poco: la sorpresa è non vedere più personaggi del mainstrem dell’arte anglosassone che avevano monopolizzato Venezia, Roma, Londra, New York e questo ci dà un sospiro di sollievo. Resta l’esigenza di comprendere un'attualità che si manifesta con attentati sparsi e incontrollati, guerre, distanza dalle istituzioni, incapacità di costruire l'Europa: una Biennale da sempre espressione della brutalità, della politicizzazione e della decrescita, viene dominata da pittura e scultura anzichè videodocumentari, e questo è veramente una novità?  

Si contano più di 194 artisti in parte partecipanti al filone ‘Il latte dei sogni’ (con le sottocategorie ‘La culla della strega’, ‘Corpo orbita’, ‘Tecnologie dell’incanto’ al padiglione centrale dei Giardini mentre all’Arsenale: ‘Una foglia una zucca etc...’, ‘Seduzione cyborg’ e sezioni speciali come quella del Padiglione Italia in zona Arsenale-Giardino delle Vergini: ‘Storia della Notte e Destino delle Comete’ con un’opera di Gianmaria Tosatti) e ancor più numerosi alle partecipazioni nazionali... tale che diventa problematico sapere l’esatto numero degli artisti partecipanti.

E’ sempre  la globalizzazione al centro del problema ma affermando che il mondo dell'arte -della cultura- è conditio sine qua non. Vengono ricercati con insistenza  i cittadini e le loro radici culturali, le donne, che da ‘estraneee’ nei luoghi in cui sono nate, si trovano a fianco ad altri avventori, in un tutto socialmente non più conflittuale e che ricorda gli anni 80, dove come dicevamo è la 'forma' a far da padrone anzichè il documento: stop alla surplus di ‘arte concettuale’.

Tranne la  vuota sala riproposta da Germania e Spagna, il padiglione della Russia chiuso, e qualche cavallo imbalsamato e impiccato -retorica del corpo in metamorfosi- del padiglione Danese,  i protagonisti sono  quadri e sculture di artisti interpreti e attori del codice  della Biennale. Permangono nella loro insistenza spazi oscuri animati da videoinstallazioni come nel padiglione dell’Australia, e l’enviroment diffuso del padiglione Inglese; ma ciò che emerge è questa nuova prospettiva dettata dal padiglione degli Stati Uniti, trasformato in capanna africana e -come in un gioco di specchi- le grandi sculturee di terracotta all’ingresso dell’Arsenale, mentre nel padiglione belga -all’ingresso dei Giardini- si mostrano video di bambini di colore che giocano. 

Come ‘a chiudere il cerchio’ feticci di terra si trovano -non  in una sola sala, essendo la terra onnipresente in questa esposizione diffusa- al culmine di un orto botanico che chiude la mostra all’Arsenale. Sarebbe azzerdato leggere questa mostra -data la sua mole- come una inversione di tendenza nell’interpretare la scienza della curatela: da una disposizione paratattica,  in cui i significati vengono espressi in maniera documentale, a quella ipotattica del demiurgo-pittore: ma non c'é la retorica del potere, non c'é la superfetazioni del lusso cosí come risultano limitate videoarte, computerart, fotografia. Non una minaccia allo status quo, nulla che abbia a che vedere con gente in disgrazia, debilitata, a rischio sopravvivenza, annegamento, o sotto le bombe. 

Anche stavolta la logica che anima la Biennale è la stessa dei precedenti anni ma con risultati completamente diversi: si dà ampio spazio ad artisti di piccole località sperdute e all'apparenza irrilevanti come come Kosovo, Albania o africane come Costa d'avorio, Kenia o orientali come il Nepal, Filippine... e in città non mancano padiglioni autonomi con Armenia, Arzebajan, Zimbabwe...

 Una biennale ispirata alla scrittrice surrealista Lenora Carrington ma che in sostanza ha enormi quantitá di opere, con l'acquisizione di tecniche -come il manichino iperrealista che ricorda Cattelan o automatismi che ricordano l’ultimo Kapoor- in poche sale, come al Padiglione Italia dove Tosatti ricrea una vera e propria industria manifatturiera in cui le donne sono assenti.

A molti dispiacerà non aver partecipato a questa edizione progettata a distanza da Cecilia Alemani, curatrice geniale e rivoluzionaria. Se la procedura per le autocandidature non fosse stata cosí astrusa, avremmo dato un 10 e lode a una edizione che nel postpandemia sta facendo il pienone di visitatori.

 

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