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Benedetto Croce

La lacuna dello sguardo. Intervista con Nicola Samorì

L’artista al Giornale d’Italia: “Tutto ha a che fare con la pelle, con la carne, con la pittura e la scultura che si fanno corpo”

Di J. Muller

07 Maggio 2021

Sfregi, la prima antologica di Nicola Samorì a Palazzo Fava. L'intervista con l'artista

I corpi stridono, si contorcono sotto il peso della materia che corrode, leviga, sfinisce la tela, quasi come se l’artista volesse spingerla all’estremo del suo significato.

La carne invadente e ossessiva si impone come sintomo di un’anatomia la quale finisce per dissolvere la forma e il soggetto del Leib.


Per l’artista ritrarsi dal corpo è un ritiro dal mondo: “Il confronto con il corpo è inevitabile. Io sono un corpo e uscire dal perimetro e dallo spazio che abito è praticamente impossibile”- spiega Nicola Samorì al Giornale d’Italia - “Il lavoro che faccio non fa altro che dire che sono un uomo che sta rappresentando la figura umana anche nel momento in cui questa non è riconoscibile. Anche quando si parla di un fiore o di una farfalla, c’è sempre qualcosa che ha a che fare con la mano che l’ha dipinta o con l’occhio che l’ha vista. Tutto ha a che fare con la pelle, con la carne, con la pittura e la scultura che si fanno corpo. Le scelte dei materiali e dei suoi utilizzi nascono dal tentativo di ricostruire una sorta di anatomia immaginaria e parallela”.

Ma i corpi di Samorì vanno oltre la pura fattualità; essi aprono uno squarcio verso ciò che lo sguardo occlude. Sotto l'egida di Santa Lucia, la vera sfida che l’artista pare lanciare a chi osserva è quella paradossale di imparare a guardare senza occhi. 

Espressione profonda è lo sguardo accecante e allo stesso tempo cieco della sua Lucia, ottenuto attraverso l’innesto di due geodi di onice. 

Viene in mente la riflessione di Lukàcs: “Chi guarda Dio muore ha scritto Ibsen. Ma può vivere colui sul quale si è posato il suo sguardo?”

I sentimenti perturbanti nascono dall’iper-visione di un iper-Kòrper che non è mai meramente meccanico, ma luogo dell’intenzionalità e teatro di un laborioso scavo interiore.

L'artista rivela il manchevole, l’incompleto, mentre i vuoti contrastano con i pieni e la perfetta anatomofisiologia con la materia che li logora. Il tempo vi si imprime non come pacata linearità, ma come circolarità tormentosa, eterno ritorno.

Come sottolinea l’artista: “Il concetto stesso di evoluzione contraddice ciò che penso in generale dell’arte, ovvero un luogo non esattamente di trasformazione in chiave positivistica, ma di elementi che ritornano e che hanno a che fare con l’esperienza della nostra vita. Questa mostra è un progetto antologico e si vorrebbe leggerla in chiave evolutiva, ma dimostra che non è accaduto esattamente questo: è uno spazio circolare di trasformazione. Ci sono vicoli ciechi, accelerazioni, sperimentazioni che vengono abbandonate e poi ritrovate”.

VIDEO-Nicola Samorì al Giornale d'Italia

In questo continuo nutrimento, in questo “spazio circolare di trasformazione”, l’artista dialoga con le sue opere, con sé stesso, ma anche con il passato.  L’allestimento in Palazzo Fava è invero interamente costruito intorno alla narrazione dei fregi realizzati dalla scuola bolognese secentesca dei Carracci.

È una contemplazione quanto mai impetuosa quella che deriva dal contrasto possente messo in scena dalla sensorialità della congiunzione e dal trionfo dello sguardo barocco in rapporto con le laceranti interpretazioni contemporanee di Samorì, capaci di porsi addirittura come superamento del senso della vista: “È senz’altro necessario che si attivino di fronte alle immagini altri sensi. La pittura e la scultura non sono solo luogo degli occhi che guardano ma anche del desiderio di toccare e di sentire gli odori della pittura stessa. Una grande parte di questa mostra parla della pittura come qualcosa che è costruito non per essere visto, ma toccato” - dice l’artista- “Il mio rapporto con l’arte del passato è un rapporto di dipendenza dalle forme ma anche di indifferenza nei confronti del tempo: non considero mai un’opera come qualcosa di veramente antico. Si tratta di forme che continuano a esistere, e sulle quali mi misuro come corpi concreti e reali e che mi permettono di riscrivere e mettere in luce una serie di gesti che possono sembrare estinti, mentre hanno una profonda vitalità”.

Si ergono dall’ombra le pathosformeln reinterpretate dal linguaggio dell’artista a rappresentare gli assilli del presente, la duplicità e le ferite dell’uomo contemporaneo. Come conclude l’artista romagnolo: “In questo periodo l’arte necessità di un ritorno alla realtà, intesa come possibilità di confrontarsi faccia a faccia con le cose e con le immagini dopo una sorta di bulimia da schermo che lascerà delle tracce profondissime.”

 Viene ancora in mente Ibsen e le parole del vecchio di Dovre di Peer Gynt: “Pensavo davvero che il vecchio Adamo fosse stato scacciato una volta per tutte: ed ecco che ad un tratto rispunta fuori. Eh sì caro figlio, bisogna guarirti di questa cocciuta natura umana. Ti graffierò l’occhio sinistro, appena un pochino; […] ricordati che la vista è la sorgente delle lacrime, un ramo che macera e che corrode”.

 

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