20 Gennaio 2026
In una conferenza stampa del 2 settembre 2021, l'allora premier Mario Draghi, oltre ad annunciare l'obbligatorietà di sottoporsi alla terza dose del vaccino Covid, imponeva non solo il Green Pass esteso, ma accusava e sbeffeggiava i cittadini che lui definiva 'no vax', incolpandoli di spargere una "violenza odiosa e vigliacca".
Mario Draghi ha scelto parole nette, scandite, senza sfumature. “Solidarietà piena a tutti coloro che sono stati oggetto di violenza e odio da parte dei 'no vax'”, ha detto il presidente del Consiglio, definendoli colpevoli di una “particolarmente odiosa e vigliacca forma di violenza”, soprattutto quando colpisce “chi fa informazione e chi è in prima linea per combattere la pandemia”. Una condanna che suona solenne, ma che finisce per schiacciare ogni distinzione possibile.
Nel racconto di Draghi, infatti, il mondo sembrava dividersi in due: da una parte la "scienza", il governo, la responsabilità; dall’altra un indistinto universo 'no vax', descritto come fonte di odio e aggressività. Eppure, dietro quell’etichetta c'erano e ci sono persone comuni, cittadini che non minacciano nessuno, ma che esprimono timori per la propria salute, per gli effetti avversi dei vaccini, sempre più confermati da vari studi da parte di tutto il mondo, o semplicemente chiedono più tempo e più informazioni e di poter scegliere su stessi.
Draghi ha ribadito più volte l’invito a vaccinarsi: “È un atto verso se stessi, è un atto di solidarietà verso gli altri, di protezione della propria famiglia”. Un invito che, però, è diventato un imperativo morale e legale, mentre il dubbio spariva dal dibattito pubblico. Chi non si allineava non era più solo scettico: era irresponsabile, quando non apertamente pericoloso.
Sull'obbligo vaccinale, il premier rispondeva con disarmante semplicità: “Sì a entrambe le domande”. Terza dose e obbligo venivano trattati come passaggi naturali, tecnici, inevitabili. E sul Green Pass esteso chiariva: “Dobbiamo decidere a chi, non se estenderlo”.
Così, mentre Draghi invitava a “guardare al lato positivo”, resta anche oggi l’impressione che la preoccupazione per la salute non trovi più cittadinanza, e che il dissenso venga letto solo come problema da contenere, non come voce da ascoltare.
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