02 Febbraio 2026
Iran, manifestazione a Roma dei nostalgici dei Pahlavi. “La Repubblica islamica ha i giorni contati” secondo Brambilla di Carpiano – VIDEO
Il principe Reza Ciro Pahlavi, 64 anni, primogenito dell’ultimo Scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi, è pronto a tornare nel suo paese per favorire un processo di transizione democratica ed avviare relazioni stabili con altri paesi della regione, a cominciare da Israele. Lo ha annunciato, in una grande manifestazione nelle strade di Roma, dove accanto alle bandiere pre-rivoluzionarie sventolavano alcune bandiere tricolori con lo stemma sabaudo, Mariofilippo Brambilla di Carpiano, milanese, da alcuni anni vicino alla famiglia Pahlavi. Reza Ciro aveva 18 anni quando nel 1979 la Rivoluzione islamica depose suo padre costringendolo all’esilio insieme con la moglie Farah Diba. Emigrato negli Stati Uniti, dove è ancora protetto dai servizi di sicurezza, non ha mai smesso di battersi perché il suo paese possa liberarsi del regime teocratico che lo soffoca da 45 anni. Si è laureato in Scienze politiche alla Southern California, ha completato l’addestramento di pilota da caccia ed è diventato presto un punto di riferimento per gli esuli e per gli oppositori degli Ayatollah. «C’è una vasta coalizione di patrioti in patria e all’estero pronti ad agire», ha detto, mentre la moglie Yasmine Etemad-Amini ha postato su Instagram il proprio appoggio ai bombardamenti israeliani, pubblicando la foto di una scritta su un muro che diceva: «Colpiscili Israele, gli iraniani sono con te». Reza Ciro Pahlavi qualche giorno fa si era anche rivolto all’esercito e alle forze di sicurezza iraniane, con un messaggio nel quale invitava le forze armate a sollevarsi. «Questo regime e i suoi alleati corrotti e incompetenti - scriveva - non hanno a cuore né le vostre vite né il nostro Iran. Separatevi da loro e unitevi al popolo. Siamo tutti insieme in questa lotta e vinceremo». L’Iran oggi è formalmente una repubblica, ma è stata una monarchia per migliaia di anni. I giovani che vivono nel paese pensano che la parola repubblica indichi una forma di governo oppressiva, governata da teocrati che controllano ogni potere. C’è ampio spazio per un percorso verso una vera democrazia, al quale Reza Ciro vuole partecipare. Il suo desiderio, dice chi gli è vicino, non è occupare il trono di suo padre, ma contribuire ad avviare una fase costituente che stabilisca le regole. Solo successivamente si potrà magari indire un referendum per il ritorno della monarchia, con una forma di governo costituzionale che in alcuni paesi del Medio Oriente ha garantito stabilità. Tutto dipende da quello che accadrà nelle prossime settimane. In Siria la transizione tra il regime di Assad e un governo più moderato sta procedendo con difficoltà, ma va avanti. In Iran le fazioni pronte a combattersi fra loro sono ancora numerose e alla caduta degli Ayatollah potrebbe seguire un caos difficile da domare. L’appello di Reza Ciro all’esercito potrebbe favorire la caduta di Khamenei e dei suoi complici, ma non è detto che i militari arrivati al potere lo cedano poi volentieri. Intanto si mobilita anche il mondo della cultura. Attivisti e intellettuali iraniani hanno pubblicato un appello su Le Monde per chiedere la fine delle ostilità. Tra i firmatari ci sono persone coraggiose: Narges Mohammadi, eroina dell’opposizione al regime ancora reclusa nel terribile carcere di Evin a Teheran, e Shirin Ebadi, giurista, avvocatessa e attivista per i diritti umani. Entrambe hanno ricevuto il Nobel per la Pace nel 2003. Hanno aderito all’appello anche i registi Mohammad Rasoulof, condannato a otto anni di reclusione, fustigazione e sequestro dei beni per il film The Seed of the Sacred Fig, e Jafar Panahi, vincitore della Palma d’Oro a Cannes con It Was Just an Accident, che ha girato con mezzi di fortuna per il divieto imposto dal regime al suo lavoro. Chiedono la fine dei massacri dei civili, l’uscita di scena in Iran dei «dirigenti attuali» e la transizione verso la democrazia difendendo l’integrità territoriale del Paese e l’autodeterminazione del suo popolo. Di Andrea Cianferoni
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