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Elena Basile alla presentazione del suo libro "Approdo per noi naufragi" dichiara: "CIA e Mossad alimentano le turbolenze in Iran"

Elena Basile, diplomatica, ha rilasciato un'intervista a Il Giornale d'Italia, in occasione della presentazione del suo libro "Approdo di noi naufraghi" alla Feltrinelli di Viale Sabotino, mettendo a fuoco il ruolo dell'Occidente nelle turbolenze in Iran

29 Gennaio 2026

Elena Basile, diplomatica e autrice, ha rilasciato un'intervista a Il Giornale d'Italia in occasione della presentazione del libro "Approdo di noi naufraghi", di cui lei è autrice, in un dialogo con Moni Ovadia alla Feltrinelli di Viale Sabotino con la moderazione di Luca Greco, direttore de Il Giornale d'Italia, e Alfredo Tocchi, avvocato e editorialista de Il Giornale d'Italia. Nell'intervistata ha messo a fuoco il ruolo dell'Occidente nelle turbolenze in Iran.

Da dove nasce questo libro?

Dal fatto che ho sentito l'esigenza di una riflessione unitaria che potesse portare tutti i segmenti del dissenso (che sono tanti, dai partiti in Parlamento a quelli fuori) a riflettere su una direzione di marcia. Solo se questo dissenso si unisce e quindi si mette d'accordo su alcuni temi fondamentali (tipo il dibattito che c'è nella sinistra tedesca: Stato nazionale, uscita dalla Nato, Europa), soltanto in questo modo possiamo cercare di essere più influenti, di avere la possibilità di costruire la pace e di non perdere lo Stato sociale.

Qual è il messaggio che vorrebbe passasse grazie alla lettura di questo libro?

L'unità, l'esigenza che, sebbene esistano diverse sensibilità e diverse identità, in questo periodo cruciale dobbiamo essere d'accordo tutti sul fatto che le guerre vadano combattute, in particolare la guerra in Ucraina, che utilizza un popolo di ragazzi, di poveri ragazzi che muoiono al fronte per una guerra di dominio contro la Russia, contro il genocidio di Gaza naturalmente, e per un'Europa differente che abbia il bene comune davanti, che pensi allo Stato sociale, a quell'uguaglianza sociale che è un ideale non ancora scomparso e che va coniugato naturalmente con la libertà.

Qual è la vera situazione in Iran?

Io sono stata 12 giorni in Iran e non mi reputo un'esperta del paese; ovviamente è un paese di grande complessità con una storia millenaria. Quello che voglio dire è che è vergognoso che la diaspora iraniana possa ancora sostenere il figlio di un dittatore che ha regnato in Iran, come sappiamo, con una polizia segreta, la SAVAK, una sorta di Gestapo che terrorizzava veramente la società civile. Credo che sia anche vergognoso che l'Occidente possa appoggiare un regime change che ha significato operazioni dall'interno (Kurdi, le milizie curde pilotate dall'estero, i mujahedin che venivano considerati un gruppo terrorista, il MEK) ed anche, insomma, proteste che potevano essere pacifiche e che erano state ammesse dal potere politico. Quando ero lì, tutti i rappresentanti del potere politico avevano detto: «La gente ha ragione, c'è un'economia strozzata, ma guardate un po' da chi è strozzata: l'Occidente». C'erano state delle manovre di Trump per far cadere il rial e far arrivare l'inflazione al 50%. Quindi, su queste proteste si è poi innescato un regime change con agenti stranieri che, secondo me, hanno contribuito ai morti. I morti sono responsabilità del governo teocratico che si è assunto appunto la responsabilità della repressione, ma io credo che anche uno Stato democratico, assalito da gruppi di terroristi guidati dall'estero, un paese sotto attacco straniero, avrebbe probabilmente reagito allo stesso modo. Perché lo Stato detiene la forza legittima e non può tollerare insurrezioni armate. Vedo che la stampa occidentale è, come sempre, molto parziale: è ritornata alla retorica del liberal order. Mentre credo che oggi la responsabilità verso il popolo iraniano implichi innanzitutto un dire no a un regime change, dire no a un attacco israelo-americano, dire no alle sanzioni che stanno affamando un popolo e togliendo le medicine ai malati. Questo, se vogliamo uscire da quell'ipocrisia del liberal order che Mark Carney, il primo ministro canadese, ha già denunciato a Davos.

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