17 Marzo 2026
Vaccino, fonte: LaPresse
Il più ampio e approfondito studio finora condotto sulla relazione esistente tra alcuni vaccini comuni e il rischio di demenza, realizzato nel Regno Unito tra il 1988 e il 2018 con il coinvolgimento di 13,3 milioni di adulti di età pari o superiore ai 50 anni privi di demenza, ha evidenziato i seguenti risultati: gli adulti vaccinati con i vaccini coinvolti nello studio presenterebbero un rischio significativamente maggiore di sviluppare effetti avversi legati all'infermità mentale anche dopo 10 anni dall'inoculazione. La probabilità di contrarre una forma di demenza è maggiore del 38%, e aumenta fino al 50% nel caso specifico del morbo di Alzheimer.
Il rischio di manifestare effetti avversi aumenta con il numero di dosi ricevute, resta elevato per un intero decennio ed è particolarmente marcato dopo le vaccinazioni influenzali e pneumococciche. Inoltre, a ogni livello di aggiustamento statistico il segnale non diminuisce: al contrario, diventa più chiaro, consistente e difficile da ignorare.
Significativo è che queste associazioni sembrano persistere in modo stabile e significativo anche a seguito dell'aggiustamento di una "gamma insolitamente alta" di potenziali variabili di confondimento - ovvero condizioni o caratteristiche che potrebbero alterare l’interpretazione del risultato - tra cui età, sesso, stato socioeconomico, indice di massa corporea (IMC), fumo, disturbi legati all’alcol, ipertensione, fibrillazione atriale (FA), insufficienza cardiaca, malattia coronarica, ictus/attacco ischemico transitorio (TIA), malattie vascolari periferiche, diabete, malattie renali e epatiche croniche, depressione, epilessia, morbo di Parkinson, cancro, trauma cranico, ipotiroidismo, osteoporosi e decine di farmaci, dai FANS (farmaci anti-infiammatori non steroidei) e oppioidi a statine, antiaggreganti piastrinici, immunosoppressori e antidepressivi.
Un primo modello ha dimostrato che gli adulti che hanno ricevuto alcuni comuni vaccini (influenza, pneumococco, herpes zoster, tetano, difterite, pertosse) presentavano un aumento del 38% del rischio di sviluppare una qualsiasi forma di demenza. Questo dato da solo smentisce la tesi secondo cui "i vaccini proteggono il cervello", ma i risultati più approfonditi sono ben peggiori in merito al possibile sviluppo di effetti avversi. Nascosto nelle tabelle supplementari emerge infatti un risultato ancora più scioccante, ovvero che l'associazione è addirittura più forte nel momento in cui si concentrano le analisi specificamente alla malattia di Alzheimer, arrivando a un 50% di probabilità in più di sviluppare il morbo. Ciò indica che l'effetto non è casuale, bensì che l'associazione si intensifica per il sottotipo di demenza più devastante.
Un altro segnale fortemente incoerente con un semplice "bias" è la correlazione tempo-risposta. Il rischio più elevato di demenza si verifica 2–4,9 anni dopo la vaccinazione; rischio che poi si attenua lentamente ma non torna mai al livello di base, rimanendo elevato in tutti gli intervalli di tempo. Dopo 12,5 anni, il esso è ancora significativamente elevato, il che segnala una persistenza incompatibile con un "bias di rilevazione" a breve termine e indicativa di un impatto biologico di lunga durata. Questo andamento è quello che ci si aspetta da un fattore scatenante biologico con conseguenze neuroinfiammatorie o neurodegenerative a lunga latenza. Applicando infatti un intervallo decennale, inteso a eliminare il bias di rilevazione precoce, il rischio elevato di sviluppare effetti avversi persiste, ragion per cui, se si trattasse semplicemente di "persone che vedono i medici più spesso e vengono diagnosticate prima", l’associazione dovrebbe scomparire con la correzione del lungo intervallo.
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