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Meloni sospesa tra Trump e le urne: il doppio gioco della premier nel corridoio stretto del potere, il ruolo di Sergio Mattarella

Retroscena esclusivo: tra l’ombra di Donald Trump e il referendum che si trasforma in giudizio politico, Giorgia Meloni costretta a un doppio registro tra diplomazia atlantica e mobilitazione interna

16 Febbraio 2026

Meloni sospesa tra Trump e le urne: il doppio gioco della premier nel corridoio stretto del potere, il ruolo di Sergio Mattarella

Trump e Meloni, fonte: imagoeconomica

C’è una parola che descrive meglio di ogni altra la fase di Giorgia Meloni: adattamento. Non è più il tempo delle scelte muscolari, delle frasi scolpite nel marmo. È il tempo delle sfumature, dei silenzi calibrati, delle presenze centellinate. E chi la conosce racconta che mai come ora la premier pesa ogni passo come se il terreno potesse cedere da un momento all’altro.
Il fronte esterno si chiama Donald Trump. A Palazzo Chigi sanno bene che con il tycoon nulla è definitivo: oggi alleato strategico, domani interlocutore spigoloso. Per questo la linea è chiara: mantenere un canale privilegiato con Washington senza incrinare l’asse europeo. Una diplomazia a incastro che obbliga la premier a muoversi tra dichiarazioni pubbliche prudenti e messaggi privati molto più netti.
Il cortocircuito si è visto quando da Berlino Friedrich Merz ha marcato le distanze dall’universo MAGA, parlando di divergenze culturali tra Europa e Stati Uniti. A Roma nessuno ha gradito il tono. Ufficialmente nessuna polemica, ufficiosamente irritazione. Perché ogni parola tedesca rischia di stringere il corridoio in cui Meloni sta cercando di restare centrale.
Nel dossier più delicato, quello del cosiddetto Board internazionale, la premier ha scelto la via dell’interpretazione costituzionale, richiamando l’articolo 11. Una mossa che ha richiesto più di una telefonata istituzionale e che ha tenuto in costante aggiornamento il Quirinale di Sergio Mattarella. La soluzione dell’“osservatore” è stata studiata come compromesso tecnico, ma politicamente è dinamite: l’opposizione la descrive come ambiguità, i partner europei come eccesso di prudenza.
Nel frattempo, l’America invia segnali contrastanti. Alla Conferenza di Monaco il volto rassicurante è stato quello di Marco Rubio, molto più dialogante rispetto al passato. Ma resta l’incognita dell’ala dura, incarnata da figure come JD Vance, che un anno fa aveva fatto saltare i nervi agli europei. Palazzo Chigi monitora, filtra, seleziona interlocutori. È un lavoro di cesello continuo.
Se all’estero serve cautela, in patria la musica cambia. Il referendum sulla separazione delle carriere sta scivolando verso una personalizzazione che Meloni non voleva. L’esempio che aleggia nei corridoi è quello di Matteo Renzi e del 2016: trasformare una riforma in un voto su se stessi può essere letale.
Eppure i sondaggi interni raccontano una dinamica preoccupante: il fronte del No si è compattato e punta tutto sulla mobilitazione. Il centrodestra, invece, rischia di sedersi. È qui che la premier deve cambiare registro. Niente più prudenza, niente più distanza tecnica dal quesito. Servirà metterci la faccia, scuotere l’elettorato, trasformare un voto complesso in una battaglia identitaria.
In caso di sconfitta, nessuno immagina dimissioni. Ma l’effetto politico sarebbe pesante: agenda rallentata, riforme congelate, alleati nervosi. Al contrario, una vittoria darebbe ossigeno e riaprirebbe il cantiere del premierato e della legge elettorale.
Il vero retroscena è questo: Meloni oggi recita due parti opposte. All’estero deve rassicurare, smussare, mediare. In Italia deve polarizzare, motivare, dividere. Due registri incompatibili, ma entrambi indispensabili. È un equilibrio sottile, che richiede nervi saldi e grande disciplina politica.
La premier lo sa: la stagione dell’opposizione è finita da tempo. Ora ogni scelta lascia un segno, ogni esitazione viene amplificata. Tra Trump e le urne, il filo su cui cammina non ammette distrazioni. E il margine d’errore, questa volta, è ridotto al minimo.

Di Eric Draven

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