14 Febbraio 2026
Avvocato Angelo Greco (Instagram @angelogrecoofficial)
Il Referendum della Giustizia è uno dei temi più caldi delle ultime settimane. Il 22 e il 23 marzo i cittadini saranno chiamati alle urne per votare in merito alla riforma della Giustizia italiana, in particolare andando a decidere sulla possibile separazione delle carriere dei magistrati. Questo è il punto su cui si dibatte in maniera costante sia in tv che sui social, tra chi sostiene le ragioni del No e quelle del Sì.
Se vincesse il Sì, si creerebbero due percorsi distinti per i magistrati, che non potrebbero più passare dalla funzione requirente (il Pm) alla funzione giudicante (il giudice) e viceversa. Di conseguenza si andrebbero a creare anche due Consigli Superiore della Magistratura (CSM) separati, entrambi sottoposti ad una Alta Corte: questo tribunale speciale si occuperebbe esclusivamente delle questioni disciplinari, separandole dalla gestione amministrativa delle carriere.
Stando a quanto emerso dagli ultimi sondaggi, le due opzioni sono per ora distanti di pochi punti percentuali. In caso di bassa affluenza (al 46,5%) vincerebbe il No con il 51,1% dei voti, mentre se l'affluenza fosse alta (intorno al 58,5%), il Sì sarebbe in vantaggio con una percentuale del 52,6%.
Il Giornale d'Italia ha intervistato in merito Angelo Greco, avvocato, scrittore, giornalista, imprenditore e volto noto dei social, sui quali conta oltre 3 milioni di follower. L'avvocato Greco ha spiegato l'importanza del referendum, andando a sottolineare quali siano i principali punti portati avanti dai sostenitori del Sì e del No, ragionando anche sull'eventuale ruolo della politica qualora la separazione delle carriere dovesse diventare realtà.
Il dibattito negli ultimi giorni è sempre più polarizzato tra Sì e No, ma quali sono le ragioni dei due schieramenti?
L’obiettivo dichiarato dai sostenitori è quello di garantire una figura di magistrato che sia realmente sopra le parti, mentre chi si oppone teme che questa scelta possa esporre la magistratura a un controllo eccessivo da parte della politica.
Chi sostiene il Sì afferma che la riforma porterebbe imparzialità al sistema giudiziario italiano, rendendolo più trasparente e moderno e garantendo che ogni sentenza sia frutto di un giudizio libero da ogni condizionamento.
Ad oggi, il sistema italiano prevede che un magistrato possa iniziare la sua attività come accusatore e poi passare a svolgere il ruolo di giudice. Questo meccanismo può creare un senso di appartenenza comune tra chi conduce le indagini e chi deve poi valutare le prove in aula. Chi vota Sì sostiene che questa distinzione aumenterà la tutela dei diritti individuali, poiché riduce sensibilmente la probabilità che avvengano errori giudiziari. Separando le carriere il giudice avrebbe un reale distacco dai pm.
I sostenitori del No evidenziano invece come l’indipendenza della magistratura sia un elemento che spesso disturba la politica e che questa proposta rischi di rompere un equilibrio fondamentale, andando a decidere se chi indaga debba restare ancorato alla cultura del giudizio o diventare uno strumento sotto il controllo, diretto o indiretto, del potere esecutivo.
Secondo chi vota No, esisterebbe il pericolo che la giurisdizione debba uniformarsi all’indirizzo di chi vince le elezioni. In questo senso, la riforma sembra voler abolire la separazione dei poteri, rendendo la magistratura un organo che non deve più solo applicare la legge, ma seguire la volontà della maggioranza di turno. Inoltre, se le carriere si separano, il pubblico ministero rischia di trasformarsi in un “super poliziotto” o in un accusatore puro, privo di quel senso di equilibrio che deriva dall’appartenenza a un ordine comune con chi giudica.
Perché è così importante questo referendum?
Perché da questo dipende molto spesso, almeno così si ritiene, l'imparzialità della magistratura.
I pubblici ministeri vengono spesso additati come responsabili di indagini che molto spesso non portano a nulla di fatto. Secondo i promotori del Sì, il Pubblico Ministero utilizza spesso le indagini per fare carriera e quando si vuole necessariamente colpire il centro del bersaglio, più frecce si hanno, meglio è. Quindi chiaramente più inchieste si aprono, più c'è possibilità che una di queste arrivi al risultato. Ecco perché molto spesso si fanno indagini, si danno avvisi di garanzia a persone anche sulla base di semplici indizi e non di prove.
C'è poi un altro argomento molto importante. Io ho scritto un libro sui testimoni di giustizia (, quelle persone che hanno assistito a un crimine o che sono vittime e che poi decidono di denunciare. Molti di questi corteggiati dai pubblici ministeri che volevano portare avanti l'indagine, hanno ricevuto promesse di grandi benefici, di programmi di protezione che poi non sono mai stati rispettati, con buona pace ovviamente della loro serenità. Molti di questi sono stati uccisi, altri sono stati abbandonati dalle famiglie, altri hanno dovuto fare una vita meschina.
La conseguenza quindi è chiara, secondo chi sostiene il Sì il Pubblico Ministero ha un obiettivo personale e seppur dovendo essere un giudice, almeno secondo il dettato della nostra Costituzione, finisce per essere un avvocato di controparte. I promotori del Sì dicono quindi giustamente, a mio avviso giustamente, che allora tanto vale che sia davvero un avvocato di controparte: se il Pubblico Ministero di fatto è diventato soltanto uno che accusa e non uno che controlla anche le prove a favore dell'imputato, tanto vale che faccia un percorso autonomo.
Cosa comporterebbe la selezione di alcuni componenti del CSM per sorteggio?
Secondo gli esponenti del Sì, sorteggiando i membri dei due CSM si eliminerebbero le correnti interne e il loro potere, andando ad eliminare i gruppi che influenzano le carriere, le nomine dei dirigenti e le decisioni dell’organo di autogoverno. Eliminandole, si eviterebbe che chi non appartiene a nessuna corrente venga penalizzato.
Il No sostiene invece che il sorteggio toglierebbe ai magistrati il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Inoltre, mentre i magistrati verrebbero scelti dal caso, i membri laici (quelli indicati dal Parlamento) vedrebbero rafforzato il loro legame con la politica. La rosa dei nomi tra cui sorteggiare i laici sarebbe inevitabilmente vicina alla maggioranza parlamentare, consegnando di fatto il controllo dell’organo di governo ai partiti.
In merito alla preoccupazione che i Pm possano venire assoggettati al potere esecutivo, secondo lei esiste questo rischio?
Io personalmente non vedo alcun pericolo che la politica possa interferire. Questo per la semplice ragione che la composizione del CSM è identica, cambia soltanto il fatto che i componenti vengono estratti a sorte, ma questo ancora di più rende imparziale la nomina e la scelta dei soggetti.
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