25 Marzo 2026
Filippo Casagrande, Chief of Investments di Generali Investments
Il quadro di inizio 2026 è stato stravolto dal conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran. L'escalation ha colpito il cuore energetico del Golfo Persico, mettendo a rischio lo Stretto di Hormuz. Il Brent ha superato i 100 dollari, con picchi di 120, segnando un rialzo del 70% da inizio anno. Questo shock è paragonabile alle grandi crisi petrolifere del secolo scorso e colpisce duramente l'Asia e l'Europa, quest'ultima già indebolita da scorte di gas esigue dopo un inverno rigido.
Sebbene le stime ufficiali per il 2026 prevedano ancora una crescita (+1,2% Eurozona, +2,5% USA), il caro petrolio minaccia il potere d'acquisto e i consumi. La BCE ipotizza che prezzi stabili sopra i 115 dollari possano tagliare fino a un punto di PIL entro il 2027. Se il greggio dovesse spingersi verso i 140-150 dollari, il rischio di una recessione globale diventerebbe concreto, annullando i segnali positivi emersi dagli indici di fiducia di inizio anno.
L'energia, che aveva favorito il calo dei prezzi nel 2025, è tornata a essere un fattore inflattivo. Il rischio principale è la trasmissione del rincaro ai beni alimentari e ai trasporti (effetti di secondo livello). Negli scenari più avversi, l'inflazione nell'Eurozona potrebbe risalire sopra il 4%, rendendo strutturale uno shock che si sperava temporaneo e complicando il lavoro delle banche centrali nel riportare i prezzi al target del 2%.
Il conflitto ha gelato le aspettative di tagli ai tassi. La Fed rimane alla finestra, ma il mercato non sconta più riduzioni, ipotizzando anzi un possibile ritocco all'insù. La BCE ha subito il mutamento più drastico: se a febbraio si attendevano tagli, ora il mercato sconta tre rialzi entro fine anno per ancorare le aspettative di inflazione, accettando il rischio di frenare ulteriormente la crescita economica.
Le borse europee hanno azzerato i guadagni annui con cali vicini al 10%, mentre Wall Street resiste meglio grazie all'indipendenza energetica statunitense. Sorprende l'oro, che ha subito un forte ribasso (da 5300 a 4500 dollari) a causa delle prese di profitto e del rialzo dei tassi reali. Sul fronte obbligazionario si assiste a un "bear flattening", con i tassi a breve scadenza che corrono più dei lunghi, riflettendo il timore di strette monetarie imminenti.
In questa fase di estrema incertezza, la parola d'ordine è prudenza. Casagrande suggerisce di ridurre i pesi attivi e sfruttare i rimbalzi per alleggerire il rischio. Sull'obbligazionario si mantiene una posizione neutrale sulla durata (duration), preferendo i titoli "inflation-linked" finché i prezzi energetici restano alti. Per l'azionario, si consiglia un approccio bilanciato e l'uso di opzioni per proteggersi dalla volatilità o puntare su eventuali recuperi senza esporsi eccessivamente.
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