19 Gennaio 2026
Luca Finà, ead of Active Equity di Generali Asset Management
Secondo Luca Finà, Head of Active Equity di Generali Asset Management, il settore tecnologico resta uno dei principali motori di crescita del mercato statunitense, ma il 2026 richiederà un approccio più selettivo. Pur in assenza delle condizioni tipiche di una bolla, valutazioni elevate, aumento dell’indebitamento e investimenti massicci in AI rendono cruciale la scelta delle singole società.
“Rimaniamo positivi sul settore tecnologico, particolarmente in America dove il comparto contribuisce per circa 40% degli utili per azione (EPS) dell’S&P500 e ha stime di crescita nel 2026 di circa il 17% contro circa il 12% del resto dell’indice. Al tempo stesso siamo però convinti che nel corso del 2026 le società dovranno chiarire meglio agli investitori alcuni temi critici come i ritorni sul capitale impiegato, maggiore visibilità sul “circular capex” e sulla finanziabilità degli investimenti. È presto per dire se il settore manterrà la leadership per tutto il 2026, ma è comunque ragionevole pensare, come già successo quest’anno, che la selezione delle singole società all’interno del settore sarà fondamentale per la performance in quanto la dispersione nei ritorni rimarrà anche nel corso del prossimo.
Nonostante una gran parte dei settori del mercato beneficeranno degli effetti positivi dell’adozione dell’AI, riteniamo, al di fuori del settore tecnologico, che Utilities e Industriali, soprattutto quelli legati allo sviluppo delle reti e quelli relativi alla costruzione di data center e i farmaceutici, grazie a una più veloce scoperta e approvazione di nuovi farmaci, possano essere quelli con maggiore impatto positivo nel breve e medio periodo.
Da un punto di vista storico, il settore negli USA tratta a multipli elevati, quasi 30x il rapporto prezzo/utili (PE) contro una media storica degli ultimi 20 anni di circa il 20x. Riteniamo che sia difficile ipotizzare un’espansione del multiplo da questi livelli. Ma i tassi di crescita registrati in questi ultimi anni li hanno fino ad oggi giustificati come appare più visibile qualora considerassimo il rapporto prezzo/utili aggiustato per la crescita (PEG) al posto del più comune PE.
Se confrontiamo le condizioni attuali con quelli della bolla scoppiata nel Marzo 2000 possiamo constatare che la situazione è significativamente diversa. Prima del crollo, il Nasdaq aveva un multiplo PE di c.65x contro il c.30x attuale, la performance dei due anni precedenti era stata quasi del 200%, contro circa il 65% attuale e l’atteggiamento della Federal Reserve in tema di politica monetaria era molto diverso da quello di oggi. Pertanto, pur registrando una valutazione elevata, non riteniamo, sussistano le condizioni per definirla una bolla.
Cresce però l’attenzione all’indebitamento per finanziare i data center e le infrastrutture per l’AI. Questo è un tema apparso nel corso del 2025 attirando la preoccupazione degli investitori. Le stime ci dicono che gli hyperscalers abbiano emesso oltre $170 miliardi di debito nel 2025 e questi numeri sono destinati a salire nel 2026 in linea con la crescita del capex. Nonostante la posizione finanziaria soprattutto di alcuni sia ancora molto solida, quest’anno è emerso chiaramente che i free cash flows generati non saranno per tutti sufficienti a finanziare gli investimenti. Queste emissioni hanno contribuito ad aumentare la capex delle società tecnologiche che si stima arriverà a circa il 4.5% del GDP americano il prossimo anno.
Pur essendo positivi, rimaniamo selettivi nel settore preferendo, almeno per la prima parte dell’anno, il segmento dei semiconduttori, quello degli hyperscalers e, nella componente software, soprattutto il segmento della cyber-sicurezza.”
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