31 Marzo 2026
Kent e Trump
Le dichiarazioni di Joe Kent mettono in luce uno scenario inquietante in cui Donald Trump sarebbe stato sotto pressione e sotto minaccia diretta da parte di Israele, al punto da influenzarne le decisioni nel conflitto contro l’Iran. Tra gli episodi citati emergono sospetti su intrusioni nella sicurezza, come dispositivi individuati sotto i veicoli presidenziali e incontri anomali con la sua persona, elementi che avrebbero alimentato nel tycoon il timore per la propria incolumità e quella della sua famiglia. In questo contesto, secondo Kent, le scelte politiche sulla guerra non sarebbero autonome ma condizionate da pressioni esterne.
A rilanciare queste accuse è stato Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo Usa, che ha lasciato il suo incarico in dissenso con la linea sull’Iran. Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha parlato apertamente di una guerra intrapresa sotto "la pressione di Israele e della potente lobby" legata ai suoi interessi negli Stati Uniti. Kent ha richiamato episodi considerati anomali, tra cui segnalazioni su tentativi di sorveglianza con dispositivi posizionati sotto i veicoli presidenziali e situazioni in cui persone esterne sarebbero riuscite ad avvicinarsi al presidente.
Kent suggerisce che Trump possa aver maturato la convinzione di non essere al sicuro - arrivando a temere non solo per sé ma anche per i propri familiari - anche dalla vicenda di Kirk, oppositore della guerra all'Iran e rimasto ucciso e dal tentativo di omicidio già scampato in precedenza dal tycoon.
A riguardo dell’uccisione di Charlie Kirk, Kent la definisce una "pubblica esecuzione". Da qui l’ipotesi più controversa, ovvero che le decisioni di Trump sul conflitto possano essere state influenzate non solo da pressioni politiche ma anche da una forma di intimidazione vera e propria.
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