31 Marzo 2026
No Kings Fonte: X @EFEnoticias
C’è un’intuizione radicale, teatrale e politica insieme, che attraversa il lavoro di Carmelo Bene, in particolare nel suo adattamento del Riccardo III di Shakespeare. Bene toglie Riccardo III dalla scena per mostrare il meccanismo del potere: finché c’è un Re in scena lo spettatore continuerà a credere che il potere risieda in lui. Continuerà a credere che basti sostituire l’attore per cambiare la trama.
È un’illusione necessaria. E utile. Per il Potere.
Perché il Sovrano non è l’agente del potere, ma il suo alibi. E più il pubblico lo odia, più il dispositivo funziona: l’odio per il Re è il modo più efficace per non vedere il trono e le sue dinamiche.
Non è un caso che in Riccardo III il mostro sia così esibito, così teatrale, così visibile. Shakespeare sembra suggerire che il problema non sia il tiranno, ma la scena che lo produce e lo rende necessario. Il Re è la maschera. Il potere è altrove.
Applicata alla politica contemporanea, questa intuizione è insieme formidabile e devastante. Se si rimuovono il Presidente, il Primo ministro, il Generale dalla scena, ciò che resta non è la pace, ma la guerra nella sua essenza strutturale: un processo automatico, impersonale, che si riproduce indipendentemente da chi occupa il vertice.
Torna alla mente Brecht: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.” Ma oggi il problema si pone in forma ancora più radicale e l’assunto brechtiano si potrebbe tradurre in sventurata la terra che ha bisogno di un nemico, con un volto, perché quel volto è esattamente ciò che impedisce di vedere i meccanismi che la governano.
È dentro questo schema che va letto il proliferare delle piazze occidentali, compresa quella italiana, raccolte attorno allo slogan “No Kings”.
Uno slogan apparentemente innocuo. E proprio per questo perfetto.
“Nessun Re”: ma chi è il Re? Trump? Netanyahu?
Il punto è che non lo sono. Non nel senso in cui lo slogan pretende di suggerire. Non sono corpi estranei al sistema: sono funzionali. Variabili di una stessa equazione. E allora il problema non è solo politico, ma anche semantico.
“No Kings” non indica un bersaglio: lo dissolve. Trasforma la protesta in un contenitore vuoto, riempibile a piacere. Un dispositivo simbolico che consente a chiunque — anche a chi ha sostenuto e sostiene le stesse politiche che la piazza denuncia e attacca — di scendere in piazza senza contraddirsi davvero.
Se si fosse gridato contro il riarmo, contro la subordinazione strategica, contro l’economia di guerra, molte presenze “trasversali” sarebbero risultate improvvisamente incompatibili. Perché su questi temi il consenso è strutturale, continuo, bipartisan. I numeri parlano chiaro: la spesa militare cresce con ogni governo, i contratti si moltiplicano, le alleanze restano intatte. Cambiano i nomi, non la direzione.
Il Re non guida la macchina. È la macchina che guida il Re.
Louis Althusser avrebbe detto che il Re è un Apparato Ideologico di Stato ambulante: serve a personalizzare ciò che è strutturale, a rendere umano ciò che è sistemico, a far sembrare contingente ciò che è necessario. E la visione di Guy Debord completa il quadro: “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone mediato dalle immagini” Il Re è una di quelle immagini. Serve a rendere visibile, e quindi odiabile, ciò che altrimenti sarebbe intollerabile nella sua impersonalità.
Ecco perché lo slogan funziona: colpisce un simbolo, un fantoccio e lascia intatto il meccanismo. Non reprime il dissenso, lo organizza. Non lo spegne, lo incanala.
Lo rende compatibile. Un perfetto lavoro di gatekeeping politico.
Nel frattempo, la guerra continua a funzionare come sistema: catene logistiche, apparati industriali, algoritmi decisionali, protocolli operativi. Non serve una volontà sovrana per attivarla. Serve solo che il dispositivo resti in piedi. E resta in piedi proprio perché si continua a cercare il Re.
È la lezione che Pier Paolo Pasolini aveva già formulato con chirurgica precisione negli anni Settanta: il nuovo potere non ha bisogno di volti riconoscibili, non si lascia incarnare, non offre un bersaglio. “Il potere reale è senza volto.”
Una piazza che continua a cercarne uno è inevitabilmente condannata alla sconfitta. Una piazza realmente antagonista dovrebbe avere il coraggio di fare un passo ulteriore: non chiedere la sostituzione del sovrano, ma mettere in discussione il trono. Non il volto del potere, ma la sua struttura. Non attaccare solo chi comanda, ma attaccare e rendere esplicito ciò che rende il comando possibile.
Perché togliere il Re dalla scena — questo Carmelo Bene lo aveva colto in modo magistrale — non è solo un gesto simbolico. È un atto rivelatore e politico. Significa costringere lo spettatore a vedere ciò che il protagonista nasconde: la macchina, il dispositivo, la trama che si ripete indipendentemente dagli attori.
Gridare “No Kings”, invece, rischia di fare l’opposto: preparare la prossima replica, con un nuovo attore e la stessa identica regia. Il Re può cadere. Il trono no.
Di Marco Pozzi
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