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“Homo faber benzinae suae”, ovvero come Juan Carlos Pino, un cubano con la terza media ha cestinato la logica imperialista

Tecniche di sopravvivenza nella Cuba dolorante del terribile embargo trumpiano

31 Marzo 2026

“Homo faber benzinae suae”, ovvero come Juan Carlos Pino, un cubano con la terza media ha cestinato la logica imperialista

Fonte: Facebook, @Juan Carlos Pino

L’uomo, fin dai suoi primordi, ha sempre bramato il dominio. Sulle forze della natura che andava assoggettando e incanalando, sulle scoperte che a ritmi alterni andava collezionando, sulla furbizia sua propria come sulle coscienze più deboli. Coloro che dalla storia hanno ottenuto meriti e rispetto spesso sono coloro che, alimentando il proprio ascendente, allo stesso modo alimentarono il desiderio di far proprie certe istituzioni, certe specifiche concezioni, come anche certe risorse materiali, introducendo così un elemento fondamentale per il mantenimento di quel predominio di cui, faticosamente o inettamente, furono investiti: il monopolio. Una struttura sinistra e ingombrante, eppur talmente ripresa a modello da divenire scontata. Un meccanismo così imponente da proiettare la sua ombra, che potremmo definire titanica, nel vivere odierno delle nazioni. Vi sono forme notoriamente esplicite di monopolio – tale è quello che lo Stato italiano esercita su beni quali il tabacco – come anche forme di monopolio imposte dal correre del tempo e ben più determinanti, seppur nella maggior parte dei casi aleatorie, e tale è il nostro caso. La sfacciata potenza statunitense, prima seguace di questa logica primitiva, non smette mai di stupire per la sua prepotenza applicata nei confronti di chi non accetta il suo monopolio. E’ ormai da gennaio che il colosso militare ha imposto il divieto di fornitura di petrolio grezzo verso il suo tradizionale rivale caraibico, la nazione cubana. Questo petrolio era solito provenire dal Venezuela, occupato pochi giorni prima del taglio energetico. Tuttavia, laddove la forza pretende di sostituirsi alla necessità e la necessità alla libertà, accade talora che l’uomo - spogliato d’ogni mezzo, nudo ma germinante di idee - torni a ciò che realmente lo definisce: il fare. Non più il dominio, ma la sopravvivenza; non più l’imposizione, ma l’invenzione. In un remoto angolo dell’isola cubana, nel modesto abitato di Aguacate, si erge così la semplice e fastidiosa figura di Juan Carlos Pino, meccanico cinquantaseienne, uomo di scuola incompiuta eppure di raro acume, il quale — privo dei raffinati strumenti della tecnica moderna ma abbondante di memoria — ha compiuto un gesto che possiamo definire, nel suo piccolo, rivoluzionario. Egli, dinanzi al venir meno del carburante — divenuto ormai bene di lusso, razionato dallo Stato e venduto clandestinamente a prezzi sei volte superiori a quelli ufficiali — non si è abbandonato a quella rassegnazione che è condizione tipica dell’uomo comune, ma ha esibito la propria capacità. Rispolverando una Fiat Polski del 1980, reliquia d’un’epoca che già fu di privazioni, e l’ha trasformata in un congegno nuovo: una bombola esausta, un coperchio metallico adattato, un filtro composto di stoffe riutilizzate — elementi che da materiali di scarto sono divenuti fattori vitali. Ne è nato un sistema capace di generare gas dalla combustione del carbone vegetale e di convogliarlo nel cuore pulsante del motore, restituendo movimento proprio laddove il monopolio aveva imposto immobilità. E così quell’automobile, che secondo le leggi del mercato e della geopolitica avrebbe dovuto tacere, percorre oggi le strade polverose a settanta chilometri orari, spingendosi per decine e decine di chilometri, come a smentire — con il semplice rombo d’un motore imperfetto — l’autorità imperialista. Ciò che più colpisce è tuttavia, in questa vicenda, non tanto l’invenzione in sé, quanto la sua genesi morale. Poiché Pino non è figlio dell’accademia, né discepolo d’istituti tecnici: egli è, piuttosto, erede d’una tradizione orale, d’un sapere trasmesso da uno zio che, decenni addietro, osservò simili marchingegni in tempi di guerra e di carestia. Un’idea, dunque, rimasta latente finché la storia, con la sua consueta brutalità, non ha fornito il combustibile. E qui si compie il parallelismo più alto, poiché in quest’uomo, che salda ferraglia e ricorda vecchie istruzioni, rivive — inconsapevole eppur fedele — l’ideale di Leon Battista Alberti, il quale esortava non già al mero contemplare, ma allo stare facendo: a quell’operosità continua che sola consente all’uomo di elevarsi sopra la situazione. Dirò quindi al lettore che Juan Carlos Pino, nella sua officina improvvisata, incarna così il paradigma dell’homo faber fortunae suae: non attende la sorte, non la subisce, ma la costruisce — pezzo dopo pezzo, errore dopo errore. E’ questa l’industriosità capace di invertire le condizioni dei tempi peggiori.

Di Raimondo Maria Prati

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