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Anna Foa: “Il suprematismo sionista si scaglia contro tutti”; l’IDF invade il Libano e la Knesset proclama la pena di morte

L'esercito e la polizia israeliani, dice Foa, sono "pieni di fanatici" che lei stessa definisce con termine storico "zeloti". E la storia insegna cosa fanno gli zeloti: distruggono tutto, a cominciare da se stessi

31 Marzo 2026

Anna Foa: “Il suprematismo sionista si scaglia contro tutti”; l’IDF invade il Libano e la Knesset proclama la pena di morte

Netanyahu Knesset Fonte: X @Mahmoud_Bassam8

C'è un filo che collega la neve del Monte Hermon alle strade della Città Vecchia di Gerusalemme. Non è un filo sottile, né difficile da vedere. È il filo di un'ideologia che la storica Anna Foa — ebrea italiana, una delle voci più lucide e coraggiose della diaspora — ha definito senza giri di parole: il suprematismo sionista, nella sua forma attuale, non minaccia solo i palestinesi. Minaccia tutti.

Dalla neve del Monte Hermon alle strade di Gerusalemme: una logica di espansione che non conosce limiti né rispetta nessuno

L'esercito e la polizia israeliani, dice Foa, sono "pieni di fanatici" che lei stessa definisce con termine storico "zeloti". E la storia insegna cosa fanno gli zeloti: distruggono tutto, a cominciare da se stessi. Il 29 marzo, mentre il mondo guardava scandalizzato alle immagini del Cardinale Pizzaballa respinto davanti al Santo Sepolcro, le forze armate israeliane diffondevano orgogliosamente le immagini di un'operazione di tutt'altra portata strategica. Per la prima volta nella storia, l'IDF ha condotto un'incursione transfrontaliera dalla Siria al Libano. I riservisti dell'Unità Alpinistica, inquadrati nella 810ª Brigata Regionale "Montagna", hanno scalato il versante siriano del Monte Hermon e sono penetrati nella zona del Monte Dov, nel Libano meridionale, per perlustrare l'area e individuare infrastrutture nemiche. Prima volta assoluta: un esercito che attraversa la Siria — territorio sovrano di uno Stato terzo — per penetrare in Libano — territorio sovrano di un altro Stato terzo. Come se il diritto internazionale non esistesse. Come se i confini fossero linee sulla sabbia, da cancellare all'occorrenza con uno stivale militare. Non si tratta di un episodio isolato. Israele è insediato sul versante siriano del Monte Hermon dall'8 dicembre 2024, quando la caduta del regime di Assad ha offerto il pretesto per occupare quella che era la zona cuscinetto dell'ONU. Da mesi, le forze israeliane creano check-point, effettuano raid, costruiscono postazioni permanenti in territorio siriano. Nel frattempo, il ministro della Difesa israeliano ha ordinato la creazione di una "zona di sicurezza" nel sud del Libano che prefigura, nei fatti, un'occupazione permanente fino al fiume Litani. Le vittime dell'aggressione israeliana in Libano, iniziata il 2 marzo, hanno già superato quota milleduecento. Come a Gaza. Come in Cisgiordania. Come ora in Siria. Un'espansione che non si ferma mai, e che non si fermerà finché qualcuno non la fermerà.

Anna Foa e la diagnosi impietosa: gli zeloti minacciano tutti i NON ebrei

È a questo punto che le parole di Anna Foa diventano fondamentali per capire ciò che sta accadendo, non come episodi separati, ma come manifestazioni di un'unica logica. Nel suo ultimo libro, Il suicidio di Israele, e nell'intervista pubblicata ieri da Il Fatto Quotidiano, Foa descrive con precisione chirurgica il fenomeno: il "suprematismo ebraico", proprio dell'attuale governo Netanyahu, è un'ideologia che si scaglia contro tutti i NON ebrei, ritenuti — e lei stessa sottolinea l'enormità della cosa — esseri inferiori. Non solo i palestinesi, dunque. Tutti. E cita un caso che lascia senza parole: un rabbino membro della Knesset ha dichiarato pubblicamente che i neonati palestinesi non sono da ritenere innocenti. Era, come scrive Foa, "solo questione di tempo prima che ciò si estendesse ai cristiani". Cinque o sei anni fa, ricorda la storica, non avremmo visto l'IDF schierarsi in modo così evidente dalla parte dei coloni. Oggi lo fa apertamente, sistematicamente. E lo stesso Pizzaballa, già in ottobre, si era recato di persona nel villaggio cristiano di Taybeh, in Cisgiordania, dopo i ripetuti assalti dei coloni alle comunità cristiane della West Bank, dichiarando: "Non si può più tacere sulle violenze in Cisgiordania". Non stava parlando di musulmani. Stava parlando di cristiani aggrediti, intimiditi, cacciati dalle loro terre dagli stessi coloni armati che l'IDF protegge. Il blocco al Santo Sepolcro, dunque, non è un incidente. È la logica conclusione di un percorso già in atto da mesi. Netanyahu ha fatto marcia indietro sotto la pressione internazionale — concedendo a Pizzaballa l'accesso al luogo sacro — ma il danno simbolico è irreversibile. Per la prima volta in secoli, le più alte autorità della Chiesa cattolica in Terra Santa sono state fermate sulla soglia del luogo più sacro della cristianità, nel giorno più sacro della Settimana Santa. Non per un eccesso di uno zelante agente di polizia. Per una scelta deliberata, in un sistema dove gli zeloti — per usare il termine storico che Foa stessa adotta — hanno ormai preso il sopravvento.

Von der Leyen e Kallas: il silenzio complice di chi dovrebbe parlare

Dove sono, in tutto questo, le istituzioni europee? Kaja Kallas, l'Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'UE — quella che ha trovato parole di fuoco per Mosca ad ogni occasione — si è limitata a un sussurro diplomatico: "Israele ha il diritto di difendersi, ma dovrebbe cessare le operazioni". Parole pronunciate mentre il Libano conta i suoi morti. Ursula von der Leyen a sua volta ha pensato bene di quantificare tutto in bolletta energetica, dichiarando dal podio di Strasburgo che dieci giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei tre miliardi in più per i combustibili fossili. Morti, chiese, villaggi cristiani bruciati, Patriarchi respinti al Santo Sepolcro: tutto si riduce a una voce di spesa. L'europarlamentare belga Marc Botenga ha sintetizzato la situazione con la precisione spietata che merita: Von der Leyen e Kallas "denunciano giustamente le violazioni della Russia in Ucraina, ma giustificano quelle degli Stati Uniti e di Israele". Una politica del doppio standard che non si nasconde nemmeno più. L'UE ha già formalmente riconosciuto che Israele ha violato i propri obblighi in materia di diritti umani, ma nessuna misura restrittiva è stata adottata. La proposta di sospendere la partecipazione israeliana al programma Horizon Europe è naufragata per i veti di Germania e Italia. Nel Parlamento europeo, la capogruppo socialista Iratxe García Pérez ha accusato Von der Leyen di essersi rifugiata in un "silenzio complice".

Israele va fermato. Prima che sia troppo tardi per tutti.

Anna Foa ha ragione. Il suprematismo zelota non si ferma ai palestinesi. Non si è fermato ai musulmani, a cui è già stato impedito di pregare ad Al-Aqsa durante il Ramadan. Non si è fermato ai cristiani di Taybeh. Non si è fermato davanti al Santo Sepolcro. E non si fermerà sulle nevi del Monte Hermon, né sui confini del Libano, né su quelli della Siria.  E mentre sto terminando di scrivere questo articolo, arriva l'ultima, terribile notizia: nella notte del 29 marzo, la Knesset ha approvato la pena di morte per i prigionieri palestinesi. Il governo Netanyahu la chiama pena per i "terroristi". Ma tutti noi sappiamo, e il mondo sa, che Israele definisce terrorista chiunque sia palestinese: i combattenti e i civili, gli adulti e i bambini, i militanti e chi viene rinchiuso per anni senza processo né accuse attraverso la cosiddetta detenzione amministrativa, quello strumento coloniale che trasforma l'arresto in sepoltura legale in un carcere infernale dove molto spesso avvengono torture di ogni specie. Lo stesso rabbino membro della Knesset che aveva dichiarato pubblicamente che i neonati palestinesi non sono innocenti, ha ora contribuito a consegnare loro, cresciuti, la sentenza di morte. Il cerchio si chiude: prima li si dichiara non innocenti da neonati, poi li si imprigiona senza accuse da adulti, infine li si condanna a morte per legge. Questo non è uno Stato di diritto. È un sistema di sterminio legalizzato. Fermare Israele non è antisemitismo, accusa ormai brandita come scudo per coprire qualunque crimine. È l'unica risposta possibile di una comunità internazionale che voglia ancora chiamarsi tale. L'Europa ha una scelta. Può continuare a fare la parte della comparsa, convocando ambasciatori, rilasciando comunicati, versando lacrime di coccodrillo. Oppure può decidere di essere quello che afferma di essere: un'unione fondata sul diritto internazionale, sulla dignità umana, sulla pace. Gli zeloti del 70 dopo Cristo, come ricorda Foa, portarono Israele alla distruzione del Tempio e alla diaspora. Quelli di oggi stanno percorrendo la stessa strada, trascinando con sé il Libano, la Siria, Gaza, la Cisgiordania, e l'intera regione, o forse il mondo intero. E l'Europa, complice nel suo silenzio, potrebbe trovarsi a pagarne il conto molto più salato di tre miliardi di euro in bolletta energetica.

Di Eugenio Cardi

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