20 Marzo 2026
Stretto di Hormuz, fonte: Facebook, @Termometro Geopolitico
Le “voci incredibili” e una realtà tutt’altro che nuova
Le recenti indiscrezioni su presunti legami tra figure come Marco Rubio e Jared Kushner con interessi israeliani vengono presentate come rivelazioni clamorose. In realtà, si tratta di dinamiche note da decenni. Il peso delle lobby negli Stati Uniti, in particolare quelle legate a Tel Aviv, è un elemento strutturale della politica americana, non una deviazione improvvisa. Più che stupirsi, bisognerebbe interrogarsi su come tali influenze abbiano contribuito a orientare scelte strategiche che oggi mostrano tutti i loro limiti. L’idea di una politica estera autonoma di Washington appare sempre più come una costruzione retorica, mentre emergono vincoli e condizionamenti difficili da ignorare.
Il vuoto decisionale e l’azzardo strategico americano
Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno dato prova di una crescente incoerenza strategica. Dichiarazioni contraddittorie sull’Iran, oscillanti tra la distruzione del suo potenziale nucleare e l’imminenza della “bomba”, evidenziano una linea politica priva di coerenza. L’attacco a Teheran, sostenuto nella convinzione di una rapida capitolazione, dimostra una sottovalutazione storica e culturale dell’avversario. L’Iran non è un attore improvvisato, ma una civiltà con millenni di continuità statuale. Pensare di piegarla rapidamente rivela una lettura superficiale della realtà geopolitica.
Hormuz: il punto di rottura del sistema globale
La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta il vero spartiacque della crisi. Da quel passaggio transita una quota fondamentale del petrolio mondiale, e la sua paralisi ha effetti immediati sull’economia globale. Il dato più significativo è la reazione degli alleati occidentali. Inizialmente riluttanti a seguire Washington, molti Paesi europei e partner asiatici hanno poi cambiato posizione, dichiarandosi pronti a “contribuire” alla sicurezza dello stretto. Un termine ambiguo che, nella realtà, implica un possibile coinvolgimento militare. Questa oscillazione evidenzia un elemento cruciale: l’Occidente non agisce più per convinzione strategica, ma sotto pressione.
Il paradosso americano: chiedere aiuto alla Cina
Forse il segnale più evidente della crisi statunitense è la richiesta di supporto rivolta a Pechino per la gestione di Hormuz. Rivolgersi al principale competitor globale equivale a un’ammissione implicita di difficoltà. La Cina, forte di una strategia energetica diversificata e di riserve significative, può permettersi di attendere. Al contrario, gli Stati Uniti e l’Europa risultano molto più esposti agli shock energetici. Questo squilibrio ribalta i rapporti di forza e rafforza la posizione negoziale cinese.
Energia, valute e il declino del primato occidentale
Uno degli obiettivi impliciti dell’azione americana era preservare il ruolo del dollaro nel commercio energetico. Tuttavia, gli sviluppi recenti suggeriscono l’effetto opposto: la crescente tendenza a utilizzare valute alternative, in particolare lo yuan, nei traffici petroliferi. Se confermata, questa dinamica segnerebbe un passaggio storico. Il dominio monetario statunitense, pilastro dell’egemonia globale, verrebbe progressivamente eroso proprio da una crisi generata da scelte strategiche errate.
Europa tra subordinazione e rischio diretto
L’Europa appare ancora una volta priva di una linea autonoma. Dopo un iniziale rifiuto, i principali Paesi hanno accettato un possibile coinvolgimento nello scenario mediorientale. Per l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, ciò rappresenta un rischio concreto. Le conseguenze economiche di un conflitto esteso sarebbero immediate, tra aumento dei prezzi e instabilità delle forniture. La questione centrale è dunque politica: fino a che punto gli interessi europei coincidono realmente con quelli americani? La crisi di Hormuz non è un episodio isolato, ma un sintomo di una trasformazione più ampia. L’ordine internazionale unipolare mostra crepe sempre più evidenti, mentre emergono nuovi centri di potere. Russia, Cina e Iran, pur con differenze significative, condividono un interesse comune: limitare l’egemonia occidentale e costruire un sistema multipolare. Gli errori strategici di Washington, lungi dal rafforzarne la posizione, accelerano questo processo. In questo contesto, l’Europa rischia di trovarsi nel ruolo più scomodo: quello di attore coinvolto, ma non decisore. Una condizione che, se non corretta, potrebbe avere conseguenze profonde e durature.
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