09 Marzo 2026
Dalla fine degli anni Settanta fino a oggi, il rapporto tra il mondo arabo e l’Iran è rimasto oggetto di un continuo dibattito politico e intellettuale. Mentre l’Iran si trasformava internamente e ridefiniva se stesso dopo la rivoluzione, il discorso arabo ha subito una graduale trasformazione: da una comprensione multidimensionale a narrazioni preconfezionate che riducono il rapporto a un conflitto settario. Questo pregiudizio cognitivo non è stato semplicemente un errore analitico, ma è diventato nel tempo un modello dominante in molte analisi politiche e culturali nel mondo arabo.
Il pensatore libanese Kamal Jumblatt scrisse una volta: “Se vogliamo capire l’altro, dobbiamo prima cominciare a capire noi stessi”. Questa osservazione illumina la debolezza del pensiero arabo quando ignora il contesto storico, sociale e culturale dell’Iran e si limita a generalizzazioni. Criticare non significa giustificare le politiche iraniane o qualsiasi altra politica estera, ma collocare i fatti nel loro contesto ed evitare pregiudizi preventivi.
Nel tempo, il discorso di alcune élite arabe si è trasformato in una sorta di “modello preconfezionato” che viene riprodotto in ogni nuova crisi. La paura dell’Iran è diventata una giustificazione per diverse politiche estere, come se tutte le crisi arabe derivassero esclusivamente da cause esterne. In questo modo, si dimenticano spesso le sfide strutturali interne e le pressioni geo-economiche esercitate dalle grandi potenze come gli Stati Uniti e l’Europa.
In questo articolo cercheremo di analizzare come e perché le élite arabe abbiano spesso fallito nel proporre una lettura indipendente della realtà, e come narrazioni semplificate abbiano contribuito ad approfondire le crisi invece di comprenderle o risolverle. L’analisi si basa sulle opinioni di pensatori arabi, internazionali e iraniani, evidenziando anche esempi del discorso pubblico negli ultimi anni.
Se osserviamo le relazioni storiche tra arabi e persiani, vediamo che esse risalgono a epoche precedenti all’Islam, includendo scambi commerciali e culturali tra diverse civiltà. Tuttavia, dalla metà del XX secolo — e soprattutto dopo la rivoluzione iraniana del 1979 — alcuni analisti arabi hanno iniziato a guardare all’Iran attraverso un’unica lente problematica: un nemico settario che minaccia l’unità araba. Questa riduzione ha ignorato la lunga storia di interazioni positive e le complesse esperienze politiche e sociali successive.
Il pensatore iraniano Abdullah Shahbazi ha dichiarato in un’intervista: “La rivoluzione iraniana non è stata soltanto un evento politico; è stata il riflesso di tensioni sociali e culturali all’interno della società iraniana. Non ha creato un nuovo conflitto, ma ha riplasmato relazioni già esistenti”.
Questa visione differisce profondamente dalla narrazione diffusa in molti discorsi arabi, che spesso si aspettano costantemente una “minaccia dall’esterno”. La ripetizione di espressioni come “minaccia sciita” e “espansione iraniana” ha portato l’analisi verso generalizzazioni invece che verso una comprensione reale degli interessi e delle interazioni.
La storia moderna ha anche conosciuto periodi di cooperazione, come gli scambi commerciali tra paesi arabi e Iran prima delle sanzioni internazionali, e scambi culturali tra intellettuali di entrambe le parti. Tuttavia, molte élite arabe tradizionali sono state rapide nel ricostruire le relazioni all’interno di uno schema unilaterale.
Quando il contesto storico viene ignorato in questo modo, diventa difficile interpretare le trasformazioni attuali delle relazioni. Invece di analizzare gli elementi che collegano e bilanciano arabi e iraniani, si continuano a ripetere narrazioni di minaccia prive di profondità strategica e politica.
In molte analisi arabe, l’Iran viene presentato come un avversario con cui è impossibile dialogare, come se la sua semplice presenza nella regione costituisse di per sé un problema. Questo pregiudizio preventivo chiude la porta a qualsiasi tentativo di comprendere le sue motivazioni o di interagire con esso in un contesto più complesso.
L’ostilità verso l’Iran è spesso accompagnata da un discorso che considera ogni mossa iraniana nella regione come una minaccia diretta a tutti gli arabi, come se l’intera politica iraniana fosse rivolta esclusivamente contro di loro. Questo tipo di pregiudizio ripete interpretazioni vecchie che mancano di una reale conoscenza della società iraniana e della sua storia interna complessa.
Il pensatore egiziano Salah Issa ha espresso questa idea in uno dei suoi libri: “Quando tratti l’altro come un nemico per natura, non potrai mai capirlo né relazionarti con lui in modo oggettivo. La tua conoscenza di lui diventa una serie di immagini prefabbricate piuttosto che un’analisi reale”.
Questo schema appare in molte analisi diffuse nella stampa araba, dove l’attenzione è concentrata sull’aspetto settario e vengono ignorati i fattori politici ed economici che influenzano il comportamento dell’Iran, così come le trasformazioni sociali interne alla società iraniana.
Al contrario, molte analisi occidentali hanno cercato di comprendere le politiche regionali dell’Iran in base ai suoi interessi economici e alla sua strategia difensiva, senza ridurle a una semplice “guerra tra sette”. Ciò dimostra come il pregiudizio preventivo ostacoli una lettura realistica e conduca a conclusioni superficiali e imprecise.
Una delle caratteristiche più evidenti del discorso arabo dalla fine del XX secolo è stata la fascinazione per la potenza occidentale come principale garante della stabilità, insieme al divario evidente tra le analisi occidentali e le idee semplificate spesso ripetute nel discorso arabo.
Nella pratica, molte élite si affidano alle analisi occidentali per formare le proprie visioni, invece di costruire un’interpretazione indipendente basata sulla comprensione della realtà regionale e dei suoi interessi. Ciò le porta spesso a riprodurre teorie delle grandi potenze piuttosto che a leggere gli interessi delle società e dei governi locali.
Il pensatore americano Noam Chomsky ha affrontato questo tema affermando: “Affidarsi alle narrazioni delle grandi potenze per comprendere una regione è una scorciatoia per perdere la vera bussola delle politiche locali e regionali”.
Il discorso che parla di “proteggere gli arabi attraverso un’alleanza con l’Occidente contro l’Iran” contribuisce a rafforzare la dipendenza strategica piuttosto che il pensiero indipendente. Alcune élite arabe sembrano considerare la potenza occidentale come la soluzione, mentre la realtà storica dimostra che le alleanze con le grandi potenze sono spesso utilizzate per realizzare gli interessi di queste ultime, a scapito dei diritti arabi e degli interessi delle società locali.
Questa fascinazione per il potere influenza l’intero processo analitico, rendendo la lettura delle relazioni con l’Iran unidirezionale e limitando la capacità di assumere una posizione indipendente che rifletta in modo razionale e realistico gli interessi della regione.
Con l’escalation degli eventi negli anni 2025–2026, è stato osservato che molti media arabi continuano a ripetere le stesse vecchie narrazioni sull’Iran: minaccia settaria, espansione regionale, destabilizzazione del mondo arabo. Queste narrazioni raramente offrono una vera analisi delle cause o delle conseguenze, ma vengono utilizzate per alimentare reazioni emotive immediate.
Titoli come “aggressione iraniana ingiustificata” o “minaccia sciita alla regione” sono diventati ricorrenti in quasi ogni sviluppo regionale, anche quando molti eventi sono collegati a equilibri internazionali o a contesti interni in Iran o negli stessi paesi arabi.
Al contrario, molti rapporti della stampa internazionale — dalla BBC a Reuters — hanno analizzato gli eventi attraverso prospettive multidimensionali che includono fattori politici ed economici, come l’impatto delle sanzioni internazionali sul comportamento dello Stato iraniano. Questa differenza nel modo di copertura riflette un divario tra due approcci mediatici: uno orientato all’analisi del contesto e l’altro dominato da reazioni emotive.
Il giornalista turco Hasan Çelik ha osservato criticamente: “Un giornalismo che non pone domande profonde non aiuta a comprendere gli eventi, ma ricicla semplicemente vecchi pregiudizi”.
In questo modo, i media diventano parte di un ciclo che riproduce narrazioni ostili invece di produrre una comprensione critica affidabile, riflettendo una debolezza nella cultura del dibattito pubblico più che nella lettura della realtà.
Le crisi della regione non sono solo il risultato di conflitti esterni, ma anche di problemi interni accumulati nelle società arabe: disoccupazione, povertà, declino dei servizi pubblici, assenza di giustizia, emigrazione giovanile e indebolimento delle istituzioni. Tuttavia, il discorso pubblico arabo continua spesso a concentrarsi sull’“altro” come unica causa, senza affrontare seriamente le crisi strutturali interne.
Questo atteggiamento porta a dimenticare che qualsiasi analisi reale della regione deve partire dalla comprensione della realtà locale prima di espandersi a quella regionale. Invece, molte élite e parte del pubblico hanno collegato le loro crisi alla relazione con l’Iran, ignorando il fatto che le potenze esterne spesso sfruttano queste crisi per ridistribuire influenza e controllo nella regione.
Il pensatore palestinese Dr. Ismail Abu Shanab ha osservato: “Quando ci immergiamo nel dare la colpa agli altri, ignoriamo che il problema più grande dentro di noi è la debolezza delle nostre istituzioni e della nostra cultura politica”.
Questo non significa giustificare alcuna politica esterna verso il mondo arabo, ma riconoscere che molte delle crisi delle società arabe hanno radici profonde interne prima di essere il risultato di conflitti esterni.
L’analisi delle relazioni arabo-iraniane non può essere separata dagli studi che affrontano la regione nel suo contesto internazionale. Il commentatore americano Thomas Friedman ha sottolineato nei suoi scritti che comprendere il Medio Oriente richiede di superare visioni binarie come il “conflitto settario” o lo “scontro tra assi”, e di analizzare invece gli equilibri internazionali e le dinamiche strategiche delle potenze influenti.
Il pensatore iraniano Ahmad Ghazanfari ha dichiarato: “La politica iraniana non è semplicemente una reazione agli arabi, ma il risultato di un’analisi degli interessi in un ambiente regionale complesso”.
Questo pone il discorso arabo davanti a una scelta critica: elevare l’analisi al livello della politica internazionale e degli interessi intrecciati, oppure rimanere prigioniero di narrazioni semplificate che non riescono a comprendere la complessità della regione.
Ciò che deve essere riconosciuto con chiarezza è che la vera crisi risiede nelle élite stesse. Molte di esse hanno scelto di diventare strumenti di riproduzione delle crisi invece di essere custodi della consapevolezza critica e dell’analisi indipendente. La fascinazione per il potere, l’opportunismo intellettuale e l’ignoranza del contesto storico e conoscitivo hanno portato a leggere le relazioni arabo-iraniane attraverso una lente limitata e prevenuta.
Oggi la regione è più complessa che mai. Il discorso arabo ha bisogno di una reale indipendenza intellettuale basata su una lettura critica della storia, su una comprensione accurata degli interessi regionali e su una forte consapevolezza delle sfide interne ed esterne. Non si tratta di ignorare i rischi o di essere indulgenti, ma di ricostruire un discorso arabo capace di affrontare la realtà senza scivolare dietro pregiudizi pronti o dietro il fascino della potenza straniera.
Di Issam G. Awwad
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