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Iran, guerra e geopolitica: perché il nuovo conflitto mediorientale congela i negoziati tra Russia e Stati Uniti

Dopo l’attacco americano all’Iran, Mosca considera esaurita la fase diplomatica sull’Ucraina. Energia, strategie militari e sicurezza alimentare ridisegnano un equilibrio globale sempre più instabile.

08 Marzo 2026

Iran, guerra e geopolitica: perché il nuovo conflitto mediorientale congela i negoziati tra Russia e Stati Uniti

Donald Trump (fonte foto Lapresse)

Il segnale di Mosca: diplomazia in crisi

Le recenti dichiarazioni di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, hanno avuto un’eco ben più ampia di quanto possa sembrare a prima vista. Commentando la crisi mediorientale, Zakharova ha sostenuto che il dialogo tra Stati Uniti e Iran sarebbe stato utilizzato come copertura diplomatica mentre venivano preparate opzioni militari. Per Mosca il messaggio implicito è chiaro: se i negoziati possono essere usati per guadagnare tempo in Medio Oriente, lo stesso schema potrebbe essere stato applicato anche al dossier ucraino. Di conseguenza, la fiducia russa nel processo diplomatico appare oggi profondamente erosa.

L’ombra degli accordi mancati

Nel ragionamento strategico russo pesa soprattutto il precedente degli Accordi di Minsk, firmati nel 2014 e nel 2015 per stabilizzare la crisi del Donbass. A distanza di anni, alcune dichiarazioni dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex presidente francese François Hollande hanno rafforzato la convinzione del Cremlino che quelle intese abbiano servito soprattutto a guadagnare tempo per rafforzare le capacità militari di Kiev. Da questo punto di vista, nel pensiero strategico russo il negoziato non è più percepito come uno strumento neutrale ma come un possibile strumento di pressione geopolitica.

Il calcolo geopolitico del Cremlino

Il contesto internazionale rafforza questa lettura. Negli ultimi mesi Washington ha intensificato una serie di mosse economiche e politiche che, dal punto di vista russo, mirano a ridurre lo spazio energetico e commerciale di Mosca. Pressioni sulle importazioni di petrolio russo da parte di paesi terzi, restrizioni sulle compagnie energetiche e competizione sulle rotte commerciali alimentano nel Cremlino la percezione di una strategia di contenimento multilivello. In questo quadro, il ruolo del presidente Donald Trump come possibile mediatore nella guerra in Ucraina viene guardato con crescente scetticismo.

Il paradosso energetico della guerra

Paradossalmente, la nuova crisi in Medio Oriente potrebbe avere effetti economici favorevoli proprio per la Russia. Il prezzo del petrolio, spinto dalle tensioni regionali, è salito ben oltre le previsioni di bilancio elaborate dal governo russo per il 2026. Per un paese esportatore di energia come la Russia, ciò significa maggiori entrate fiscali e maggiore capacità di sostenere lo sforzo militare. Inoltre, l’attenzione strategica occidentale che si sposta verso il Golfo riduce inevitabilmente la pressione politica e militare sul fronte ucraino.

Mosca e Teheran: cooperazione senza alleanza

Nonostante le speculazioni diffuse in Occidente, il rapporto tra Russia e Iran non è quello di una vera alleanza militare. Il trattato di partenariato strategico firmato nel 2025 prevede cooperazione tecnologica e coordinamento politico, ma non obblighi di difesa reciproca. Questo significa che Mosca può offrire supporto tecnico, scambio di intelligence e consulenza operativa, evitando però un coinvolgimento diretto che rischierebbe di provocare uno scontro con Stati Uniti o Israele.

La guerra invisibile della tecnologia militare

Uno degli aspetti meno visibili della cooperazione russo-iraniana riguarda l’ingegneria militare applicata ai droni e alla guerra elettronica. Negli ultimi anni la Russia ha testato in Ucraina vari sistemi derivati dai droni iraniani Shahed, migliorandone progressivamente prestazioni e resistenza al disturbo elettronico. Questa esperienza operativa ha generato un flusso di conoscenze tecniche che, secondo molti analisti, potrebbe essere condiviso con Teheran: non nuove armi, ma miglioramenti nella resilienza dei sistemi esistenti.

Dal petrolio al cibo: la vulnerabilità nascosta

La guerra nel Golfo non riguarda però soltanto il petrolio. Una delle vulnerabilità più sottovalutate riguarda i fertilizzanti azotati, prodotti a partire dal gas naturale tramite il processo Haber-Bosch. Gran parte delle esportazioni mondiali di urea e ammoniaca proviene proprio dalla regione del Golfo e deve transitare attraverso lo Stretto di Hormuz. Se questa rotta venisse interrotta, l’impatto non si limiterebbe ai mercati energetici ma colpirebbe direttamente l’agricoltura globale. Circa metà della produzione alimentare mondiale dipende infatti dall’azoto sintetico. Una riduzione delle forniture di fertilizzanti potrebbe tradursi, nel giro di pochi mesi, in raccolti più scarsi e prezzi alimentari più alti.

Un equilibrio globale sempre più fragile

Il nuovo conflitto mediorientale dimostra quanto le crisi regionali siano ormai interconnesse. Energia, sicurezza alimentare e rivalità tra potenze si intrecciano in un sistema globale sempre più fragile. Per Mosca, la conclusione è relativamente semplice: finché la fiducia strategica rimarrà così bassa, i negoziati sull’Ucraina difficilmente produrranno risultati concreti. Nel frattempo, il mondo assiste a una nuova fase della competizione tra potenze, in cui ogni crisi regionale diventa parte di un confronto globale.

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