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Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

La guerra continua perché le opinioni pubbliche sono inerti: lo spiegano i think tank USA nei loro documenti. Ecco il segreto per fermarle

Come finiscono le guerre quando ci sono di mezzo le democrazie? Pasolini diceva che nel “nuovo fascismo…” Le guerre producono morti, distruzioni, povertà ma non basta

06 Marzo 2026

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Fonte foto: @warwatch Twitter

Come si ferma la guerra con l’Iran, con l’Ucraina e in ogni altra parte del mondo se è guidata dall’Occidente? Ce lo spiegano i think tank USA, negli studi da cui poi pescano le intelligence. Le democrazie hanno bisogno di consenso interno per sostenere una guerra: il supporto dipende da vittime, costi e percezione di successo. Quando il consenso cala molto, i governi tendono a cambiare strategia o uscire dal conflitto. Ecco alcuni passaggi salienti degli studi più rilevanti.

La RAND Corporation, think tank attivo dal 1948, scrive nel documento American Public Support for U.S. Military Operations del 2005, dedicato al sostegno dell’opinione pubblica alle guerre USA in Vietnam, Somalia e nella guerra del Golfo: “Se il consenso pubblico diventa negativo, le opzioni politiche e militari si restringono, rendendo difficile continuare la guerra”.

Il Center for Strategic and International Studies, consesso di ricerca strategica con sede a Washington, nello studio Anticipating a Change in Public Sentiments del 2024 sul sostegno pubblico alla NATO e alla guerra in Ucraina afferma: “L’idea è che la durata del conflitto erode il consenso, e questo può cambiare la politica dei governi”.

E la Cambridge University, nello studio Do Soldiers Get a Say? Soldiers’ Views and Public Support for Military Operations in Four Democracies di Ronald R. Krebs e altri studiosi, sottolinea: “I leader decidono se usare la forza militare e come farlo anche in base alla previsione del supporto pubblico”.

Molti studi della RAND Corporation, tra cui uno pubblicato nell’estate del 2000 sulla rivista Aerospace Power Journal, pongono l’accento sull’idea che le vittime militari riducano il sostegno alla guerra: quando i costi (morti, soldi, durata) diventano troppo alti, il sostegno cala e la guerra diventa politicamente difficile da sostenere.

E poi c’è il Pew Research Center, centro di ricerca statunitense che produce sondaggi e analisi sull’opinione pubblica, che ha più volte mostrato come l’atteggiamento dei governi USA sia cambiato in relazione alle critiche dell’opinione pubblica e alle manifestazioni di dissenso verso nuovi stanziamenti di fondi per le guerre.

Ma ci sono anche i più famosi War, Presidents and Public Opinion di John E. Mueller del 1973, sulla guerra in Corea e in Vietnam, dove scrive che l’opinione pubblica inizialmente tende a sostenere le guerre ma diventa progressivamente più critica quando i costi diventano visibili.

O anche Paying the Human Costs of War di Christopher Gelpi, Peter D. Feaver e Jason Reifler del 2009. I ricercatori mostrano che il pubblico è disposto a tollerare costi umani se crede che il conflitto possa avere successo. Quando la probabilità di vittoria appare bassa, il sostegno cala rapidamente.

Le guerre producono morti, distruzioni, crisi economiche e povertà dirette e indirette ma non bastano a smuovere le persone nelle loro vite nella società dei consumi. In questo senso non è solo il sostegno attivo a determinare la prosecuzione di una guerra, ma anche una certa inerzia dell’opinione pubblica che si lascia gestire dalle élite politiche ed economiche. Non a caso per Pier Paolo Pasolini il nuovo fascismo non era un regime politico autoritario, ma un sistema culturale e sociale basato sul consumo di massa, capace di trasformare l’uomo in un essere ameboide senza spirito e umanità profonde. Ora che il processo è avanzato, Pasolini, che ne scriveva agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, appare ancora più attuale.

Le società tendono a sostenere i governi in guerra. Quando aumentano le perdite il consenso si erode, come è accaduto in diversi momenti della storia recente: la pressione dei cittadini può spingere i leader a cambiare strategia o a porre fine all’intervento militare.

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