08 Marzo 2026
Trump prega fonte: X @NoDechev
Che credibilità può avere Donald Trump fuori dall’Occidente? La domanda è meno banale di quanto sembri. In politica internazionale la credibilità non è una qualità morale: è una condizione strategica. Senza credibilità non esistono deterrenza, negoziati, alleanze. E Trump oggi sembra aver consumato gran parte del proprio capitale politico. Durante la campagna elettorale aveva promesso l’esatto contrario di ciò che sta accadendo.
“Smantellerò l’intero establishment neoconservatore globalista che ci trascina continuamente in guerre infinite”, aveva dichiarato. “Non avremmo mai dovuto entrare in Medio Oriente. Sotto la mia guida volteremo pagina per sempre su quei giorni insensati e stupidi di guerre senza fine”.
Promesse nette. Promesse che oggi suonano quasi ironiche.
Perché la realtà è un’altra: per la seconda volta gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran mentre erano in corso negoziati diplomatici.
Dal punto di vista di Teheran il messaggio è semplice: con Trump non si può negoziare. Il Segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani, lo ha detto senza giri di parole: “l’Iran non negozierà più nulla con Donald Trump”.
Nella storia della diplomazia internazionale questo tipo di rottura è sempre un segnale grave. Come scriveva Henry Kissinger, “la credibilità è la moneta della politica estera”. Quando quella moneta perde valore, anche la potenza più forte rischia di scoprire che il proprio potere non basta più.
A minare ulteriormente la credibilità della presidenza americana sono state le immagini che arrivano dalla Casa Bianca. Foto e video che sembrano usciti da una rappresentazione approssimativa e kitsch dell’Ultima Cena.
Nel pieno di una crisi militare Trump ha inaugurato un nuovo capitolo del suo spettacolo politico: l’uso esplicito della religione come strumento di legittimazione. Trump ha infatti firmato un ordine esecutivo per istituire alla Casa Bianca un Ufficio della Fede e ha affidato la guida dell’organismo alla telepredicatrice Paula White, figura centrale della cosiddetta teologia della prosperità. White sostiene tra l’altro di aver avuto una visione divina nel 1984 ed è da anni consigliera spirituale del presidente. I suoi sermoni sono noti per una promessa tanto semplice quanto redditizia: benedizioni divine in cambio di generose donazioni. In uno di questi sermoni ha dichiarato ai fedeli che “opporsi a Trump equivale a opporsi a Dio”. Dopo la nomina alla Casa Bianca la predicatrice ha aggiunto un’affermazione ancora più sorprendente: “Ho l’autorità per dichiarare la Casa Bianca luogo santo. È la mia presenza che la santifica”. Una frase che, pronunciata nel cuore della più grande potenza militare del mondo, assume un significato inquietante.
Circondato da predicatori evangelici, Trump ha invocato l’aiuto di Dio per raggiungere la pace. Poi ha pubblicato su X un messaggio altrettanto solenne: “Come dice la Bibbia: Beati gli operatori di pace. Spero che la mia più grande eredità sarà quella di un pacificatore e unificatore”. La scena possiede una sua coerenza teatrale tipica della retorica trumpiana. Se il quadro viene poi letto in rapporto all’affermazione di Rubio: “l’Iran è guidato da fanatici religiosi” si fatica a trattenere le risate. Di compassione. Come osservava Machiavelli, “gli uomini in generale giudicano più con gli occhi che con il cervello”. E nella politica contemporanea l’immagine conta spesso più della sostanza. Ma fuori dall’Occidente queste immagini producono un effetto diverso. Non rafforzano l’autorità americana. La rendono più fragile.
Il quadro diventa ancora più inquietante se si osserva ciò che accade dentro l’apparato militare. Secondo quanto rivelato dal giornalista indipendente Jonathan Larsen, un comandante statunitense avrebbe spiegato ai propri sergenti che la guerra contro l’Iran farebbe parte di un “piano divino”. Donald Trump sarebbe addirittura “l’unto di Gesù”, scelto per inaugurare l’Armageddon.
La denuncia è arrivata alla Military Religious Freedom Foundation e rappresenta soltanto una delle oltre cento segnalazioni provenienti da più di quaranta unità militari dislocate in almeno trenta basi. Secondo il presidente dell’organizzazione, Mikey Weinstein, tra alcuni livelli della catena di comando starebbe emergendo una vera e propria “euforia apocalittica”. L’attacco all’Iran viene presentato come sanzionato dalla Bibbia e collegato alle profezie dell’Apocalisse.
Nel frattempo il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha avviato all’interno del Pentagono un programma evangelico che include sessioni di preghiera, letture bibliche e una teologia apertamente filo-israeliana.
Lo stesso Hegseth che, durante un briefing alla stampa, ha commentato l’affondamento di una nave iraniana con un entusiasmo che lasciava poco spazio alla prudenza diplomatica: “L’America sta vincendo in modo deciso, devastante e senza pietà”.
Per chi osserva gli Stati Uniti dall’esterno, il messaggio che emerge da questo insieme di dichiarazioni è sorprendente. La più grande potenza militare del pianeta sembra oscillare tra due narrazioni opposte: da un lato il linguaggio strategico della geopolitica, dall’altro il linguaggio escatologico della religione.
Come scriveva Fuodor Dostoevsky, “quando Dio entra nella politica, il sangue non tarda ad arrivare”.
Nella storia europea questo tipo di miscela ha prodotto risultati raramente rassicuranti. E infatti, dopo i disastri ideologici del wokismo, gli Stati Uniti sembrano precipitare nel gorgo della vecchia triade Dio, Patria e Famiglia.
Negli anni Trenta del secolo scorso Benito Mussolini arringava le folle da un balcone di piazza Venezia invocando Dio, la patria e il destino storico della nazione. Nei documenti dell’intelligence britannica dell’epoca Mussolini viene descritto come un agente dell’MI6 e compare con il nome in codice “The Count”.
Oggi, quasi un secolo dopo, la più grande potenza militare del pianeta invoca Dio mentre bombarda, in ossequio al motto orwelliano “la guerra è pace”.
La differenza è che questa volta il balcone non è a Roma. È la Casa Bianca.
E il pubblico non è soltanto una piazza. È il mondo intero.
La storia non si ripete mai allo stesso modo. Ma ogni tanto, con una certa ironia, si ripropone.
Di Marco Pozzi
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2026 - Il Giornale d'Italia