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Israele bombarda ancora Beirut: il mio romanzo sul Libano del 1982 è diventato fedele cronaca del presente con l'Europa che tace complice

Il romanzo è ambientato nell'estate del 1982, quando i tank israeliani entravano per la prima volta nella capitale libanese. Quarantaquattro anni dopo, la macchina da guerra è tornata. Più potente, più impunita, e ancora una volta accolta dal silenzio complice dell'Occidente

08 Marzo 2026

Israele invade il Libano, truppe di terra Idf entrano nel sud del Paese, il disegno 'The Greater Israel' che coinvolge anche l'Iran

Idf in Libano, fonte: telegram @tvswiss

Rileggendo in questi giorni alcune pagine de Il Fornaio Libanese, provo una forte rabbia e un disagio profondo. Non per quello che ho scritto, ma perché quelle scene — i carri armati nelle strade di Beirut, i negozi sbarrati, la gente in fuga con i bambini in braccio, i bombardamenti notturni, gli ospedali senza farmaci, i rifugi antiaerei affollati di terrore, le città d'arte della costa ridotte in macerie — sono di nuovo fotografie del presente.

Un romanzo involontariamente profetico di ciò che l'Europa non vuole vedere

Il romanzo è ambientato nell'estate del 1982, quando i tank israeliani entravano per la prima volta nella capitale libanese. Quarantaquattro anni dopo, la macchina da guerra è tornata. Più potente, più impunita, e ancora una volta accolta dal silenzio complice dell'Occidente. Non c'è nulla di cui andare fieri, in questa involontaria profezia. C'è semmai molto di cui vergognarsi, noi tutti, europei in prima fila. Dall'alba di lunedì 2 marzo, i bombardamenti israeliani su Beirut si sono moltiplicati: ventisei raid sulla capitale in pochi giorni, con attacchi intensificati sul sud del Paese e sulla valle della Bekaa. La città si è svegliata paralizzata: poche auto per strada, scuole chiuse, un silenzio surreale per chi è abituato al caos vitale delle mattine della capitale. Nelle case e nei dukkeni — i negozietti di alimentari che sono il polso di ogni quartiere — tutti inchiodati dal terrore aspettando la prossima esplosione, contando i secondi tra una e l'altra. Un calcolo istintivo, quasi animale: ogni tre secondi di intervallo corrispondono a circa un chilometro. Bombe che si avvicinano o che si allontanano. Rifugio o resistenza. L'ho scritto in un romanzo. Lo rileggo oggi come fosse un dispaccio di agenzia. L'ordine di evacuazione imposto dall'esercito israeliano alle quattro municipalità della periferia sud ha scatenato il panico. Le strade si sono bloccate in code chilometriche. Un esodo biblico: gli sfollati del quartiere di Dahieh si sono uniti a quelli della parte più meridionale del Paese, dove Israele aveva già ordinato l'evacuazione di tutta la zona a sud del fiume Litani. Il Consiglio norvegese per i rifugiati stima che il numero degli sfollati potrebbe superare il milione di persone, mettendo ovviamente in forte discussione la legalità stessa degli ordini di evacuazione di massa che — sottolinea l'organizzazione — "non sembrano avere giustificazione militare e non forniscono alcuna garanzia di passaggio sicuro". Il Primo Ministro libanese Nawaf Salam ha parlato apertamente di "catastrofe umanitaria incombente".

I siriani di nuovo verso la propria patria in un angosciante avanti e indietro

Ne "Il fornaio libanese" c'è una scena che mi è tornata in mente più volte in questi giorni: i siriani che attraversano la Bekaa verso casa, trascinando quel poco che riescono a portarsi dietro, tra la polvere e il rumore sordo delle esplosioni lontane. Oggi quella scena si ripete con agghiacciante precisione. Centinaia di migliaia di civili hanno attraversato i valichi di transito tra Libano e Siria: il settanta per cento sono siriani che tornano nel loro Paese di origine per sottrarsi ai bombardamenti israeliani. Israele ha distrutto i valichi di Qaa e Jussieh per tagliare i rifornimenti a Hezbollah, rendendo la traversata ancora più pericolosa per chi tenta di mettersi in salvo. Sono persone che portano il peso di una doppia vulnerabilità: erano già scappati dalla guerra siriana, si erano ricostruiti una vita in Libano, e ora sono costretti a fuggire di nuovo. Poi c'è Tiro. Nel romanzo, Tiro è evocata come il simbolo di una civiltà che resiste, città fenicia, madre di Cartagine, memoria del Mediterraneo. Oggi la maggior parte della sua popolazione è già fuggita sotto i bombardamenti. Squadre di emergenza esortano i residenti rimasti ad abbandonare la città tramite altoparlanti. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, con oltre quattrocento appartamenti danneggiati o distrutti. Stessa sorte per Baalbek, nella valle della Bekaa: i raid israeliani hanno danneggiato la Porta Romana occidentale e le antiche mura della città, patrimonio UNESCO tra i più importanti del bacino mediterraneo. I soldati dell'IDF sono dei selvaggi, distruggono tutto, al loro passaggio non cresce più nemmeno un filo d'erba, a mo' degli antichi barbari. L'UNESCO ha reagito mettendo trentaquattro siti culturali libanesi sotto "protezione rafforzata temporanea", avvertendo che gli attacchi costituirebbero gravi violazioni della Convenzione dell'Aia del 1954. Ma le convenzioni dell'Aia, come ogni lettore di storia sa, non hanno mai fermato un bombardiere. Purtroppo. Gli sfollati dormono accampati lungo la Corniche di Beirut e lungo le strade considerate sicure o nella centralissima Piazza dei Martiri, davanti la grande Moschea Mohammad Al-Amin. I centri di accoglienza aperti sono quasi 200, ma non bastano per tutti. Negli ospedali la situazione precipita: medicinali insufficienti, sale operatorie al limite, medici che operano cercando di fare quello che possono. Dall'inizio delle operazioni israeliane in Libano, i morti hanno già superato i 200, i feriti quasi 800. Numeri destinati a crescere. E come se non bastasse, c'è un episodio che da solo dice tutto sulla deriva di questa guerra e su chi la conduce. Le forze israeliane hanno condotto un blitz nel villaggio di Nabi Sheet, nella valle della Bekaa, uccidendo 41 persone tra cui quattro bambini e tre soldati dell'esercito libanese. L'obiettivo dell'operazione? Localizzare i resti di Ron Arad, pilota israeliano disperso dal 1986. Quarant'anni fa. Quarantuno morti, tra cui bambini, per cercare il cadavere di un soldato sepolto da quattro decenni. Una follia omicida che non ha nemmeno il pudore di nascondersi dietro una giustificazione militare credibile.

Lo scandaloso solito silenzio dell'Europa quando trattasi dei crimini di Israele

L'Europa, come suo solito, si limita scandalosamente ad osservare, come sempre, senza prendere alcuna iniziativa concreta. Gli interventi della fiacca diplomazia europea — primo fra tutti quello dell'Eliseo, con Macron che aveva esortato Netanyahu a non spostare il conflitto dall'Iran al Libano — sono valsi a poco. La stessa Europa che si mobilita compatta per l'Ucraina, che invoca la sovranità territoriale e il diritto internazionale umanitario come valori fondanti della propria civiltà, si scopre muta, inerte, paralizzata quando a bombardare una capitale mediterranea è Israele. Nel 1982 scrivevo di una città in ginocchio e di un popolo che cercava di sopravvivere tra le macerie. Quarantaquattro anni dopo, non è cambiato nulla, se non che le bombe sono più precise e l'impunità più consolidata. Finché l'Europa non troverà il coraggio di dire basta a Israele — con la stessa voce con cui lo dice a Mosca — Beirut (e con essa anche i territori palestinesi occupati) continuerà a bruciare.

Da "Il fornaio libanese":

Zaynab si precipitò dentro, il respiro affannato, polvere e calcinacci nei capelli. «Ibrahim…», ansimò, "Son venuta per il pane ma… I soldati... stanno avanzando verso il quartiere. Mamma mi ha mandato a dirti che hanno già preso il porto…»

«Hai corso molto per arrivare qui?», le chiese dolcemente Ibrahim, mentre le porgeva un pezzo di pane ancora caldo.

«Ho seguito il percorso che ci hai insegnato…», rispose la bambina, accettando il pane con mani tremanti. «Dietro i muri crollati, attraverso i cortili vuoti. Ho contato i secondi tra le esplosioni, come mi hai detto di fare…».

Ibrahim sentì il cuore stringersi. Una bambina di dieci anni non dovrebbe conoscere il ritmo delle bombe, il tempo esatto tra un'esplosione e l'altra.

di Eugenio Cardi

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