02 Marzo 2026
Valico di Rafah, fonte: X, @swiss
Con l'operazione militare iraniana "True Promise 4", in risposta a "Epic Fury" statunitense e "Roaring Lion" israeliana, Tel Aviv ha deciso di chiudere il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto. Le Ong del posto hanno però denunciato questo atto come un "pretesto per diminuire l'afflusso degli aiuti umanitari nella Striscia, facendo morire i palestinesi e accelerando il genocidio".
Israele ha annunciato la chiusura del valico di Rafah, principale porta di accesso tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, nel contesto dell’escalation militare regionale legata agli attacchi congiunti israeliani e statunitensi contro l’Iran.
La decisione è stata comunicata dal Coordinatore delle attività organizzative nei Territori, che in una nota ha dichiarato: “Sono state implementate diverse misure di sicurezza necessarie, tra cui la chiusura dei valichi di frontiera verso la Striscia fino a nuovo avviso”.
Il provvedimento arriva appena un mese dopo la riapertura parziale del passaggio, che aveva consentito per la prima volta dopo mesi l’uscita limitata di civili palestinesi, in particolare pazienti gravemente malati bisognosi di cure urgenti all’estero. Rafah rappresenta infatti un nodo vitale sia per l’ingresso degli aiuti umanitari sia per l’evacuazione sanitaria dei feriti.
La chiusura avviene mentre oltre due milioni di abitanti della Striscia restano quasi totalmente dipendenti dagli aiuti internazionali dopo mesi di genocidio che hanno provocato lo sfollamento dell’intera popolazione. Secondo le Nazioni Unite, le operazioni umanitarie continuano a incontrare ostacoli significativi nella distribuzione di cibo, medicinali e carburante essenziali.
L’aspetto che sta alimentando polemiche internazionali è che Gaza non risulta tra gli obiettivi degli attacchi missilistici iraniani delle ultime ore. Nonostante ciò, Israele ha esteso la chiusura non solo a Rafah ma anche ai checkpoint nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est.
Organizzazioni umanitarie e analisti regionali sostengono che la misura rischi di aggravare ulteriormente la crisi alimentare nell’enclave palestinese, già descritta da agenzie internazionali come prossima al collasso. Secondo queste voci critiche, il blocco potrebbe configurarsi come una pressione indiretta sulla popolazione palestinese nel quadro più ampio dello scontro regionale con l’Iran e con gli attori arabi coinvolti.
Israele, dal canto suo, giustifica la decisione come una precauzione necessaria legata alla sicurezza interna e al rischio di escalation su più fronti. Tuttavia, la sospensione degli accessi umanitari riaccende il dibattito internazionale sull’impatto delle misure militari sulle popolazioni civili già colpite dal genocidio.
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