19 Febbraio 2026
RSF (Fonte: Onu)
Le RSF hanno conquistato Al-Fashir, situata nella regione occidentale del Darfur, alla fine di ottobre, al termine di un blocco protrattosi per 18 mesi. Si è trattato di uno degli episodi più brutali della guerra civile sudanese, che dura da quasi tre anni, e che ha provocato un’ondata di indignazione a livello internazionale.
Quella della missione rappresenta la dichiarazione più vicina che l’ONU abbia mai rilasciato nel definire come genocidio le azioni delle RSF in Darfur nel contesto dell’attuale conflitto. Le RSF non hanno commentato il nuovo rapporto, ma in passato hanno respinto accuse analoghe.
"L'insieme delle prove che abbiamo raccolto – tra cui l'assedio prolungato, la fame e la negazione degli aiuti umanitari, seguiti da uccisioni di massa, stupri, torture e sparizioni forzate, umiliazioni sistematiche e dichiarazioni degli stessi autori – lascia una sola conclusione plausibile", ha affermato Mona Rishmawi, esperta della missione di accertamento dei fatti. "Le RSF hanno agito con l'intento di distruggere, in tutto o in parte, le comunità Zaghawa e Fur di Al-Fashir. Questi sono i tratti distintivi del genocidio".
Il rapporto conclude che sarebbero stati commessi almeno tre atti di genocidio: "l’uccisione di membri di un gruppo etnico protetto, il causare gravi danni fisici e mentali e l’infliggere deliberatamente condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica del gruppo, in tutto o in parte".
Definendo i risultati "davvero orribili", la ministra dell’Interno britannica Yvette Cooper ha annunciato che giovedì porterà le conclusioni del rapporto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In una dichiarazione ha sottolineato la necessità di indagini penali internazionali per garantire che i responsabili siano chiamati a rispondere delle proprie azioni e che sia resa giustizia alle vittime, oltre a fermare il flusso di armi che alimenta il conflitto.
La guerra civile sudanese è scoppiata nell’aprile 2023 a seguito di una lotta di potere tra l’esercito regolare e le RSF sul futuro e sull’integrazione dei paramilitari nelle forze di sicurezza statali. Il conflitto si è progressivamente esteso a livello nazionale, alimentato da profonde rivalità locali e divisioni etniche.
Nel Darfur, le milizie arabe che costituiscono la spina dorsale delle RSF hanno preso di mira le comunità non arabe considerate nemiche, ricorrendo a tattiche brutali già impiegate circa vent’anni fa. All’epoca, centinaia di migliaia di darfuriani appartenenti a gruppi etnici africani indigeni furono massacrati con il sostegno dell’allora leader autoritario del Paese, Omar al-Bashir, nel tentativo di reprimere le ribellioni locali.
Durante il lungo assedio di Al-Fashir, una scuola dove si erano rifugiati sfollati è stata bombardata. Il rapporto afferma che la città è stata deliberatamente affamata e devastata nel corso dell’assedio, indebolendo sistematicamente la "popolazione presa di mira" e lasciandola indifesa di fronte alla violenza estrema che è seguita.
"Migliaia di persone, in particolare Zaghawa, sono state uccise, violentate o fatte sparire durante tre giorni di assoluto orrore", si legge nel documento, evidenziando che le truppe delle RSF non avrebbero distinto tra civili Zaghawa e gruppi armati impegnati nella difesa della città.
Gli investigatori descrivono la condotta delle RSF ad Al-Fashir come un’aggravante di modelli già osservati in precedenza, ma su scala molto più letale, sottolineando che ciò dimostra l’incapacità di prevenire le atrocità nonostante chiari segnali di allarme. Avvertono inoltre che, in assenza di prevenzione e responsabilità, il rischio di "ulteriori atti genocidi rimane grave e persistente".
Il mandato conferito dal Consiglio per i diritti umani di Ginevra ha chiesto al team investigativo di "identificare, ove possibile" i presunti responsabili, nel tentativo di garantire che siano "ritenuti responsabili".
Il rapporto cita il leader delle RSF, il tenente generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, e il portavoce, il tenente colonnello Al-Fatih Al-Qurashi, sottolineando come abbiano pubblicamente rivendicato e celebrato l’operazione. Si osserva che Hemedti ha riconosciuto il verificarsi di alcune "violazioni" durante la presa della città e, pur definendo Al-Fashir una "catastrofe", ha giustificato l’assalto come necessario.
Il leader delle RSF avrebbe inoltre impartito istruzioni ai propri combattenti affinché non colpissero civili né uccidessero prigionieri, promettendo indagini interne. Tuttavia, secondo gli inquirenti, le RSF non hanno risposto alle richieste della missione di chiarire quali misure siano state adottate, né ad altre domande poste.
"La portata, il coordinamento e l'approvazione pubblica dell'operazione da parte dei vertici delle Rapid Support Forces indicano un'operazione pianificata e organizzata, eseguita attraverso una gerarchia e una struttura consolidate, piuttosto che azioni isolate", ha affermato la missione delle Nazioni Unite.
Il rapporto menziona anche un comandante noto come "Abu Lulu", arrestato dopo la diffusione di un video virale che mostrava la sua brutalità, ma precisa che le RSF non hanno fornito informazioni su eventuali procedimenti giudiziari nei suoi confronti.
Il documento aggiunge che, nonostante i massimi sforzi, la missione ONU non ha ottenuto la collaborazione delle autorità sudanesi. Cooper ha definito gli ostruzionismi "da entrambe le parti in conflitto... vergognosi e inaccettabili".
Il mandato della missione non includeva un’indagine specifica sul ruolo di attori esterni potenzialmente coinvolti nel sostegno alle RSF. Tuttavia, il rapporto sottolinea che la campagna militare delle RSF sarebbe stata rafforzata da mercenari stranieri dotati di "armamenti e sistemi di comunicazione avanzati".
Gli investigatori stanno contattando diversi Stati per ottenere "informazioni attendibili" sul loro eventuale coinvolgimento e riferiranno ulteriormente in futuro. Gli Emirati Arabi Uniti sono indicati come principali sostenitori delle RSF, accusa che Abu Dhabi continua a respingere con forza, nonostante le numerose evidenze emerse da indagini internazionali che l’ONU ha in precedenza ritenuto credibili. Il ruolo di Abu Dhabi è finito sotto crescente scrutinio dopo il massacro di Al-Fashir, ma finora non vi è stata alcuna pressione pubblica sugli Emirati da parte delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti o del Regno Unito.
Secondo alcune immagini satellitari inoltre, nel conflitto in Sudan sarebbe coinvolta anche l'Etiopia, la quale ospita sul suo territorio un campo di addestramento per le Rsf finanziato da Abu Dhabi.
Gli inquirenti hanno invitato la comunità internazionale a far rispettare pienamente l’embargo sulle armi in vigore nel Darfur e ad estenderlo al resto del Sudan; a impedire il trasferimento di armi e altri sostegni alle parti implicate in gravi violazioni; a garantire l’assunzione di responsabilità attraverso sanzioni mirate; a cooperare pienamente con la Corte penale internazionale; e a valutare la creazione di un meccanismo giudiziario complementare.
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