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"In Sudan atrocità senza fine, tra stupri ed esecuzioni di massa; la Comunità Internazionale deve intervenire": la testimonianza del NRC al GdI

Mathilde Vu, responsabile del gruppo Norwegian Refugee Council a Tawila, a circa 60 chilometri da Al-Fashir, racconta al Giornale d'Italia la guerra in Sudan, tra sofferenze e speranze. Corpi che traducono il linguaggio della violenza e che chiedono aiuto. Il racconto di chi è sul campo

29 Novembre 2025

"In Sudan atrocità senza fine, tra stupri ed esecuzioni di massa; la Comunità Internazionale deve intervenire": la testimonianza del NRC al GdI

(Fonte: Norwegian Refugee Council)

2 anni e 228 giorni da quando la guerra in Sudan è ufficialmente iniziata, il 15 aprile 2023. Il computo dei giorni però aumenta radicalmente se si considera il periodo di forte instabilità politica, sociale, economica da cui tutto ha avuto origine. Se si tenta invece di fare luce sulla scia di mortimutilatisfollatiscomparsi, di vittime devastate dalla disumanità, allora qui i numeri scivolano tra le dita. Di Sudan non si parla. Lontano dai radar della comunità internazionale, il Sudan sembra un punto oscurato dagli altri grandi eventi dell'epoca contemporanea. Eppure, paradossalmente, resta lo Stato dov'è in corso una delle peggiori crisi umanitarie: dove gli aiuti sono pochi e rarefatti, dove ogni persona è segnata da traumi fisici, psicologici e familiari. Oltre alle dinamiche di potere, oltre al conflitto che coinvolge le RSF (Forze di Supporto Rapido) e le Forze Armate Sudanesi, ci sono i civili. Il Giornale d'Italia ne ha parlato con Mathilde Vu, Advocacy Manager per l'organizzazione umanitaria Norwegian Refugee Council (NRC) in Sudan.

Qual è il ruolo della sua organizzazione umanitaria? Da quanto tempo svolge questo lavoro e quali le misure concrete attuate per aiutare le persone in difficoltà nella regione? Quali sono le difficoltà maggiori che affronta ogni giorno?

«Lavoro in Sudan da quattro anni e mezzo per il Norwegian Refugee Council, un’organizzazione internazionale umanitaria che opera in diversi Paesi, tra cui, e soprattutto, in Sudan. Il mio team è attivo su tutto il Paese, in particolare qui, nel Nord Darfur, dove ora mi trovo ora. Forniamo istruzione alle persone colpite dalla guerra, soprattutto ai bambini; forniamo riparo e quelli che chiamiamo "articoli non alimentari", cioè le cose basilari di cui si ha bisogno in un rifugio come taniche, stuoie, coperte, zanzariere, ecc. Stiamo anche riabilitando le latrine, cioè i servizi igienici, e facilitando l’accesso all’acqua. Distribuiamo molto denaro alle persone, agli sfollati interni che stanno fuggendo dal conflitto, così che possano comprare ciò di cui hanno bisogno al mercato, a seconda delle loro priorità.

Lavoriamo inoltre all’accessibilità del cibo. Ad esempio, abbiamo sovvenzionato il prezzo del pane nel Darfur così che venga dimezzato in modo da rendere questo bene primario assai più accessibile per le persone, perché nel Darfur c’è un alto livello di insicurezza alimentare. E infine, supportiamo anche l’accesso alla documentazione legale e civile, come carte d’identità, per le persone che sono state sfollate, perché questo le aiuta a muoversi meglio e ad accedere ai servizi.

Quindi, questo è concretamente ciò che stiamo facendo in tutto il Paese. Io ora mi trovo a Tawila, a circa 60 km da Al-Fashir, il luogo che ha visto questa grande campagna di distruzione un mese fa, con atrocità di massa. Stiamo supportando le persone che sono riuscite a scappare e forniamo loro supporto, ad esempio, con cucine comunitarie gestite dai soccorritori locali, così che possano avere un pasto al giorno. Nella scuole per i bambini, forniamo supporto psicosociale oltre che lasciare loro del denaro utile»

Ha detto di trovarsi a Tawila, a 60 chilometri da Al-Fashir: cosa prova, quali sono le sensazioni, le percezioni di rischio che avverte trovandosi così vicino alle RSF (Forze di Rapido Supporto)?

«Fatemi parlare della percezione delle persone del luogo, perché penso che sia ancora più importante. Non ho mai visto prima un simile livello di trauma. Le atrocità che hanno visto sono molto difficili da immaginare. Ogni singola persona con cui parli ha perso qualcuno, ha un familiare scomparso. Non sanno dove si trovi da settimane, persino mesi.
Per esempio, ho parlato con una donna: le tenevo la mano, e solo poi mi sono accorta che le mancavano due dita. Le ho chiesto: "Cos’è successo alla tua mano?" E lei mi ha raccontato che una bomba che ha colpito la sua casa l’ha ferita, uccidendo i suoi due figli.

Poi, dopo essere andata in ospedale, quando è riuscita a fuggire, è riparata qui a Tawila - devastata. Ora si sta prendendo cura di due bambini che non sono suoi, perché i loro genitori sono morti. È terribile, ed è assolutamente tutt’altro che un’eccezione. È qualcosa che senti ogni volta che parli con qualcuno: un'esperienza tragica accomunante. Le persone sono scioccate, traumatizzate, spaventate. Sanno che le RSF sono molto vicine, che questa guerra va avanti da due anni e mezzo, e non sembra affatto destinata a finire presto. In Sudan, in questo momento, nessun luogo è sicuro. Ci troviamo tutti - noi operatori umanitari inclusi - in una situazione molto fragile al momento, dove il livello di paura paralizza»

In Europa, molte delle atrocità che si consumano localmente ci arrivano attraverso il "filtro" delle RSF: foto e video di corpi di bambini e donne violentate appesi agli alberi, uomini che si scavano la fossa prima di morire con esecuzioni sommarie. Documenti filmati dai paramilitari e dati in pasto ai social, tra risate e dileggio ... 

«Nauseante, vero? Questo mostra il livello di impunità generale in Sudan, ormai da decenni. Se le persone che commettono atrocità sono disposte a filmarle, a pubblicarle sui social media e ad esserne fiere, questo dice molto su quanto non vi sia punibilità e alcuna responsabilità. Ma questo va avanti da decenni: nessuno è mai stato davvero arrestato, detenuto, condannato per il genocidio di vent’anni fa. Quindi penso che questo - l'assenza di pena - stimoli chiunque a fare lo stesso. Una cosa è chiara: c'è una parola che ricorre spesso nelle testimonianze che raccolgo dalle persone in fuga: umiliazione. Molti sopravvissuti parlano di come siano stati umiliati lungo il tragitto, oltre ai crimini che avvengono lì. I video delle RSF sono l'ennesimo sfregio alla dignità umana»

Le RSF sono i carnefici, questo è chiaro. Ma qual è invece il ruolo dell’esercito regolare? 

«È difficile rispondere a questa domanda. Una cosa è certa: gli unici "buoni" in Sudan, al momento, sono i civili, i bambini che vediamo, quelli che sono scappati. Loro sono le vittime - se vogliamo guardare le cose in modo "manicheo"»

I media e l'occhio della politica internazionale non sono mai stati profondamente interessati alla guerra in Sudan. La questione però è cambiata con la conquista di Al-Fashir dopo 500 giorni d'assedio. Cos'è intervenuto rispetto a prima? Perché la presa della città ha rappresentato il "punto di non ritorno" del conflitto?

«Spero che lo sia, che sia il "punto di non ritorno", ma non sono così ottimista. Al-Fashir ha catturato l'attenzione di molti politici nelle prime settimane degli attacchi. Ma anche ora potete vedere come l'attenzione mediatica su Al-Fashir e sul Sudan in generale sia subito calata, come le misure e le deboli pressioni adottate dalla comunità internazionale non siano riuscite. Non credo che la comunità internazionale, e soprattutto i leader del mondo, abbiano interesse su ciò che succede qui.

C'è negligenza globale nonostante abbiamo a che fare con la più grande crisi umanitaria nel mondo. Due atrocità di massa sono state commesse una dopo l'altra nel Darfur, e un'altra presto succederà in Kurdufān. L'assistenza umanitaria è stata drasticamente ridotta. La mia speranza è che il mondo si svegli su ciò che sta succedendo e si renda conto delle dimensioni e della gravità della Storia. E prima o poi dovremo sbatterci contro. Abbiamo bisogno di molto di più di discorsi. Serve pressione politica su aiuti umanitari e forme di supporto affinché sia assicurata la protezione dei civili e affinché l'assistenza raggiunga le persone in necessità il più velocemente possibile. Nulla di tutto ciò sta succedendo»

La settimana scorsa Donald Trump ha rassicurato sul fatto che gli Stati Uniti potrebbero intervenire in questa guerra...

«Sì, Donald Trump è l'unico presidente ad essersi espresso in merito. Staremo a vedere cosa riuscirà a fare. Tutto ciò che posso dire su Donald Trump è che gli Stati Uniti hanno un ruolo da svolgere nel Sudan. Resta uno dei paesi più influenti per questa guerra. Gli Stati Uniti possono fare pressione su entrambe le sponde militari e, in particolare, sui sostenitori di ambo le parti... È difficile per me dire se sarà un bene o un male il loro intervento; purtuttavia è difficile uscire da questa stasi se l'America non mette pressione. Francamente, gli Stati Uniti hanno molta più possibilità di farcela rispetto a qualsiasi altro Stato, se mettono la giusta pressione»

Dunque crede che Trump sia un personaggio affidabile?

«Preferirei commentare la situazione corrente in Sudan, tuttavia spero di sì»

Cosa ne pensa di quanto dichiarato dall'Alto Rappresentante della Commissione europea sulla "ferma condanna delle atrocità perpetrate dalle RSF" e sulle "misure restrittive" annunciate contro Abdelrahim Hamdan Dagalo, numero due delle RSF?

«Ciò che posso dire è che c'è una cosa che ho notato dopo che tutti i Ministri degli Affari Esteri hanno incontrato la Commissione: il fatto di aver riconosciuto che la protezione dei civili e l'accesso degli aiuti umanitari non possono dipendere da un cessate il fuoco. Sono linguistiche specifiche e sono estremamente importanti. Non si tratta solo di parole: il messaggio è che ci sono regole in guerra, che la legge internazionale e umanitaria impone di non attaccare i civili, di non colpire le infrastrutture, di non bloccare l'assistenza vitale per quelle stesse persone. Queste sono le "regole" della guerra.

Quindi per noi in quanto organizzazione crediamo che sia molto importante che gli Stati membri cerchino di attuare un cessate il fuoco, sebbene sia molto improbabile che succeda nell'immediato futuro. L'urgenza ora è assicurare - qualora la guerra continui - che la stessa rispetti i presupposti internazionali, e almeno su questo punto l'Ue ha cercato di riflettere. Ora gli Stati membri dovranno nuovamente prioritizzare il Sudan. Ci serve molto di più di semplici frasi»

Da quando è iniziata la guerra, le stime sul numero delle vittime e degli sfollati restano incerte, talora contraddittorie. Ciò avviene senz'altro per un'oggettiva difficoltà di calcolo, ma anche per rimpalli mediatici che modificano i dati. Che stime ha lei attualmente a Tawila?

«Questa è la tragedia del Sudan: nessuno sa quante persone sono state uccise o ferite dall'inizio della guerra. E vi sono diversi motivi per spiegare la mancanza di dati solidi: il più importante è che l'intero Sistema Sanitario è stato distrutto, specialmente in Darfur. Perciò è difficile contare i morti. In secondo luogo, la mancanza di comunicazione, il blackout. Non ci sono giornalisti che possono riportare dati. Inoltre, gli stessi attori militari conducono operazioni di occultamento dei numeri reali nel tentativo di ridimensionare la tragedia. Non sapremo mai quante persone sono state uccise realmente: anche se sono state uccise in quest'ultimo mese, avremo sempre stime.

Ciò che posso dirvi è che circa 15.000 persone sono arrivate a Tawila, di cui almeno 400 bambini, giunti senza genitori o perché scomparsi, o perché uccisi o detenuti. Oppure perché i genitori hanno chiesto a qualcuno di prendersi cura dei bambini e scappare a Tawila. Il livello di separazione familiare è enorme. Ogni persona del mio team ha un familiare scomparso, e nessuno sa dove possa essere»

Viste le atrocità commesse dalle RSF e dell'enorme numero di morti da loro causato, possiamo parlare di genocidio?

«Siamo un'organizzazione umanitaria, la definizione "legale" non ci compete. Quello che posso dire è che certamente ci sono uccisioni di massa, esecuzioni, stupri, persone detenute arbitrariamente, l'uso della fame come arma di guerra, attacchi contro case e ospedali. C'è una lunga lista di gravi violazioni dei diritti umanitari e le persone che aiutiamo lo confermano» 

Se avesse la possibilità di fare un appello, di mandare un messaggio alla Comunità Internazionale, alle Nazioni Unite, alla Commissione Europea, agli Stati Uniti, cosa direbbe?

«È una domanda a cui è impossibile rispondere. Perché qui in Sudan manca tutto, a partire da misure per fermare i bombardamenti sui civili, le uccisioni indiscriminate di donne e bambini, gli assedi alle città. Mancano le basi per costruire una risposta umanitaria, per inviare cibo, per sostenere gli operatori locali... Se avessi l'opportunità di discutere con una persona di alto livello politico, non mi basterebbe un'ora per coprire tutti i fronti critici ed elencare i rimedi necessari per il Sudan».

 

 

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