19 Febbraio 2026
Randy Fine FOnte: House.gov
C'è un momento in cui il degrado del discorso politico smette di essere una metafora e diventa un fatto concreto che supera ogni livello di decenza e di rispetto verso il prossimo. Quel momento è arrivato domenica 16 febbraio 2026, quando Randy Fine, deputato repubblicano della Florida, ha pubblicato su X una frase che in qualunque democrazia europea avrebbe già prodotto una richiesta di arresti: "Se ci costringono a scegliere, la scelta tra cani e musulmani non è difficile".
Fine non è un troll anonimo. È un membro del Congresso degli Stati Uniti, eletto in un'elezione suppletiva nel 2025 nel sesto distretto della Florida. È ebreo, si batte contro l'antisemitismo, ma non vede alcuna contraddizione nell'usare contro i musulmani la stessa logica di disumanizzazione che condanna quando essa colpisce il suo popolo. La disumanizzazione, evidentemente, ha un doppio standard.
Fine si è difeso sostenendo di rispondere a un post di Nerdeen Kiswani (co-fondatrice del gruppo pro-palestinese 'Within Our Lifetime'), che aveva ironizzato sarcasticamente — come lei stessa ha poi chiarito a NBC News — sull'isteria islamofobica attorno all'elezione del sindaco Mamdani, scherzando sul fatto che 'New York si sta islamizzando' e presto avrebbe vietato i cani. Fine ha preso quella battuta poco felice alla lettera, o ha finto di farlo, trasformandola nel pretesto per il suo attacco. Un post satirico, di livello discutibile appunto, che però non conteneva nulla di paragonabile a ciò che Fine ha scritto. Trasformare una battuta politica in un'incitazione al confronto di civiltà — scegliere tra un gruppo religioso di quasi due miliardi di persone e i cani — non è una risposta. È una scelta deliberata di escalation. E’ puro razzismo. E Fine lo sa fin troppo bene. D’altronde è recidivo, lo aveva già fatto precedentemente. Aveva infatti già invocato pubblicamente l'espulsione di massa dei musulmani americani, e sostenuto che i palestinesi di Gaza vadano ridotti alla resa incondizionata con la stessa brutalità con cui gli americani piegarono il Giappone con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. L'uomo non sbaglia, recidiva.
Quello che colpisce, tuttavia, non è solo Fine. È il silenzio. Lo speaker repubblicano Mike Johnson, nonostante le pressioni di numerosi democratici, non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica sulla vicenda. Un silenzio che equivale a un'approvazione silenziosa, o almeno a un calcolo politico che considera Fine elettoralmente più utile di quanto non sia imbarazzante. L'unico repubblicano eletto a criticare Fine è stato il deputato del Nebraska, Don Bacon, il quale però ha subito aggiunto che "Fine è spesso nel mirino di Code Pink (organizzazione pacifista americana fondata nel 2002, prevalentemente femminista, nata in opposizione all'invasione dell'Iraq. È nota per le sue azioni di protesta spettacolari e dirette, spesso irrompono in audizioni del Congresso con abiti rosa. Code Pink si batte contro le spese militari, il commercio di armi e l'occupazione israeliana dei territori palestinesi) e dei tipi pro-Hamas", come se tutto ciò, ammesso e non concesso, contestualizzasse o attenuasse l'islamofobia. Laura Loomer, attivista di estrema destra, ha invece difeso Fine apertamente, senza problema alcuno.
Le reazioni democratiche sono state immediate e dure. Alexandria Ocasio-Cortez ha scritto che si tratta di "una delle dichiarazioni più disgustose che abbia mai visto provenire da un funzionario americano" e ha chiesto la censura e la rimozione dai comitati parlamentari. Il governatore democratico della California Gavin Newsom ancor più chiaramente e direttamente ha scritto su X: "Dimettiti ora, razzista". Il CAIR — Council on American-Islamic Relations, la maggiore organizzazione per i diritti civili musulmani negli Stati Uniti — ha formalmente chiesto ai leader del Congresso di condannare Fine e di richiederne le dimissioni. Significativo che anche voci ebraiche si siano levate contro di lui. Il deputato democratico Dan Goldman, egli stesso ebreo, ha definito le dichiarazioni di Fine "dannosissime per gli ebrei che combattono l'antisemitismo" e ha chiesto a Johnson di portare in aula una mozione di censura.
Nel frattempo, Fine ha continuato a difendersi su Newsmax — l'emittente di riferimento dell'estrema destra trumpiana — con un'ulteriore falsità: ha sostenuto che i democratici come Ocasio-Cortez vogliano "togliere i cani agli americani", un'affermazione del tutto infondata e palesemente falsa, naturalmente, che Fine stava già propagando come argomento elettorale per le elezioni di metà mandato. È il manuale del populismo identitario: provocare, raccogliere le condanne, trasformarle in prova di persecuzione, monetizzare politicamente. Fine sa esattamente quello che fa, purtroppo.
Ci dice che negli Stati Uniti del 2026 un membro del Congresso può equiparare un intero gruppo religioso agli animali, può farlo alla vigilia del Ramadan, può farlo impunemente mentre Mike Johnson, lo speaker repubblicano della Camera, tace, e Fine può continuare a sedere serenamente nelle commissioni parlamentari. Ci dice che l'islamofobia non è più un'opinione marginale nella politica americana: è una posizione sostenibile, difendibile, elettoralmente redditizia. Ci dice, infine, che il problema non è Randy Fine. Fine è il sintomo. Il problema è un sistema politico che ha normalizzato l'odio come strumento di consenso, e un Partito Repubblicano che — come ha scritto Ocasio-Cortez — "abbraccia apertamente tutto questo". Ignorare questo significa accettarlo. E accettarlo significa diventarne complici. Del resto, in un Paese dove il presidente in carica può permettersi di chiamare pubblicamente "porcellina" una giornalista che osa fargli una domanda, non dovrebbe stupire che i suoi sodali al Congresso si sentano autorizzati a tutto. L'odio è stato sdoganato dall'alto. E quando il pesce puzza dalla testa, come suol dirsi, l'infezione scende fino alla coda. Gli Stati Uniti di oggi sono uno Stato in cui la lobby sionista detta l'agenda, il razzismo anti-islamico è diventato posizione politica legittima, e chi dovrebbe fermare tutto questo — lo speaker Johnson — sceglie il silenzio. Un silenzio che, a questo punto, vale più di mille dichiarazioni.
Di Eugenio Cardi
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