Iran disponibile a diluizione uranio arricchito e regolamentazione nucleare, Usa spingono per regime-change con pressing economico - RETROSCENA
Teheran apre su uranio e ispezioni Aiea ma non sui missili; Israele chiede smantellamento totale. Usa schierano portaerei e valutano operazioni prolungate
La pressione in Medio Oriente rimane alta. Per domani è programmato un nuovo round di colloqui indiretti fra Stati Uniti e Iran a Ginevra, con la mediazione dell'Oman. Teheran ha fatto sapere di essere disponibile alla diluizione dell'uranio arricchito al 60% e al ritorno delle ispezioni da parte dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea). Oggi, infatti, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato, proprio a Ginevra, il direttore dell'Aiea, Rafael Grossi.
Gli Stati Uniti, spinti da Israele, pretendono più concessioni da parte di Teheran, fra cui limitazioni al numero e alla gittata dei missili balistici, lo stop al supporto di gruppi proxy nella regione e l'abbandono totale del programma nucleare. Intanto, Washington sta utilizzando armi economiche per cercare di strangolare l'Iran e di arrivare a un regime-change interno: sanzioni e giro di vite sul commercio del petrolio iraniano, soprattutto quello diretto verso la Cina.
Iran disponibile a diluizione uranio arricchito e regolamentazione nucleare, Usa spingono per regime-change con pressing economico - RETROSCENA
Missili intoccabili, ma apertura su uranio e controlli. È su questo equilibrio che si gioca il nuovo round di negoziati tra Iran e Stati Uniti, in programma domani a Ginevra con la mediazione dell’Oman. Teheran ribadisce che il proprio programma missilistico “fa parte delle linee rosse e non è negoziabile”, mentre si dice pronta a discutere una diluizione delle scorte di uranio arricchito al 60% e a rafforzare la cooperazione con l’Aiea.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato a Ginevra il direttore dell’Aiea Rafael Grossi per colloqui tecnici preparatori. Teheran ha segnalato disponibilità a ripristinare ispezioni anche frequenti, pur respingendo l’ipotesi di “arricchimento zero”, considerata una violazione della propria sovranità nell’ambito del Trattato di non proliferazione.
Sul fronte opposto, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fissato condizioni durissime: rimozione totale dell’uranio arricchito dal territorio iraniano, smantellamento delle infrastrutture nucleari, limite di 300 km ai missili balistici e dissoluzione dell’“asse della resistenza”. Richieste giudicate inaccettabili da Teheran e difficilmente conciliabili con un compromesso.
Intanto cresce la pressione militare. Il presidente Usa Donald Trump ha confermato l’invio della portaerei Uss Gerald R. Ford nell’area del CENTCOM, che si aggiunge ad altre unità già schierate. “Ne avremo bisogno se non raggiungeremo un accordo”, ha detto, precisando che il dispositivo potrebbe restare nell’area “anche per mesi” ma serve solo in caso di fallimento diplomatico.
Secondo fonti Reuters e New York Times, il Pentagono sta preparando scenari di operazioni prolungate, della durata di settimane, qualora Trump ordinasse un attacco. I piani non riguarderebbero solo siti nucleari e missilistici, ma anche strutture statali e apparati di sicurezza iraniani. Washington si attende ritorsioni e una possibile escalation regionale.
Parallelamente, la pressione economica resta centrale. Trump e Netanyahu avrebbero concordato di colpire le esportazioni petrolifere iraniane verso la Cina, mentre l’ex speaker della Camera Nancy Pelosi ha esplicitato una strategia di “regime-change” fondata sull’uso di leve economiche e sanzioni per “paralizzare l’economia”.
A Monaco, alla Conferenza sulla sicurezza, l’ex principe ereditario Reza Pahlavi ha invocato defezioni interne e un intervento occidentale per accelerare la caduta del regime, sostenendo che l’intervento “può salvare vite”. Dichiarazioni che alimentano il sospetto iraniano di un cambio di regime come obiettivo reale.
Domani a Ginevra, con l’Oman mediatore, si tenterà di riportare il confronto su binari tecnici. Ma tra linee rosse sui missili, richieste israeliane massimaliste e massiccio dispiegamento militare Usa, la diplomazia cammina su un filo sottile.