11 Febbraio 2026
Meloni-Zelensky, fonte: imagoeconomica
Il provvedimento che oggi approderà alla Camera è un decreto legge urgente con diverse disposizioni chiave, tra le quali spicca l’ulteriore autorizzazione (ovvero il “permesso” del Parlamento) all’invio di aiuti e cessione di mezzi, armamenti, materiali di difesa ed equipaggiamenti militari in favore dell’Ucraina.
Si tratta ovviamente di un ulteriore sostegno e di una estensione dell’impegno italiano di supporto militare già offerto dall’Italia a Kiev, mentre la guerra con la Russia prosegue inutilmente, con il risultato scontato, come supportato anche dalle dichiarazioni del presidente Trump, che la fine delle ostilità e la pace giungeranno solo con la presa d’atto che i territori conquistati dai Russi e ormai territorio russo dovranno essere riconosciuti come tali in quanto appartenenti a popolazioni di lingua russofona.
Oltre alla parte militare, il decreto contiene anche disposizioni per il rinnovo dei permessi di soggiorno per i cittadini ucraini presenti in Italia, misure per la sicurezza dei giornalisti freelance in zone di conflitto e altri aspetti amministrativi urgenti legati alla crisi ucraina.
Si tratta di un decreto in continuità con altri provvedimenti simili approvati negli ultimi anni (come quelli del 2024 e 2025 con proroghe degli aiuti). La versione attuale mantiene sostanzialmente la linea di sostegno a Kiev, con aggiornamenti puntuali e alcune nuove misure, senza stravolgere i contenuti precedenti.
Il governo ha annunciato che porrà la questione di fiducia sul decreto per garantirne l’approvazione già oggi in Aula.
Nella maggioranza sarebbero nate alcune divisioni interne, soprattutto nella Lega che risente della spaccatura creata dall’uscita del Generale Vannacci.
Infatti mentre la dirigenza ufficiale aveva finora sostenuto il provvedimento, una componente vicina all’eurodeputato Roberto Vannacci (i cosiddetti Vannacciani o Futurosti) spinge per il voto contrario all’invio di armi e ha presentato emendamenti con lo scopo di cancellare l’articolo principale sul trasferimento di armamenti.
Anche il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) sono critici e hanno presentato emendamenti con lo stesso scopo di giungere alla soppressione di quell’articolo.
Per questo motivo, il governo punta a blindare il decreto con la fiducia per evitare un insuccesso parlamentare.
In questo contesto, mentre il Partito Democratico e il centrodestra “tradizionale” (almeno in parte) sostengono la proroga degli aiuti, ritenendola importante per onorare gli impegni con la NATO e con l’Unione Europea per favorire la difesa di Kiev, le fazioni pacifiste e scettiche sull’invio di armi ritengono che continuare la fornitura bellica protragga il conflitto anziché favorirne la pace, sollevando dubbi anche sul costo politico ed economico che avrebbero potuto essere destinate per altre esigenze italiane.
Certo è che la spaccatura nella Lega e l’alleanza con i gruppi contrari pur rendendo il voto di domani(oggi) politicamente delicato per il governo, saranno superate dal voto di fiducia quale strumento istituzionale strategico per superare le tensioni e per assicurare l’approvazione del decreto e la sua conversione in legge entro il 2 marzo 2026, in quanto diversamente il decreto decadrebbe.
Quello di oggi infatti è il primo esame parlamentare del citato decreto che, una volta approvato, passerà all’esame del Senato ove dovrà essere approvato entro 60 giorni dalla pubblicazione.
Al di là delle strategie dei partiti di governo e di quelli dell’opposizione, non si può non evidenziare che per gli effetti della nostra costituzione, che sancisce all’Articolo 11 che l’Italia “ (…) ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (…) ”, non si è sentito neppure un solo parlamentare prendere lo spunto dalla nostra storia patria relativa alla soluzione del Terrorismo alto atesino avvenuta con la concessione di una ampia autonomia, per ricordare che per l’Italia sarebbe stato sufficiente ricordare che male aveva fatto l’Ucraina dal 2014 in avanti a perseguitare le popolazioni russofone del Donbass, invece di concedere loro l’autonomia sancita nei protocolli di Minsk.
I Protocolli di Minsk sono due accordi (Minsk I nel 2014 e Minsk II nel 2015) nati per fermare la guerra nel Donbass tra il governo ucraino e i separatisti filorussi sostenuti da Mosca.
In sintesi, il citato protocollo Minsk I del 5 settembre 2014 prevedeva il cessate il fuoco immediato e bilaterale, il monitoraggio OSCE del cessate il fuoco, il decentramento del potere in Ucraina, con una legge sullo “status speciale” per alcune aree del Donbass, lo Scambio di prigionieri, l’amnistiaper i partecipanti agli eventi nelle regioni separatiste, il ipristino del controllo ucraino del confine con la Russia (in modo graduale) e il ritiro di gruppi armati illegali e mercenari.
Mentre il protocollo Minsk II del 12 febbraio 2015, firmato dopo la battaglia di Debaltseve, con la mediazione di Francia e Germania è un documento più dettagliato di 13 punti.
I Punti principali prevedevano:
1. il cessate il fuoco immediato;
2. il ritiro delle armi pesanti per creare una zona cuscinetto;
3. il monitoraggio e verifica OSCE;
4. il dialogo su elezioni locali nelle aree separatiste secondo la legge ucraina;
5. la riforma costituzionale ucraina con decentralizzazione e “status speciale” permanente per le regioni del Donetsk e del Luhansk;
6. l’amnistia per i combattenti;
7. lo scambio di prigionieri “tutti per tutti”;
8. il ripristino del controllo del confine all’Ucraina, ma solo dopo l’avvenuta riforma costituzionale e l’effettuazione delle elezioni locali.
Tale protocollo si tradusse in un nodo interpretativo e controverso in cui il punto più dibattuto e che rimase irrisolto era rappresentato proprio dalla riforma costituzionale con decentralizzazione e “status speciale” da concedere alle popolazioni delle regioni separatiste del Donetsk e del Luhansk, con tutte le conseguenti ripercussioni sulla sicurezza e sul controllo del confine con la Russia.
Peccato che l’Italia non abbia fatto parte nel 2015, unitamente a Francia e Germania, di quel gruppo di mediazione, poiché in quella sede avrebbe potuto sostenere la necessità e l’opportunità che l’Ucraina concedesse alle regioni separatiste del Donbass, costituite da popolazioni di lingua russofona, quella amplissima autonomia che aveva salvato l’Italia negli anni ‘70 dal terrorismo separatista dell’Alto Adige, che aveva insanguinato quella regione di lingua tedesca ceduta all’Italia dall’Austria al termine della prima guerra mondiale.
Gli accordi, come si sa, non vennero mai pienamente applicati, tanto che dal 2015 al 2022 il conflitto rimase “a bassa intensità”, con migliaia di vittime che si sarebbero potute evitare sol che l’Ucraina avesse concesso quello “Status Speciale” a quelle regioni, che avrebbe disinnescato definitivamente l’intervento Russo o, almeno, non avrebbe offerto il fianco per giustificare l’operazione speciale Russa del 2022.
L’Italia ha mancato una occasione unica e rara per ergersi a leader diplomatico mondiale della vera pace che non si raggiunge con le armi, ma con la mediazione e la concessione di autonomie a quelle popolazioni che sono di lingua diversa da quella dello Stato Nazionale a cui appartengono.
Di Gianfranco Petricca
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