21 Gennaio 2026
Più che i discorsi contano le aure, le atmosfere e i toni nel teatro mondiale della politica vera: Davos. Trump lo ha chiarito appena sceso in Svizzera: "un anno e mezzo fa eravamo morti e ora siamo la nazione più "hot" al mondo". Un Trump che si muove come una locomotiva potente e veloce, approfittando delle incertezze e delle divisioni fra gli Stati europei e capitalizzando al cubo la lucidità di visione propria di questi nuovi Usa che senza rinunciare a nulla del loro sistema globale (anglo-americano) vogliono ora anche riprendersi una sfera di egemonia territoriale, energetica e infrastrutturale. Sempre più chiaramente gli Usa di Trump si muovono giocando a carte scoperte e puntano ad un contro-piede mondiale contro la sfida infrastrutturale e commerciale dei Brics e dell'altra locomotiva: quella cinese. La nuova via artica Usa in contrapposizione alla "Via della seta" cinese, nuovi grandi passaggi e snodi (Bering, Somaliland, Emirati-India, Baku) contro la cinesizzazione dell'area europea. L'Europa appare sempre più sotto pressione da est come da ovest e pagherà sempre più cara l'assenza di piani industriali e di proiezione geopolitiche sinergiche a cui si è auto-condannata (per via ideologica) da decenni. Il caso della Groenlandia mostra chiaramente l'inconsistenza e l'ipocrisia delle posizioni critiche della Francia e della Germania che fingono di ignorare che la N.A.T.O. è creazione e strumento americano e che gli interessi in gioco nell'Artico non possono essere trattati ragionando come due secoli fa; cioè solo in termini di confini e Stati nazionali, guardando ad un passato che non tornerà mai più. La Danimarca poi quale "stato nazionale" quasi non esiste tanto vive integrata nel sistema economico globale anglo-americano e non potrebbe dare alcun futuro alla Groenlandia. La timida e ridicola opposizione europeista (fuori dal reale) alla chiarezza della strategia mondiale Usa sull'Artico dimostra l'incapacità delle elites europee di ritagliarsi una propria partecipazione a questo rilancio e valorizzazione globale della Groenlandia che appare una necessità per tutto l'Occidente. La vecchia logica colonialista appare oggi più appartenere alla Danimarca e all'europeismo ideologico che ragionano in termini moralistici e convenzionali (privatistici) facendo finta di ignorare che i confini nazionali e gli stati nazionali nella sostanza sono evaporati già dal 1945 e che oggi conta solo la pianificazione tecno-industriale strategica nella quale gli Usa sono tornati capofila con grande dinamismo. Abbiamo avuto nel 2026 il Davos più politico di tutti i tempi grazie a Trump che ha posto l'Occidente di fronte ad un'alternativa secca e urgente: allinearsi alle linee guida che ci ha ribadito e anticipato oppure rassegnarsi al declino e alla marginalizzazione. Se le nostre elites fossero intelligenti dovrebbero negoziare un loro ruolo all'interno di questo New Deal mondiale trainato di nuovo dagli Usa, dopo decenni di appiattimento alla Finanza e confuso vuoto politico. L'Europa purtroppo ha introiettato eccessivamente il proprio ruolo di satellite dentro il globalismo finanziario per riuscire a tornare a ragionare anche in termini identitari, valoriali, pragmatici-territoriali e basici. Ci sfameranno le chiacchere di Macron e le sue doti cine-attoriali?
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