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Maduro scaricato dai suoi vertici: l’azione americana come messaggio chiaro che l’impero non è mai morto

L’ipotesi che una parte dell’apparato militare venezuelano abbia identificato Maduro come elemento sacrificabile prende sempre più strada nell’analisi dell’operazione.

05 Gennaio 2026

Maduro scaricato dai suoi vertici: l’azione americana come messaggio chiaro che l’impero non è mai morto

NEW YORK – Attenzione ai naviganti del diritto internazionale: in Italia non si parla d’altro.

Oltreoceano, invece, il rumore è più ovattato. It is what it is.

A Times Square, ieri, qualche sparuto gruppo di manifestanti sventolava bandiere venezuelane; nulla di più di uno spauracchio simbolico, rapidamente assorbito dal ritmo indifferente della metropoli. L’America, nel frattempo, è tornata a fare l’America

Sul suolo italico, al contrario, si invoca il diritto internazionale. È il riflesso tipico delle potenze senza potere: fare delle parole l’unica, e spesso deludente, arma disponibile. Ma proprio per questo, oggi, occorre fare chiarezza.

Il Venezuela non è il teatro di una “nuova Yalta”.

È, più semplicemente e più tragicamente, uno dei fronti aperti di una guerra globale che non viene mai dichiarata, ma che non smette mai di essere combattuta.

Le categorie con cui una parte dell’analisi italiana prova a spiegare quanto avvenuto risultano deboli, se non deliberatamente fuorvianti.

Nicolás Maduro non è Hugo Chávez. Partiamo da questo presupposto.

Chávez era un militare, un uomo cresciuto dentro l’apparato delle Forze Armate, capace di parlare il loro linguaggio e di governarne gli equilibri. Maduro arriva dal sindacalismo, da una traiettoria civile che lo ha reso strutturalmente dipendente dal sostegno dei vertici militari. Un sostegno che negli anni si è progressivamente trasformato in un rapporto di forza asimmetrico.

In questo quadro, l’ipotesi che una parte dell’apparato militare venezuelano lo abbia identificato come elemento sacrificabile non è affatto banale. Né lo è l’idea di una progressiva infiltrazione, o quantomeno permeabilità, della sua cerchia più prossima a interessi esterni, inclusi quelli statunitensi. La storia latinoamericana non è nuova a operazioni di questo tipo. Anzi, ne è costellata.

Se davvero esistesse un accordo globale di spartizione delle sfere di influenza, la Cina non avrebbe avuto alcun interesse a esporsi pubblicamente incontrando Maduro il giorno precedente al suo rapimento. Né avrebbe continuato a muoversi con estrema cautela su dossier come Taiwan. Le grandi intese, quando esistono, producono stabilità visibile. Qui, invece, domina l’instabilità.


Anche la strategia statunitense è tutto fuorché ritirata o difensiva. I documenti ufficiali di sicurezza nazionale parlano chiaro: pieno controllo dell’emisfero occidentale, diritto di proiezione e pattugliamento delle rotte commerciali globali, dall’Estremo Oriente al Mar Rosso, fino al Golfo Persico.


Il Venezuela rientra perfettamente in questa logica. Non tanto come territorio da annettere o occupare integralmente, ma come risorsa da sottrarre a mani “sbagliate”. Il petrolio venezuelano non deve finire stabilmente né sotto controllo cinese né russo. Questo è il punto. Il resto è contorno.

Maduro, e questo andrebbe detto senza ambiguità da chiunque rappresenti un partito politico, porta con sé responsabilità gravissime. Ma questo non sarà lo spazio per un processo morale. La geopolitica non ha sentimenti.

Ciò che questo atto però mette in chiaro è una verità più brutale: nelle relazioni internazionali non vige la legge, ma il rapporto di forza. E quando il rapporto di forza è schiacciante, la forma giuridica risulta semplicemente superflua.

E se fosse ancora necessario ribadirlo, ancora una volta l’Unione Europea ha reagito con imbarazzo e irrilevanza, non potendo far altro se non arrendersi ad un allineamento passivo. Da Bruxelles il vagito è del morente.


Papa Francesco disse bene: siamo dentro una guerra frammentata, diffusa, intermittente. Una guerra combattuta per risorse, rotte, zone di influenza. Una guerra che avanza per strappi, arresti, crisi pilotate.

Il Venezuela oggi è uno di questi strappi. I prossimi potrebbero aprirsi nel Mar Rosso o nel Golfo Persico.

Ma quanto accaduto è soprattutto un messaggio diretto a Russia e Cina: Washington prende il campo e non fa toccare palla. L’impero non è mai morto; attenzione a come vi ponete. La scacchiera, del resto, non si ferma al Venezuela: include l’Iran, l’Ucraina, e ogni fronte che può essere congelato o riattivato a seconda della convenienza strategica.

La verità è che restiamo, sempre e comunque, condannati dalla geografia.

A volte le montagne ti salvano dalle mire espansionistiche, altre volte sono esattamente il motivo per cui non verrai mai lasciato in pace.

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