09 Febbraio 2026
Davos 2026, fonte: Facebook, @Bogdan Tiberiu Iacob
C’è un’immagine che riassume bene il nostro tempo: icone della rispettabilità globale che parlano di diritti e sostenibilità mentre, sullo sfondo, si addensano flotte e bombardieri. La contraddizione non è episodica, è strutturale. L’Occidente contemporaneo vive di una retorica etica che copre decisioni di forza, interventi armati e pressioni sistemiche che poco hanno a che fare con la tutela dei popoli o della pace.
Al di là delle singole amministrazioni, ciò che emerge è un modello di civiltà trasformato in apparato. Non più un insieme di nazioni, ma una corporazione diffusa, capace di agire simultaneamente sul piano militare, finanziario, culturale e informativo. Il potere non persegue un fine superiore: si autoalimenta, si espande, neutralizza ciò che non gli somiglia.
Questo modello agisce su due fronti. All’interno, dissolve legami comunitari, identità collettive, strutture solidali, sostituendole con individui atomizzati e dipendenti. All’esterno, ha storicamente imposto la propria egemonia: talvolta con il soft power, spesso con la forza. La lista dei Paesi colpiti, direttamente o indirettamente, è lunga e attraversa continenti e decenni.
Oggi l’attenzione si concentra sull’Iran, non per caso. Teheran rappresenta un crocevia energetico e strategico, indispensabile per contenere l’ascesa cinese e ridefinire gli equilibri euroasiatici. L’eventuale destabilizzazione iraniana non sarebbe un evento regionale, ma un passaggio chiave nello scontro tra mondi.
Ciò che inquieta non è solo la potenza militare, ma la sua integrazione con la finanza globale. Guerre, sanzioni, ricostruzioni: tutto diventa voce di bilancio. Popoli, territori, risorse si trasformano in variabili di mercato. L’Occidente Inc. non combatte per ideali, ma per stabilità dei flussi e rendimenti.
Ancora più inquietante è il consenso interno. Ampi settori dell’opinione pubblica accettano – o giustificano – distruzioni e conflitti in nome del progresso, dei diritti, della modernità. È il risultato di una pedagogia permanente, che ridefinisce il bene e il male secondo le necessità del sistema.
In questo quadro si inserisce il Forum di Davos, laboratorio ideologico più che semplice luogo di dibattito. La convergenza tra grande finanza e Big Tech non è un dettaglio, ma un salto di qualità: controllo dei capitali e controllo delle informazioni diventano un unico meccanismo di governo globale.
Le recenti proposte di integrare il cosiddetto capitale naturale nei bilanci aziendali segnano un’ulteriore soglia superata. Aria, acqua, suolo, ecosistemi: ciò che era bene comune viene tradotto in asset, valutato, scambiato. Non è ambientalismo, è appropriazione contabile dell’esistenza.
Quando persino ciò che rende possibile la vita viene ridotto a valore economico, non siamo di fronte a una svolta “verde”, ma a una metafisica del mercato. Il soffio vitale, ciò che molte tradizioni chiamano spirito, viene svuotato e reso proprietà. È il trionfo della Tecnica sull’Essere.
Da osservatore russofilo ma non ideologico, va detto: esistono modelli alternativi, imperfetti ma orientati alla sovranità reale, al primato della politica sul mercato, al limite come principio. Il mondo multipolare non è una minaccia: è una necessità storica per impedire che un solo centro decida il destino di tutti.
La questione non è difendere o attaccare l’Occidente in quanto tale, ma riconoscere cosa è diventato. Un sistema che pretende di salvare il mondo mentre lo contabilizza, lo frammenta e lo consuma. Capirlo è il primo passo per immaginare un futuro che non sia solo gestione del dominio, ma ritorno al senso, al limite e alla pluralità delle civiltà.
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