16 Gennaio 2026
Luigi Lovaglio, Ceo Mps
La seduta di venerdì 16 gennaio si chiude in rosso per il perimetro Mps-Mediobanca-Generali, penalizzato da un clima di forte incertezza. Le indiscrezioni su tensioni interne in vista del consiglio di amministrazione di Montepaschi del 22 gennaio hanno pesato sull’andamento dei titoli: Mps arriva a cedere oltre il 3% in mattinata, Mediobanca arretra di circa l’1,5%, mentre Generali limita le perdite allo 0,3%. Un segnale chiaro di come i mercati reagiscano negativamente quando il quadro strategico appare instabile.
Sotto osservazione c’è il futuro della governance di Mps, il cui consiglio sarà rinnovato in primavera dall’assemblea degli azionisti. In questo contesto, fa discutere la decisione del comitato nomine di escludere l’amministratore delegato Luigi Lovaglio dalla fase di preparazione della lista dei candidati.
A dare ulteriore visibilità al caso è stato un articolo del Financial Times, che ha parlato di una "presunta frattura tra Lovaglio e Francesco Gaetano Caltagirone", oggi titolare del 10,2% del capitale di Mps e autorizzato dalla Bce a salire fino al 20%. Secondo il quotidiano britannico, le divergenze riguarderebbero "il progetto di integrazione tra Mps e Mediobanca e le ricadute sulla partecipazione di Piazzetta Cuccia in Generali, con il rischio di destabilizzare gli investitori in una fase delicata per il settore bancario italiano".
La ricostruzione viene però respinta con decisione da Caltagirone. In una nota, l’imprenditore romano precisa di "non avere contatti con l’ad di Mps da diverse settimane" e sottolinea come il confronto in corso sia esclusivamente interno al consiglio di amministrazione. "Sul tavolo - spiega - ci sono due passaggi obbligati: la definizione del piano industriale richiesto dalla Bce entro sei mesi dalla chiusura dell’operazione su Mediobanca e la composizione della lista per il rinnovo del board".
Secondo Caltagirone, collegare il dibattito consiliare alla sua posizione azionaria o alla partecipazione di Mediobanca in Generali sarebbe una "lettura strumentale". Un’interpretazione che, a suo dire, finirebbe per "confondere le dinamiche fisiologiche di governance di Siena con presunti contrasti personali", tanto più considerando che l’imprenditore non siede nel consiglio di amministrazione di Mps.
Al centro delle discussioni resta comunque il progetto di fusione completa tra Mps e Mediobanca e il possibile delisting di Piazzetta Cuccia. In caso di integrazione totale, la quota del 13,2% detenuta da Mediobanca in Generali verrebbe trasferita alla capogruppo senese, che potrebbe poi decidere se mantenerla o ridurla. Uno scenario che, secondo il Financial Times, "ridimensionerebbe l’influenza di Caltagirone sul Leone di Trieste, di cui possiede già il 6,28% direttamente".
Sullo sfondo pesa anche l’indagine avviata dalla Procura di Milano sull’operazione Mps-Mediobanca. Nel fascicolo risultano indagati Lovaglio, Caltagirone e Francesco Milleri, presidente di Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che detiene il 17,5% di Mps e il 10,05% di Generali. Tutti gli interessati hanno respinto ogni accusa.
Il mandato di Lovaglio, del CdA e dell'assemblea dei soci scadrà ad aprile. Secondo quanto riportato dal Financial Times, "il comitato incaricato di valutare la successione - di cui fa parte anche Francesco Caltagirone, figlio dell’imprenditore - avrebbe suggerito di non includere l’attuale Ceo di Siena nel processo di selezione per il nuovo board, proprio in considerazione dell’indagine penale in corso".
Nel piano presentato agli investitori, Lovaglio ha indicato sinergie superiori ai 700 milioni di euro, realizzabili solo attraverso una fusione completa. La Bce, nel concedere l’autorizzazione all’ops su Mediobanca, aveva infatti imposto la presentazione di un piano di integrazione dettagliato entro sei mesi dal superamento della soglia del 50% del capitale, poi raggiunta in autunno.
Infine, sul fronte delle ipotesi di mercato, arrivano le doppie smentite. Prima UniCredit, poi Delfin che hanno escluso qualsiasi trattativa per la cessione della quota detenuta dalla holding dei Del Vecchio in Mps. Un chiarimento che contribuisce a raffreddare, almeno per ora, le speculazioni su nuovi equilibri nel risiko bancario italiano.
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