l titolo del libro, con il richiamo all'"ala di corvo", è lo stesso che Paul Mayr diede al capitolo del suo memoir dedicato alla strage di Stramentizzo e deriva, scrive von Guggenberg, "dal bizzarro copricapo indossato dal partigiano che Mayr dovette affrontare" ("un tipo grezzo, mi ricorda un macellaio, goffo con delle zampe enormi. Ma forse è solo per via dell'ala di corvo che ha messo sul cappello da alpino, al posto della penna dell'aquila").
La cugina di Carlo von Guggenberg, Nelly Mayr, ritrova, in una stanza della casa di famiglia, "tre anonimi faldoni impolverati": erano il memoriale di suo padre, 636 pagine in tedesco, dal novembre 1943 quando Paul era una recluta giovanissima, all'estate del 1953, a guerra finita. Perché un uomo adulto - si chiede von Guggenberg - con una vita ormai pacifica, si mette a raccontare, "e solo a sé stesso per giunta", episodi "sia tremendi, sia futili della sua vita?". Cosa ha spinto Paul Mayr a passare molti giorni nel suo studio - presumibilmente a metà degli anni '70, quando "era sulla cinquantina" - a scrivere questi ricordi, battendo "furiosamente a macchina", come ricorda sua figlia? il corvo evoca oscurità, presagi e morte, e l’ala del titolo allude al peso della colpa, della solitudine e dell’impossibilità di liberarsi dagli atti compiuti. Mayr, pur tornato alla vita civile dopo la guerra, resta evidentemente segnato dalla violenza e dai crimini di cui è stato partecipe, sospeso tra ciò che non può dimenticare e la necessità di confrontarsi con la propria coscienza.
Von Guggenberg ricorda di aver notato, nella ricca biblioteca di suo zio, che lui chiama Onkel Paul, un'edizione in tedesco di "La banalità del male", il reportage di Hannah Arendt sul processo che si tenne nel 1961 a Gerusalemme contro Adolf Eichmann. "A quei tempi - scrive von Guggenberg - avevo pensato, forse illudendomi, che, per lui, averlo letto significasse almeno aver condiviso l'orrore per la 'banalità del male' nazista. Ebbene, alla luce di ciò che appare nel memoriale, probabilmente mi sbagliavo".
Perché un uomo, colto, di famiglia benestante, che sembra aver abbracciato per caso l'ideologia nazista - in quel tempo, in Alto Adige, molti dichiaravano appartenenza alla cultura germanica, per via delle teorie della razza, che guardavano con sospetto razzista "gli italiani" - resta caparbiamente legato ad essa, nonostante gli orrori sperimentati?
Un elemento cruciale del libro è il ruolo delle scuole di indottrinamento nazista nella formazione dei giovani. Queste istituzioni (le Napolas per esempio, di cui si parla nel libro) non erano semplici scuole, ma strumenti ideologici sofisticati, progettati per forgiare individui permeabili alla propaganda, alla disciplina e alla gerarchia militare del Terzo Reich. Attraverso esercizi fisici, rituali, simboli e lezioni di storia distorta, i ragazzi venivano immersi in un mondo in cui l’obbedienza cieca e la fedeltà alla causa diventavano valori assoluti. È in questo contesto che Mayr si formò, e von Guggenberg ci mostra come l’indottrinamento avesse plasmato le sue scelte successive, trasformandolo in un esecutore di crimini e in un testimone passivo di violenze. Comprendere il ruolo di queste scuole è fondamentale per affrontare le radici del nazismo e riconoscere quanto la mente umana possa essere vulnerabile di fronte a ideologie totalitarie. Il libro si articola su due piani, strettamente intrecciati: da un lato la dimensione individuale, con le memorie intime e i tormenti esistenziali di Mayr; dall’altro, la dimensione collettiva, con la Storia che impone scelte e responsabilità. Il nucleo della narrazione ruota attorno a eventi drammatici come la strage di Stramentizzo e Molina del 4 maggio 1945, una delle ultime stragi naziste in Italia, a cui Mayr partecipò ("la sua è la testimonianza diretta di chi ha sparato il primo colpo in quella che è stata praticamente l'ultima strage nazista in Italia", scrive von Guggenberg). Von Guggenberg affronta questi episodi con verità, restituendo la crudeltà e l’orrore con la concretezza di una testimonianza che è insieme accusa e riflessione morale. Lo stile sobrio e documentario non cerca pathos o giustificazionismi: il lettore si trova davanti a un uomo, e alle scelte, agli errori e alle ferite che lo definiscono.
Un riferimento importante evocato in filigrana dal libro è anche la figura di Giorgio Marincola, il partigiano italiano di origine somala ucciso proprio nella strage di Stramentizzo, lo stesso episodio a cui partecipò Mayr. Marincola - protagonista di una delle pagine più alte e meno note della Resistenza, capace di opporsi fino all’ultimo alla violenza nazista - diventa il contrappunto morale della vicenda: la prova che, dentro lo stesso scenario di brutalità e annientamento, furono possibili scelte radicalmente diverse. La sua presenza storica, incrociata con la testimonianza di Mayr, ci dice che ogni epoca, anche la più oscura, offre sempre la possibilità di decidere, tra obbedienza e responsabilità.
Oltre al valore documentario, L’uomo con l’ala di corvo è importante per la riflessione etica che offre. Paul Mayr non è, alla fine, né un mostro assoluto né un eroe: è un uomo tragico, cresciuto in un contesto di radicalizzazione e portato a compiere scelte estreme. La sua storia interroga il lettore su colpa, responsabilità e memoria: è possibile la redenzione? Come confrontarsi con il passato quando la Storia ci ha resi strumenti e vittime al tempo stesso? Von Guggenberg ci ricorda che la memoria storica non è un semplice esercizio intellettuale: è un compito morale, necessario per comprendere la natura ambivalente dell’essere umano e per non lasciare che tragedie simili si ripetano.