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La scrittrice Rita Cavallaro: “Un libro inedito su Chico Forti era necessario”. ESCLUSIVA

“Senza prove. Il processo a Chico Forti, l’italiano all’ergastolo per omicidio negli Stati Uniti” è un libro edito da Male Edizioni di Monica Macchioni e farà non poco parlare nei prossimi mesi

Di Stefano Bini

10 Agosto 2022

“Senza prove. Il processo a Chico Forti, l’italiano all’ergastolo per omicidio negli Stati Uniti” edito da Male Edizioni di Monica Macchioni

Rita Cavallaro è giornalista di nera e giudiziaria al nuovo quotidiano L'Identità e collabora con il settimanale Giallo. Ha seguito i maggiori delitti degli ultimi anni e si è occupata dei processi italiani più importanti. Ha già scritto Oltre l'indizio. Segreti e verità nell'omicidio Bergamini, che le è valso quattro premi internazionali al giornalismo d'inchiesta, e 22 Gradini per l’inferno. Dal mostro di Nerola al depezzatore di Roma, i serial killer italiani nella Scala del Male, editi dalla stessa casa editrice. Il nuovo libro verrà presentato in esclusiva mondiale il prossimo 27 agosto.

Perché un libro su Chico Forti?

«Perché la vicenda di Chico Forti è incredibile e indigna per la forte ingiustizia subita da quest'uomo, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza statunitense da 22 anni con la tremenda prospettiva di poterne uscire solo da morto. Grazie alla famiglia Forti, in questi anni, si è creata l'onda di Chico, migliaia di persone che sostengono l'innocenza dell'italiano e chiedono la sua liberazione. E allora la mia deformazione professionale di cronista mi ha spinto a cercare nelle carte, perché sono gli atti a parlare. Non basta dire che una persona è innocente solo perché lo sostiene la famiglia, gli amici, i supporters»

 

Crede ci siano ombre dietro questo processo, lungo più del dovuto?

«Ci sono una serie di ombre, di manomissioni, persino un conflitto di interessi del difensore di Chico, che mentre difendeva l'italiano dall'accusa di omicidio di Dale Pike lavorava a un altro caso come pubblico ministero con il principale accusatore di Forti. E ci sono addirittura delle violazioni molto gravi delle regole del processo da parte del giudice Victoria Platzer, che prima ha prosciolto Chico dalle accuse di truffa e poi ha ammesso la stessa truffa quale movente del delitto, violando così la regola della doppia incriminazione, quella che vieta di processare una persona due volte per lo stesso crimine. Insomma, il caso di Chico abbassa gli standard della giustizia americana ai quali siamo stati abituati»

 

Quanto è stato importante avere la prefazione della criminologa Roberta Bruzzone e l’incipit di Gianni Forti, zio di Chico?

«Per me sono stati entrambi fondamentali. Roberta Bruzzone, infatti, è il massimo esperto del caso Forti, visto che ha analizzato i documenti contro Chico e ha redatto un parere pro veritate, insieme al compianto giudice Ferdinando Imposimato, da presentare al governo italiano. Era un documento importante dal quale partire per chiedere la revisione del processo, ma non si mosse nulla. Ormai la condanna all'ergastolo senza la possibilità di condizionale era definitiva, tutti gli appelli erano stati rigettati e il nostro governo non ebbe il coraggio di prendere posizione su una presunta violazione dei diritti di un nostro connazionale. L'incipit di Gianni, invece, rappresenta il lato affettivo, quello di uno zio che promise a suo fratello, sul letto di morte, di riportare a casa il figlio imprigionato senza un perché»

 

Cosa troverà d’inedito il lettore nel suo libro?

«Troverà documenti originali esclusivi, mai usciti prima d'ora. Questo libro è un po' come il legal crime Law & Order, con la differenza che è vita vera. La vita sospesa di Chico, condannato alla prigione a vita da dodici giurati. Nelle mie pagine non troverete mai l'assunto che Chico Forti è innocente, non spetta a me dirlo, perché per la giustizia americana lui è colpevole. Il mio compito, da cronista, è quello di portare i lettori dentro il processo, di rendere chiunque un giurato in quell'aula e far ascoltare le arringhe dell'accusa, della difesa, gli esami dei testimoni, l'esibizione delle prove. E al termine di quei diciotto giorni una domanda su tutte: credete che Chico Forti sia colpevole oltre ogni ragionevole dubbio? Se foste stati in quella giuria, avreste emesso un verdetto di colpevolezza? È quello il nodo della questione. E voglio ricordare che negli Stati Uniti ci deve essere l'unanimità su un verdetto, altrimenti il processo è nullo»

 

Ma alla fin fine, quali sono le prove che hanno incastrato Chico Forti?

«Non il dna, che è la prova regina per sbattere in cella a vita un uomo. La prova regina dello Stato della Florida contro Chico Forti è stata la sabbia. Un quantitativo di sabbia della grandezza di un pollice trovato nel gancio di traino della macchina di Chico. La questione imbarazzante è il come è stato trovato. Non voglio rivelare troppo, perché preferisco che i lettori si indignino leggendo la storia pagina dopo pagina. Ma quella prova è stata fabbricata e usata contro Chico con un'analisi fantasiosa per collocare l'italiano sulla scena del crimine. La verità su tutte è che Chico Forti è stato condannato per aver detto una bugia alla polizia, per aver affermato di non aver visto Dale Pike, mentre lui stesso era andato.a prendere la vittima all'aeroporto. Il produttore tv era tornato per sanare quella menzogna, ma ormai era troppo tardi. Se negli Stati Uniti menti, sei colpevole!»

 

La mobilitazione da parte di giornalisti, intellettuali e personaggi dello spettacolo è imponente. Meno dalla politica, si legga di Luigi di Maio. Perché poco o nulla si smuove? Colpa della politica italiana o di quella Usa?

«Le responsabilità principali sono della politica italiana, inutile negarlo. Manca il coraggio di prendere posizione con gli Usa su quello che rappresenta un incidente diplomatico. Sicuramente la presa di posizione di Chico e della sua famiglia, che hanno sempre puntato sull'innocenza, non ha aiutato la causa, visto che per la giustizia americana lui è un assassino. Diciamo che questa pubblicità negativa, con le piazze che urlano l'innocenza, ha esacerbato un po' gli animi oltreoceano e ha fatto indispettire ancor più la Procura di Miami, che non vuole ammettere un errore. Inoltre gli Usa hanno il timore che concedere il trasferimento di Chico in Italia, sulla base della Convenzione di Strasburgo, possa rappresentare un precedente e aprire una marea di ricorsi, visto che questo beneficio non è mai stato concesso a detenuti al carcere a vita. Sul versante italiano, poi, non abbiamo profili così autorevoli in grado di trovare un'intesa. Luigi Di Maio, a dicembre del 2020, aveva annunciato il rientro di Chico solo perché il governatore della Florida aveva dato parere positivo. Probabilmente ignorava che quello era un primo step e che si sarebbe dovuta pronunciare la giustizia federale. Poi ci sono altri politici che organizzano manifestazioni, si dicono pronti a fare di tutto. Eppure, non faccio nomi, avevo chiesto la prefazione a un leader di partito che si dice amico di Chico il quale, dopo aver dato la propria disponibilità, ha successivamente cambiato idea. La verità è che quando c'è da prendere una posizione netta contro gli Stati Uniti, difficilmente i politici ci mettono la faccia»

 

Secondo lei, quali saranno i tempi di una scarcerazione?

«Ancora lunghi. Ma attenzione, qui non si parla di riportare Chico in Italia libero. La Convenzione di Strasburgo dà il diritto a un detenuto di tornare e scontare la sua condanna in patria. In Italia non esiste l'ergastolo senza condizionale, per cui, qualora si arriverà a un accordo per il rimpatrio, il governo italiano dovrà comunicare agli Usa quale sarà l'equivalente pena che Chico dovrà scontare in Italia. Insomma, se mai Forti riuscirà a tornare a casa dovrà farsi la galera e rientrerà non da innocente, ma da assassino di Dale Pike. Gli resta comunque un'ultima possibilità: dopo il suo rientro il Presidente della Repubblica potrebbe concedergli la grazia. Solo così potrebbe tornare ad essere un uomo libero»

 

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