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La fine dei giochi. Due anni fa ci lasciava Peter Green, il folle mistico del rock che suonò gli abissi della schizofrenia

Il 25 luglio 2020 moriva nel suo letto, finalmente in pace, il leggendario chitarrista dei Fleetwood Mac Peter Green, dopo una vita passata a combattere i propri demoni. I demoni della schizofrenia, scatenata da esperienze con gli acidi, che il musicista infuse nell'enigmatico e folle disco "The End of the Game"

Di Filippo Marani Tassinari

26 Luglio 2022

La fine dei giochi. Due anni fa ci lasciava Peter Green, il folle mistico del rock che suonò gli abissi della schizofrenia

Due anni fa ci lasciava Peter Green, ex membro della storica band rock Fleetwood Mac. Fu proprio Green a portarli al successo, con canzoni immortali come AlbatrossBlack Magic Woman  Poi, l'inizio dell'inferno: esperienze con l'LSD scatenano la schizofrenia latente del chitarrista, che inizia un calvario di allucinazioni, episodi maniacali e internamenti in ospedali psichiatrici - tutte esperienze che saranno infuse nel disco The End of the Game, che vale forse più di un manuale di psichiatria per capire cosa sia la schizofrenia. Per tutta la vita, Green lotterà con la depressione, ritrovando la serenità solo molto tardi. 

Questa è la storia della sua discesa nell'abisso.

Peter Green, assieme a Syd Barrett, è la più illustre "vittima del acidi" del rock

Green era un chitarrista blues mostruosamente talentuoso. L'unico chitarrista bianco - escludendo persino Eric Clapton - di cui il leggendario bluesman B. B. King disse che gli faceva venire "i sudori freddi". Con i Fleetwood Mac - che all'epoca, è bene ricordarlo, erano i Peter Green's Fleetwood Mac - scrisse canzoni da brivido, come Albatross, in cui il meraviglioso lavoro di arpeggi del chitarrista crea un ambiente sonoro da sogno pieno di suggestioni legate al mare, o Black Magic Woman, il cui commovente assolo descrive una tormentata storia d'amore. Il primo pezzo si posizionò come n.1 in classifica, permettendo ai Mac di fare il salto e diventare una band celebre, instradata verso il successo mondiale.

Il successo era però incompatibile con il carattere timido e riflessivo di Peter. La ballata Man of the world, dolcissima e molto rappresentativa del chitarrismo vibrante di emozione di Green, descrive la sua inquetudine: "I guess I’ve got everything I need/… “But I just wish that I’d never been born". Ho tutto, ma non mi interessa niente. Si chiede se guadagnare tutti quei soldi sia morale, e se ne ha bisogno davvero: dopo avere visto un documentario sulla povertà in Africa, prova a convincere i compagni a donare tutti i guadagni in beneficenza - ovviamente, con scarso successo. Comincia a vestirsi con tuniche e portare sempre il crocifisso, e pianifica di andare a vivere con una comune hippie in germania.

Peter tenta di reagire volgendosi verso le droghe - spera forse che le intense esperienze spirituali causate dall'LSD possano aiutarlo a trovare significato. Invece, risvegliano i suoi demoni: Peter non lo sa ancora, ma è che schizofrenico latente. Il trip fatale avviene appunto a Highfisch, Monaco, presso la comune hippie: Peter assume un cartone di acidi, e poco dopo lo si sente suonare - musica allucinata, astratta, maniacale, cacofonica - mentre alterna risate e pianti come un pazzo. I compagni sono spaventati da quei suoni orribili, ma Peter dice "Questa è la musica più spirituale che abbia suonato in tutta la mia vita". È il seme da qui nasce The End of the Game.

Nessuno sa cosa accadde quella notte (di cui Peter ha un bel ricordo, gli altri invece orribile), se non scatenò i demoni della psiche di Green. Poco dopo ha un sogno allucinato stimolato dall'acido, in cui un cane verde lo insegue: Peter intuisce che quel cane rappresenta il denaro, l'avidità, ma anche il diavolo. Nel sogno erano entrambi morti, e Peter narrò la fatica di ritrovare il proprio corpo per svegliarsi. Parla di questa esperienza nella canzone The Green Manalishi (With The Two Prong Crown, il suo ultimo successo coi Mac.

È l'ultimo chiodo della bara: Peter Green abbandona i Fleetwood Mac, per sempre. Registra con altri musicisti il suo primo disco solista, The End of the Game, uno dei dischi più acidi, folli e visionari della storia del rock, registrato, secondo la leggenda, in una sola notte. Il disco sembra influenzato dalle atmosfere della giungla - una giungla come spazio ancestrale e primitivo, ma anche come giungla della psiche, foresta interiore popolata da entità inspiegabili. In questa jam rock che sembra improvvisazione jazz, ma anche rito religioso, "echi d'infinito che si rincorrono per foreste equatoriali e deliri allucinati di chitarra, musica primordiale che esala dalle viscere del mondo, un soliloquio che deflagra lentamente, un'espansione della coscienza che trapassa dolcemente dalla follia all'estasi." Merito anche del cast stellare: Alex Dmochowski, il bassista, veniva dalla scuola di Zappa. Hidden Depth e Timless Time sono veri e propri mantra acid rock, in cui la chitarra disegna atmosfere dilatatissime e liquefatte, mentre Descending ScaleBottom's Up sono danze tribali ossessive, in cui gli acuti della chitarra di Green massacrano la psiche dell'ascoltatore. End of the Game, il finale apocalittico, è "l'inno supremo alla paura, alla disperazione, alla solitudine, l'ultimo respiro prima del nulla e dell'eterno" (Scaruffi). Forse, è veramente la fine dei giochi: il fallimento dell'utopia hippie, che voleva usare la droga per la cambiare le coscienze.

Dopo il capolavoro, Green impazzisce del tutto. Si è fatto poco più di 9 trip di acido, ma sono stati più che sufficienti per cambiarlo: "L'effetto dura così a lungo..." dice, cosciente che quelle esperienze lo hanno massacrato. Viaggia, facendo i lavori più svariati, e poi sparisce del tutto, alimentando una leggenda oscura e anticonformista. Del resto, si dice che abbia puntato una pistola a un manager perché "non la smetteva di portarmi i soldi della royalties"... In realtà, è recluso in un ospedale psichiatrico in Germania dopo episodi maniacali che lo vedevano distruggere oggetti e vetri. La polizia lo porta all'ospedale, "l'unico posto in cui mi sentissi al sicuro in quel momento". Qui, gli viene diagnostica la schizofrenia. Lo drogano così tanto di tranquillanti che sembra uno zombie: Mick Fleetwood diceva "Sembrava morto, uno scheletro senza carne, che si muoveva..."; la sua amica Michelle Reynolds, da cui ha abitato a lungo, dice "A volte andavamo assieme nei parchi, e passavamo ore senza che lui dicesse una parola". Subisce persino l'elettroshock.

Ci vuole un decennio perché la situazione migliori. Riprende a suonare. Non più quella follia amorfa e atavica di End of the Game - solo sani classici del blues,  e brani scritti con il fratello. Non ama essere ricordato come una rockstar; è commovente sentirlo parlare di come si stia riabituando a suonare: "Mi fanno un po' male le mani... devo riprendere l'esercizio". Ammette i suoi sbagli "Quel disco è stato il mio LSD album... la droga mi ha reso mistico, che dico, religioso. Pensavo di avere ragione su di esse. Errore mio". 

Un errore che Peter Green ha scontato. Lotterà ancora a lungo contro la depressione, circondato stavolta dall'affetto dei familiari, e con un rinnovato amore per la musica. Finalmente, da vecchio, ha sconfitto i suoi fantasmi interiori: ed è morto in pace, nel sonno, come meritava, dopo una vita di tormento.

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