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“Solo un eco”. Ricordando Syd Barrett, l’eccentrico genio del rock psichedelico che morì in solitudine

Sedici anni fa Roger Keith Barrett, detto Syd, moriva nella sua casa a Cambridge, dopo un esilio di quarant’anni. Il “pifferaio alle porte dell’alba” fu una delle figure più complesse della storia del rock, e ne è forse la storia più tragica.

Di Filippo Marani Tassinari

07 Luglio 2022

“Solo un eco”. Ricordando Syd Barrett, l’eccentrico genio del rock psichedelico che morì in solitudine

Roger Keith Barrett morì sedici anni fa in questo giorno, di tumore al Pancreas, nella sua casa di famiglia a Cambridge. Casa che era stata la sede del suo esilio auto-imposto, un isolamento lunghissimo e solitario, senza strumenti musicali. Eppure, una volta, Roger era stato Syd, il leader dei Pink Floyd, una delle personalità più luminose dell’età d’oro della psichedelia britannica: un individuo dal fascino irresistibile l'intelligenza vivace. Poi: le droghe, il crollo psichico e nervoso, la follia, l’allontanamento dalla sua band, il ritiro dalle scene. Chi lo vide dopo, non lo riconosceva più. Era solo un eco di sé stesso.

 

La storia di Syd Barrett è già leggenda, ma è la sua musica che dobbiamo ricordare

 

Sebbene siano stati i lavori più tardi dei Floyd a garantirgli un successo globale, l’unico disco dei Floyd di Barrett, The Piper at the Gates of Dawn, è rimasto un album di culto, considerato dai critici uno dei dischi di rock psichedelico più importanti della storia. Un’opera sfaccettata che riflette l’animo multiforme di Barrett, «voce paradisiaca e chitarra demoniaca» (Scaruffi). C’è il lato favolistico del Syd menestrello acido, che in Mathilda Mother declama storie in mezzo a organi paradisiaci e cori romantici; c’è il poeta demenziale, che si esprime solo per allitterazioni e giochi di parole; c’è il messia cosmico di Astronomy Domine e Interstellar Overdrive (forse il riff  di chitarra più terrificante di sempre), in cui l’orgia strumentale evocai panorami dello spazio (cosmico e interiore) con assoli dissonanti, superbi arrangiamenti di organo, batteria tonante, basso pulsante e cori alienati.

Il disco è permeato della sensibilità e della creatività di Barrett, al punto che secondo molti è più un disco suo che dei Pink Floyd. Ma per chi sa ascoltare, è facile riconoscere in esso molte idee che avrebbero germinato via via nel percorso del gruppo.

Proprio all’apice del successo, Syd si fece sempre più stravagante, alienato, cupo. Non regge bene la popolarità: per molti amici dell’epoca, sembrava che stesse recitando una parte più che viverla. Molti aneddoti sulla sua follia sono tristemente famosi – scene terribili che lo vedono suonare lo stesso accordo, caparbiamente, per interi concerti, o spaccare a martellate un lavandino urlando “fatemi uscire!”. Forse è colpa degli acidi, che Syd consumava smodatamente, forse delle luci del palco (si ipotizza che fosse epilettico latente) o della pressione dello show business. I compagni non reggono più la pressione: decidono di andare avanti senza di lui, e un giorno, semplicemente non lo vengono più a prendere per le prove.

Syd non si spegne del tutto. Produce due dischi solisti, il doppio della moneta oscuro della fantasia di The Piper. The Madcap Laughs e Barrett sono due dischi scarni, pieni di vuoto e alienazione. Poco rifiniti fin alla registrazione, con canzoni che soni «carogne scheletriche di sensazioni, tenui bagliori di una mente congestionata, rallentate a dismisura, scarnificate, squarciate da spasimi lipemaniaci»; danno l’impressione che dietro a quelle note sparse ci sia la nudità dello stato mentale di Barrett, la sua vera natura. Syd stesso non ne era del tutto soddisfatto: «Le canzoni devono raggiungere un certo standard, che in Madcap è raggiunto probabilmente un paio di volte... In quest'altro disco solo un po', solo una eco». Eppure restano documenti unici e meravigliosi di una mente creativa quanto persa.

Un giorno, nelle mezzo di una cena con la famiglia della fidanzata, si rade completamente i capelli. Da lì rinuncia alla musica: Syd muore, e Roger rimane al suo posto. Vive nella casa della madre a Cambridge, da solo, senza parlare con nessuno e senza toccare mai più una chitarra. Solo una volta, apparirà nello studio di registrazione di Wish you were here, il disco che i vecchi compagni Floyd gli dedicarono.

Solo più avanti Barrett ritrovò un po’ di serenità. Riprese a dipingere, ascoltava musica classica, leggeva tanto. Sono anni avvolti da una cortina di tenebra: possiamo ricostruire i pensieri di Syd solo da questi piccoli dettagli. Uno particolarmente straziante, in un libro di psicologia sottolineò più volte «I malati schizofrenici sono sempre recuperabili». Fino all’ultimo, Roger visse con la speranza di recuperare la propria identità.

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