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Caso Amanda Gorman, non c'entra nulla la traduzione e nemmeno il politically correct

Continua il dibattito per le dimissioni di Marieke Lucas Rijneveld, traduttrice olandese di Amanda Gorman accusata di essere "troppo bianca". Ma cosa si nasconde davvero sotto questa triste vicenda?

Di J. Muller

20 Marzo 2021

Caso Amanda Gorman, non c'entra nulla la  traduzione e nemmeno  il  politically correct

Fonte: Instagram, @amandagorman

The Hill We Climb è un componimento patriottico e cristiano, con molte citazioni bibliche e propositi morali che fanno appello ai "buoni sentimenti". Durante la cerimonia di insediamento del presidente americano Joe Biden, la poetessa Amanda Gorman ha letto la sua poesia con tono commosso. Presto le sue parole hanno fatto il giro del mondo, richiedendo quindi una traduzione della poesia scritta dalla giovane afroamericana. 

Quando in Olanda la traduzione del componimento è stata affidata all'olandese Marieke Lucas Rijneveld è scoppiata la polemica: “la traduttrice è bianca, non-binaria, senza esperienza in questo campo”. 
Un'accusa indubbiamente violenta che ha innescato il dibattito globale, mentre la traduttrice, senza troppi drammi, ha fatto sapere: “Sono scioccata dal tumulto che ha accompagnato il mio coinvolgimento nella diffusione del messaggio di Amanda Gorman e comprendo che le persone si sentano ferite dalla decisione di Meulenhoff (l'editore) di rivolgersi a me”. 

E' indubbio che si tratta di un caso grave e che le dimissioni di Rijneveld siano un triste capitolo nella lotta per la parità dei diritti. Ma perché le persone dovrebbero sentirsi ferite? Cosa cela questa polemica apparentemente incomprensibile? 

Non sono gli accenti gospel il problema, né lo slang: non si tratta di un componimento di difficile traduzione, con "parole e suoni" incomprensibili, come qualcuno, cadendo in un razzismo ancora più spiccato, ha detto. Quindi non siamo davanti a una particolare questione di mera linguistica e di traduzione. Anzi, qui l'atto del tradurre non c'entra proprio nulla, tanto che non si deve certo essere nati nel 400 a.c. per poter tradurre il greco antico. Alla base della questione nemmeno quello che potrebbe sembrare un esasperato "politically correct". Soprattutto il problema, come tanti in Italia hanno sostenuto con indignazione, non è che " ora un bianco non possa tradurre un nero".

La vera questione sottesa alla polemica è già annunciata nel discorso della Gorman: vi è ancora una disparità salariale tra scrittori bianchi e neri. La discriminazione economica è emersa con forza grazie alla campagna #PublishingPaidMe, con la quale scrittori di diverse nazionalità hanno iniziato a condividere i propri stipendi, tra grandi nomi della letteratura e autori meno conosciuti. E' emerso così un grande paradosso: gli scrittori di colore sono quelli più letti, ma quelli meno pagati. 

Sarebbe miope non sottolineare che siamo ancora vittime di un'egemonia culturale bianca, per cui, come fa in Django il dott. King Schultz con lo spietato Calvin J. Candie, in molti ambienti dobbiamo ancora ricordare che uno dei più grandi scrittori classici francesi, Alexandre Dumas, era nero. 

Sono tutte verità che bisogna cambiare ma, come tra l'altro la letteratura e l'arte sanno da tempo, non ci riusciremo attraverso il contrasto e la contrapposizione.  Abbiamo forse ancora bisogno di tempo per renderci conto che l'avvento del" Orfeo Nero", come ci ricorda Sartre riferendosi ai poeti del movimento della Negritude, non è un'affermazione dell'uomo nero contro quello bianco, ma un processo che va verso il dissolvimento delle distinzioni: essi "non pretendono di essere poeti della notte, ossia della rivolta inutile e della disperazione: annunciano un'aurora".
E' arrivato forse il momento di "strapparci di dosso le nostre maglie bianche (o nere, aggiungerei) per tentare semplicemente di essere uomini", scriveva Sartre ormai più di cinquant'anni fa. 
Dovremmo forse iniziare con il compiere questo lavoro (ancora faticoso) di sintesi, anche perché il rischio è quello di approdare, attraverso un dibattito sterile e stereotipato, a una vera e propria alienazione linguistica dell'Occidente. 

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