19 Febbraio 2026
Francesca D'Atri, fonte: Ordine Assistenti Sociali
La famiglia nel bosco e i "minori rapiti": la presidente del Consiglio regionale dell'Ordine degli Assistenti sociali (Croas) d'Abruzzo, Francesca D'Atri, giustifica il loro operato e denuncia presunti "attacchi spietati" contro di loro e il "discredito soprattutto mediatico, ormai quotidiano". D'Atri è intervenuta nel merito della vicenda della famiglia del bosco di Palmoli, che ormai da mesi è diventato tema di dibattito, anche politico. All'interno del caso sono coinvolti anche gli assistenti sociali, denunciati dai genitori Catherine Birmingham e Nathan Trevallion. La madre ha anche recentemente scritto una lettera, nella quale racconta che i suoi 3 figli sono "traumatizzati" e che "si fanno del male".
In una nota D'Atri ha scritto: "In questi giorni in cui gli attacchi spietati e le parole continuano ad essere usate come armi, sento il bisogno profondo di parlare ad ognuno di voi a cuore aperto. Non lo faccio con il tono distaccato o formale di un’istituzione, ma con la voce ferita di chi vive, ogni giorno e da tanti anni, sulla propria pelle questa professione che esercita a tutela dei più fragili e dei più piccoli.
Lo dico con una fermezza che nasce dal dolore di una Presidente regionale che rappresenta e vuole rappresentare la sofferenza e l'indignazione di una comunità professionale lacerata dalla strumentalizzazione mediatica e dalle polarizzazioni degli ultimi mesi, delle ultime settimane, degli ultimi giorni: mi sento profondamente amareggiata e indignata, esattamente come lo è ogni assistente sociale che ogni mattina sceglie di investire il proprio tempo e la propria anima al servizio di tutte/i, soprattutto dei più fragili. Ogni distorsione della realtà, ogni accusa mediatica, non è solo un attacco ad un professionista, ad un essere umano, ma anche ad un'intera comunità professionale e all'intera società, perché è un atto che calpesta la speranza di ogni persona che cerca protezione e tutela nel sistema di welfare.
Devo dirlo con estrema onestà intellettuale e spirito critico: indebolire la figura dell'assistente sociale significa rendere e voler rendere ancora più invisibili quelle persone che bussano alle nostre porte cercando ascolto, accompagnamento, tutele e servizi che troppo spesso vengono loro negati e trovano, invece, accoglienza nei nostri uffici, nelle nostre parole, nelle nostre azioni e nei nostri interventi.
Purtroppo, quando il clima sociale diventa teso ed il "sospetto" prende il posto della collaborazione, non è solo il professionista a "tremare", ma è il legame di fiducia con la cittadinanza a spezzarsi, lasciando, chi si trova a vivere in situazioni di difficoltà e dolore, in un isolamento ancora più gravoso e spaventoso.
Sento l'eco di ciò che sta attraversando i pensieri ed il cuore di molte colleghe e molti colleghi. È il peso di una gogna mediatica, che abbiamo già vissuto in passato, in un passato non molto lontano, rendendo quasi impossibile operare con la serenità necessaria accanto alle bambine e ai bambini, alle ragazze e ai ragazzi e alle loro famiglie.
Non è accettabile che il discredito soprattutto mediatico, ormai quotidiano, diventi in qualche misura un'autorizzazione alla violenza, sia essa una denigrazione scritta, un insulto urlato e/o un'aggressione fisica come sta avvenendo in tanti servizi sociali anche fuori regione. C'è un limite oltre il quale la dignità umana non deve essere spinta e quel limite oggi è stato purtroppo raggiunto.
Il nostro silenzio sui casi che seguiamo non è assenza e non è fragilità. È un silenzio sacro, fatto di tutela delle persone, profondo rispetto verso ogni individuo e famiglia che accompagniamo nei percorsi di vita, di segreto professionale e di estrema protezione per chi vive momenti di vulnerabilità e dolore.
L’Ordine, a livello Nazionale e Regionale, ogni giorno, porta il proprio contributo scientifico, metodologico e tecnico, con sensibilità, rispetto e dignità, per ridare luce e fiducia al sistema dei servizi e per promuovere processi di miglioramento, nonché contrastare, nelle sedi istituzionali preposte, le diffamazioni sistematiche che tentano di cancellare anni di sacrifici ed impegno sociale, provvedendo, laddove necessario, a sporgere querela a tutela dei cittadini e della professione, come è stato già fatto di recente e che si valuterà di fare, per episodi accaduti, negli ultimi giorni.
Inoltre, desidero precisare che, al momento, l'Ordine regionale non ha rilasciato alcuna dichiarazione relativa a procedimenti disciplinari in corso e/o conclusi; pertanto, l'Ordine regionale prende le distanze da tali contenuti riportati, in questi ultimi giorni, da diverse testate giornalistiche.
Non da ultimo, in un clima di intimidazione, sospetto, delegittimazione continua, mi preme ricordare che la nostra è una professione ordinistica, della quale ogni assistente sociale risponde nelle sedi preposte, relativamente al corretto esercizio dell'agire professionale, assumendosi le proprie responsabilità rispetto all'osservanza dei principi e dei valori del Codice Deontologico.
Mi sento di ribadire, oggi più che mai, che noi siamo ovunque è necessario riportare la verità dei fatti, mettendo in luce la forza delle rilevanze tecniche, anche se non sempre facilmente comprensibili ed accettabili per l'opinione pubblica, nonché trasmettere il profondo valore dell'operato della professione per la vita delle persone, soprattutto per le più fragili.
Far sentire la nostra voce significa offrire una narrazione pubblica che possa realmente contemplare i bisogni delle persone, promuovere il riconoscimento dei loro diritti, rispettare la dignità di ogni storia di vita attraversata da traumi e dolori per contrastare la violenza delle campagne diffamatorie verso la professione ed il sistema di protezione, presenti soprattutto sui social media, per combattere le delegittimazioni ricorrenti anche nei contesti istituzionali, nonché le rappresentazioni distorte del ruolo professionale nei media.
Tuttavia la nostra difesa più grande è e rimarrà sempre la nostra coesione. Nessuno di noi deve sentirsi solo nelle battaglie quotidiane della vita: noi assistenti sociali siamo una comunità orgogliosa, consapevole dell'immenso valore umano e del proprio lavoro. Non smetteremo mai, nemmeno per un istante, di dare rispetto e pretendere il rispetto che meritiamo in un’ottica di reciprocità delle e nelle relazioni.
Mi preme anche ricordare che c’è un principio cardine del nostro operato che non può essere negoziato, relativizzato, sacrificato sull’altare di nessuna ideologia o convenienza politica: l'interesse superiore del minore. Questo principio, sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell'adolescenza e recepito dall'ordinamento italiano, guida e orienta ogni assistente sociale nell'azione professionale quotidiana, tesa a far rifiorire le vite dei più piccoli, in un'ottica realmente bambinocentrica degli interventi.
Concludo, infine, ribadendo che difendere il nostro lavoro non significa difendere un privilegio, una "casta", ma assumerci le nostre responsabilità in quanto siamo chiamati a proteggere ogni persona che soffre e attraversa il dolore dei traumi più profondi, che incrocia il nostro sguardo e ci affida la propria vita per avere un'altra opportunità e tornare ad essere felice".
Le parole di D'Atri sembrano non collimare con alcuni atteggiamenti dell'assistente sociale Veruska D'Angelo, denunciata a fine gennaio dai Trevallion perché accusata di essere "ostile e non imparziale". I genitori hanno anche aggiunto che sarebbero andati in scena soltanto 5 incontri. La mamma Catherine ha scritto una lettera alle assistenti sociali che da tre mesi si occupano dei bambini nella casa famiglia: "Voi avete traumatizzato i miei figli e ora si fanno del male. I nostri bambini ci devono essere immediatamente restituiti così che possano iniziare a guarire".
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