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Arte in tribunale con Cattelan, Bansky, Warhol e non solo

Cattelan e il gallerista Perrottin in tribunale per i manichini realizzati dall’artigiano Druet. Diritto d’autore non riconosciuto a Bansky, da sempre anonimo nei suoi graffiti. Su Warhol a breve la sentenza in appello alla fotografa Goldsmith. Baldessari e il boom dell’Arte appropriativa

Di Davide Tedeschini

08 Agosto 2022

E’ di febbraio la richiesta di 6 milioni di euro di risarcimento avanzata dall’artigiano Druet che ha collaborato con l’artista concettuale padovano Maurizio Cattelan dal 1999 al 2006. Lo scorso maggio il dibattimento che tirava in ballo i manichini fatti di cera  -caratteristici per essere estremamente realistici-  che avevano dato notorietà all’artista padovano nonostante fossero realizzati materialmente dall’artigiano francese. Questi, tramite il suo legale Jean Baptiste Bourgeoi ha fatto presente che “quelle di Cattelan erano linee guida generali”, mentre secondo Eric Andrieu, avvocato di Cattelan: “La realizzazione materiale dell’opera passa in secondo piano rispetto alla sua concezione”, il che avrebbe escluso l’artigiano a qualsiasi titolo del diritto d’autore. Coinvolto in primis Perrottin (il gallerista di Cattelan), per una mostra antologica alla galleria Monnaie de Paris,  in cui si è evitato di citare l’autore 'materiale' delle opere che così si è rivolto alla terza camera del tribunale di Parigi specializzata in diritto d’autore: ma la richiesta è stata respinta: 

“E’ indiscusso che le precise direttive per allestire le sculture di cera in una specifica configurazione, relative in particolare al loro posizionamento all’interno degli spazi espositivi volti a giocare sulle emozioni del pubblico (sorpresa, empatia , divertimento, repulsione, ecc.), sono state emanate solo da Maurizio Cattelan senza Daniel Druet, non essendo in alcun modo in grado -né cercando di farlo- di arrogarsi la minima partecipazione alle scelte relative alla disposizione scenografica della presentazione delle dette sculture (scelta dell’edificio e dimensione delle stanze che assecondano il carattere, la direzione dello sguardo, l’illuminazione, persino la distruzione di un tetto in vetro o di un pavimento in parquet per rendere l’allestimento più realistico e suggestivo) o al contenuto del possibile messaggio contenuto nell’allestimento”, si legge nella sentenza del 5 luglio scorso (“Maurizio Cattelan a processo a Parigi [...].”  di Anais Ginori, La Repubblica,  13 maggio 2022).

Cattelan viene invece viene citato direttamente in giudizio da Joe Mumford,  l’autore di un’opera depositata nel 2000 e simile a ‘Comedian’, la vera banana esposta a Miami nel 2019, e simile parzialmente all’opera di Mumford che consisteva in una banana e un’arancia artificiali attaccate ad un pannello verde con del nastro grigio. Sebbene i legali di Cattelan abbiano sottolineato come l’intera opera di Mumford sia formalmente diversa da ‘Comedian’, il giudice Robert N. Scola Jr. ha replicato dicendo che in ‘Banana & Orange’ la banana ha una “posizione di rilievo” (cit. Desiree Maida, in Artribune, 11 luglio 2022). In effetti quello che deve aver deciso in entrambi i processi sono i certificati di autenticità allegati alle opere, che ne descrivono esattamente forme e dimensioni. Nella prima causa infatti, oltre alla realizzazione dei manichini, vengono tirante in ballo le superfici relative alle stanze e l’esatto posizionamento dei volumi all’interno di esse; come per la banana, nella cui descrizione depositata dall’autore, vengono specificati esattamente i gradi di inclinazione rispetto all’asse orizzontale! 

Non siamo nuovi all’idea che i requisiti di un’opera siano depositati: l’astrattista francese Ives Klein nel 1957 brevettò addirittura una gradazione di blu detta ‘IKB’ prodotta dal colorificio Adam in Montparnasse a Parigi, che contraddistingueva i suoi ‘monocromi’ e tutta la sua produzione poi sfociata nella ‘Body art’, ossia in performances in cui veniva coinvolto direttamente il corpo dell’autore o di modelle, a contatto esclusivamente con quel colore, che avrebbe poi lasciato impronte su tele. 

Il diritto d’autore ha da tempo segnato alcune vicende della storia dell’arte anche non recente, se pensiamo che gli artisti hanno avuto sempre aiutanti di bottega che ne realizzarono o completarono le opere: tanto che il principale lavoro che compie un esperto è quello dell’attribuzione, in grado di cambiare radicalmente il valore all’asta di opere che da 'bottega' potrebbero essere attribuite al 'maestro', passando da un livello inferiore a superiore di quotazione. Tra gli obiettivi di Druet nel ‘caso Cattelan’ vi era anche una visione di ‘sistema’, ossia quello di ridare dignità agli ‘aiutanti’ -bocciata dal tribunale- ma che se fosse passata avrebbe probabilmente rivoluzionato il mondo dell’arte contemporanea, sollevando il problema dell’attribuzione dell’arte concettuale: si pensi a Ceroli, il grande artista che negli anni sessanta operava allestendo sagome di legno realizzate da una segheria o a Boetti, i cui arazzi sono stati cuciti in Afghanistan, e che in entrambi i casi, non eseguivano personalmente le proprie opere; per non parlare di Duchamp -a cui molti si ispirano- il primo a raccogliere ed esporre oggetti d’uso industriale a inizio Novecento, o non ultimo il famoso britannico Damien Hirst, autore di opere con animali imbalsamati da almeno venti anni a questa parte, che di mestiere non è imbalsamatore.

Altro caso che sembra confermare per assurdo le precedenti sentenze è quello di Bansky, che ha tentato di farsi riconoscere i diritti d’autore del suo più famoso graffito: ‘il lanciatore di fiori’ con un azione tramite terzi presso l’Unione europea, a cui una società (Color Black, una società di biglietti d’auguri che ha sede in Gran Bretagna) ha fatto opposizione, quest'ultima venendo riconosciuta, in quanto: “non può essere identificato come il proprietario indiscutibile di tali opere poiché la sua identità è nascosta; inoltre non si può stabilire senza dubbio che l’artista detiene i diritti d’autore sui graffiti” (“Banksy battuto in tribunale [...]” di Angela Gennaro, in Open, 18 settembre 2020). 

Ma il non plus ultra per i tribunali è ormai l'arte ‘appropriativa’: artisti che decidono non solo di citare ma di utilizzare come proprie opere 'riproduzioni' rimaneggiate o meno, di alcune di quelle più famose della storia dell'arte: tra i primi a fare scuola è il caso di John Baldassarri, lo scultore così innamorato delle sculture di Giacometti al punto di imitarle senza farne mistero -sebbene ingrandite a dismisura-  ma con addosso i vestiti della maison Prada, un ‘pastice’ tale da far infuriare la fondazione detentrice dei diritti d'autore delle sculture originali di Alberto Giacometti (famosi bronzi lungilinei degli anni quaranta).  

L’opera di Baldessari: ‘The Giacometti variations’ del 2010, è stata considerata opera autonoma dai tribunale di Milano nel 2011, tanto che la corte non ha nemmeno ravvisato l’esistenza dei necessari requisiti per cui la fondazione Prada (il cui presidente era il critico Germano Celant) avrebbe dovuto cautelarmente ritirare le opere dalla sua esposizione: “le opere parodistiche, quelle burlesche o ironiche, ma più in generale le opere che rivisitano un’opera altrui (non essendo necessario che ispirino ironia o inducano al riso, ben potendo suggerire messaggi diversi, anche tragici, critici o drammatici), sono tali nella misura in cui mutano il senso dell’opera parodiata, in modo tale da assurgere al ruolo di opera d’arte autonoma, come tale degna di autonoma tutela” si legge nella sentenza (‘Appropriation Art [...]’ di Novelio Furin in Exibart, 28 gennaio 2021). 

Il corto circuito è stato raggiunto ultimamente da alcune immagini che ritraggono il cantante Prince, basate su di una fotografia eseguita da Lynn Goldsmith, concessa alla rivista Vanity Fair per un articolo pubblicato nel 1984, che Andy Warhol avrebbe utilizzato liberamente e modificato, per ricavare le sue opere serigrafiche, all’insaputa della Goldsmith che ne è venuta a conoscenza solo nel 2016. La ricorrente fotografa dopo aver perso in primo grado ha vinto in appello nel 2021 per ottenere i diritti sulla sua foto.   La Warhol Foundation però forte della legge americana molto permissiva in tal senso, ha deciso di andare alla Corte Suprema degli Stati Uniti, (la nostra Cassazione), che si pronuncerà a breve dettando indirettamente le regole che seguirà d’ora in avanti l’arte appropriativa, l’attuale pop art, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti. In questa pop art 'de noantri', vengono utilizzati oltre ai visi cinematografici più famosi, alla maniera di Warhol, anche i personaggi dei fumetti Disney,  Marvel, manga, marchi automobilistici o delle maison più famose come: Rolex, Luis Vuitton, Ferrari, Mercedes, Apple etc... sciorinando opere che finchè si collocano nella fascia del mercato più basso ed economicamente irrilevante non arrivano in tribunale, per varcarne poi le porte quando raggiungono quotazioni d’asta tali da imporre un necessario dibattimento sulla loro proprietà intellettuale. 

Se un tempo la ‘citazione’ coinvolgeva le opere di artisti del passato, come succedeva nei d’apres di Picasso, -il cui effetto era quello di nobilitare opere della storia dell’arte antica come quelle di Velazquez, Pietro da Cortona, Poussin- oggi molto ha a che fare con l’adulazione pedissequa di vip viventi che, nel momento in cui vengono omaggiati con ritratti colorati e fotografici, non si sottraggono a comparire sui rotocalchi con l’autore dell’opera, regalandogli un momento di gloria. Così coinvolgendo cantanti, campioni sportivi del basket o del calcio, in un inseguimento alla notorietà da parte di artisti che sembra aver poco a che vedere con l’originalità e la genialità a cui ci aveva abituato l’arte con la ‘a’ maiuscola. 

 

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