Lunedì, 24 Gennaio 2022

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"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

Maria Lassnig & Cindy Sherman
Hauser & Wirth Gallery, St. Moritz
Curata da Peter Pakesch
Fino al 5 Febbraio 2022

Una mostra museale e geniale che contrappone per la prima volta due artiste di diverse generazioni in coinvolgenti interpretazioni dell’universo femminile attraverso l’autoritratto, figure che hanno avuto un ruolo nello sviluppo e nella discussione di temi come l’identità, il genere, il corpo, nella sfera artistica del XX e XXI secolo.

Di Tiziana Lorenzelli

30 Dicembre 2021

Gli autoritratti di Sherman sono costruiti con perfezione maniacale travestendosi e creando scenografie che costituiscono denunce sociali attraverso una parodia fortemente esteticizzata e accattivante; Lassnig si deforma sulla tela attraverso l’uso dei colori vibranti stesi con impeto  interpretando crisi di identità e fragilità del corpo con un’espressività caustica.
Cindy Sherman, artista americana nata nel 1954, attraverso la fotografia e il suo trasformismo, sin dall’età di 23 anni indaga e denuncia le criticità comportamentali dell’essere umano; le sue immagini sono diventate icone del femminismo: “sono disgustata da ciò che si fa per apparire belli; sono più affascinata dall’opposto” sentenzia nel 1986.
Attraverso la rivisitazione di immagini consolidate derivate da pubblicità, cinema, televisione o giornali, vengono denunciati aspetti del comportamento che ritiene aberranti.
Casalinghe frustrate, seduttrici, ingenue ninfee, sono gli stereotipi femminili indagati e analizzati.
Tra gli anni ’80 e ’90, con la crisi sollevata dall’Aids, Sherman si interessa al grottesco, con cui esprime la sofferenza del corpo umano, determinata dalla violenza, dalla malattia.
In mostra all’ingresso ci accoglie la Madonna ispirata alla Vergine di Jean Fouquet del 1450, che tratta il tema della maternità, con il seno posticcio irriverente quanto inutile, una serie di stampe in gelatina d’argento della serie Untitled Film Still, del 1978, ispirate alla filmografia degli anni ’50 e ’60, immagini della celebre  serie “Broken Doll” della fine degli anni ’90, in cui pezzi di bambole mimano atti sessuali.
Maria Lassnig, artista austriaca nata in Carinzia nel 1919 e Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2013, un anno prima della morte.
Il suo lavoro è basato sulla sensazione della fisicità del corpo umano “Korpergefhuhl” in tedesco.
Avvicinata al Realismo in Accademia e successivamente alle Avanguardie di Kokoschka e Schiele, la sua svolta avviene con il trasferimento a Parigi negli anni ’60. Inizia la serie di autoritratti animaleschi, con dipinti, disegni ed acquerelli che ritraggono corpi deformati, il modo in cui vede se stessa, fagocitata da un mondo maschile.
“Ho un punto di partenza che nasce dalla consapevolezza che la sola realtà è costituita dai miei sentimenti, che emergono dai confini del mio corpo. Sono una sensazione psicologica, un sentimento di pressione quando mi siedo e mi sdraio, di tensione e di senso di estensione spaziale.” Racconta.
In mostra sono presenti alcuni dipinti realizzati in ben settant’anni di carriera, oltre a film girati da Lassnig tra il 1971 e 2008. Artista definita perfetta per l’era del selfie, Lassnig come Sherman ha trattato il tema della frustrazione domestica, del sesso, del rapporto di coppia, del robot e del clown.
Entrambe hanno lavorato sul tema dell’autoritratto per denunciare la prevaricazione maschile, il confinamento forzato tra le mura domestiche, la dicotomia tra corpo, contenitore opprimente e i sentimenti e l’interiorità che faticano a liberarsi dalle membra ed esprimersi.
La potenza suggestiva delle opere di queste due artiste viene amplificata dall’immagine decorativa delle luminarie natalizie che incorniciano il Badrutt’s Palace dirimpetto alla galleria, che invadono dalle grandi finestre le sale, con il tripudio di belletti, esteriorità e sfarzo caricaturizzati dalle opere.

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