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Prima della Scala, il Macbeth di Verdi tra scenografie distopiche e streghe cittadine

Lady Macbeth in bilico su un traliccio sul soffitto della Scala è nuova eroina tragica consumata da una veglia ossessiva e angosciosa nella quale non possiamo che riconoscere assilli tutti contemporanei

Di J. Muller

08 Dicembre 2021

Macbeth è una portentosa trasposizione del limite. La ragione vacilla davanti all’uscio dell’invisibile mentre le nubi avvolgono sinistre la scena dove i protagonisti, simili ad ‘ombre vaganti’, agiscono in maniera incorporea, insensata, folle e sublime perché i loro atti anticipano tragicamente il loro pensiero.

Macbeth, il racconto della Prima della Scala 

Se Stanley Cavell vedeva nel fantasma di Banco e nei vaticini delle streghe dell’opera shakespeariana aprirsi le porte dello scetticismo, la trasposizione lirica di Giuseppe Verdi, andata in scena nel 1847, è un inno alla liberazione contro un potere mostrato nella sua eccezione più tirannica.

Macbeth torna a rivelare le luci e le ombre dell’uomo in occasione dell'evento attesissimo che segna il ritorno del pubblico al Piermarini per la Prima del 7 dicembre.

L’emozione è viva nel foyer. Non possiamo fare a meno di scorgere qualche occhio lucido nel mezzo di una folla sobria e elegante che si lascia andare solo dopo che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella fa il suo ingresso nel Palco reale. Un partecipato applauso di cinque minuti avvolge il Capo dello Stato, accompagnato della figlia Laura, con la Presidente del Senato Elisabetta Casellati, il sindaco di Milano Giuseppe Sala  e il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini.

Il Maestro Riccardo Chailly alza la bacchetta verso il palco centrale in segno di omaggio e dà il via alla serata con l’Inno di Mameli; subito dopo il sipario si alza per trasportare gli spettatori nel mondo allo stesso tempo distopico e utopico di Macbeth.

La direzione del Maestro, la regia di Davide Livermore, gli scenografi di Giò Forma, il costumista Gianluca Falaschi, le luci di Antonio Castro, le coreografie di Daniel Ezralow e le interpretazioni di Anna Netrebko (Lady Macbeth) di Luca Salsi (Macbeth) di Francesco Meli (Macduff) e di Ildar Abdrazakov (Banco) rendono così possibile uno spettacolo etimologicamente straordinario.

Davide Livermore ci mostra che il soprannaturale è ovunque, ci circonda nello spazio di una metropoli affollata, nei piccoli miracoli e sfaceli quotidiani

La prima scena corale mostra una macchina teatrale prodigiosa: un sottobosco cittadino scompaginato e frenetico entro il quale si compie la profezia che porterà il protagonista a compiere l’atroce delitto. I vaticini delle streghe emergono da questa folla laboriosa, terrena e soprannaturale al contempo.

Davide Livermore ci mostra che il soprannaturale è ovunque, ci circonda nello spazio di una metropoli affollata, nei piccoli miracoli e sfaceli quotidiani. Il limite tra la violenza e il sacro è simboleggiato da un giovane fanciullo, che anticipa la presenza perturbante del figlio di Banco in scena. Quasi come in un mito sabbatico dell’est Europa, il giovane emerge dalla folla mentre il coro di streghe-impiegate sussurra alla mente di Macbeth.

L’evoluzione dei personaggi seguita da Livermore è costruita attraverso uno scavo interiore che lascia sempre più la coppia criminale isolata e in balia dei fantasmi del rimorso ( “Oh, piena di scorpioni è la mia mente” recita il protagonista nel dramma di Shakespeare), volendo evidenziare come l’uomo sia l’unico artefice del proprio destino, precipitandolo nella solitudine e nell’angoscia per un futuro ormai impossibile. Come evidenzia il regista: “Macbeth oggi è così contemporaneo e straziante perché si rivolge a una società che soffre la stessa mancanza di futuro del protagonista”.

L’articolata macchina scenografica firmata Giò Forma  

Macbeth e Lady consumano la loro deriva insieme allo spazio scenico, che pare inghiottirli in una tensione verticale che dall’alto lì precipita nuovamente verso il basso. La bramosia e l’ascesa sociale sono simboleggiati dal metallico ascensore, oggetto portentoso in scena che permette di immaginare l’intera azione dentro una Babele cittadina.  

La scenografia realizzata dallo studio Giò Forma ricostruisce difatti un labirintico grattacielo moderno, ispirato all’architetto milanese Pietro Portaluppi e in particolare al suo stravagante progetto per l’edificio S.T.T.S.

 

Portaluppi, progetto per la facciata edificio S.T.T.S. (fonte:pinterest)

La pantera bugattiana e il contrasto formidabile tra il solido e trionfante Discobolo di Mirone con la laconica e dissolvente materia di Giacometti presenti nei salotti della coppia criminale sono un’allusione inquietante alla cupidigia e al potere, alla fragilità della figura umana che si dissolve nei ledwall futuristici e nell’articolata macchina scenografica che mostra Lady Macbeth in bilico, su un traliccio sul soffitto della Scala, nuova eroina tragica consumata dall’assenza di sonno. Una veglia ossessiva e angosciosa, nella quale non possiamo che riconoscere assilli tutti contemporanei.

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