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Il Festival 'Estate al Parco della musica di Parma' si apre con il Don Pasquale di Donizetti

Don Pasquale sotto le stelle al Parco della musica di Parma il 30 giugno e il 7, 9 e 11 luglio 2021 alle ore 21.30

28 Giugno 2021

Presentato a Milano nella splendida cornice Socrea di Palazzo Visconti, il programma del Festival “Estate al Parco della musica di Parma”, uno dei luoghi più suggestivi della città, che si apre con la messa in scena del Don Pasquale di Gaetano Donizetti mercoledì 30 giugno 2021 alle ore 21.30 (recite il 7, 9, 11 luglio 2020, ore 21.30).

La rassegna è realizzata dal Teatro Regio di Parma e da La Toscanini nel Parco della Musica di Parma, accanto all’Auditorium Nicolò Paganini ex zuccherificio riprogettato da Renzo Piano e al Centro di Produzione Musicale “Arturo Toscanini”.

L’opera del compositore bergamasco torna a Parma dopo 28 anni in un nuovo allestimento firmato da Pier Francesco Maestrini e realizzato in coproduzione con l’Ente Luglio Musicale Trapanese, con scene e video di Guillermo Nova, i costumi di Luca Dall’Alpi, le luci di Andrea Borelli, i movimenti coreografici di Michele Cosentino. Ferdinando Sulla, sul podio dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, dirige la partitura nella riduzione orchestrale di Casa Ricordi a cura di Enrico Minaglia, con protagonisti Laura Giordano (Norina), Antonio Mandrillo (Ernesto), Federico Longhi (Don Pasquale), Pablo Galvez (Dottor Malatesta), Giulio Riccò (Notaio).

“Come molte delle opere spiritose di Donizetti, - scrive il regista nelle sue note - il riadattamento in chiave moderna di Don Pasquale funziona quasi sempre, considerando il tipo di intreccio privo di connotazioni storiche e incentrato sui rapporti amorosi. Solitamente come collocazione si predilige la Roma del dopoguerra per poter attingere a una fonte di ispirazione importante quale il neorealismo italiano, o il decennio successivo quando lo sviluppo di Cinecittà ha contribuito a ridefinire l’immagine dell’Italia in pieno boom economico”.

“Considerando che nel libretto nulla rimanda a una collocazione romana ottocentesca tranne che per quanto indicato nelle didascalie, ho sempre pensato che questa commedia brillante potesse essere riletta alla luce del proibizionismo degli anni ’20-’30 e della grande depressione degli Stati Uniti, quando si andava affermando lo stereotipo del gangster italoamericano del ‘Don’ del ‘Padrino’, da Al Capone a Lucky Luciano”.

“Più che alla saga di ‘Don’ Vito Corleone, il nostro ‘Don’ Pasquale strizza l’occhio più alle commedie incentrate su quel tema, partendo da Bulli & Pupe di Mankiewicz, passando per Pallottole su Broadway di Woody Allen fino a The Hudsucker Proxy dei Cohen (la cui versione italiana porta l’infelice titolo di Mister Hula Hoop, che non sarebbe proprio un gangster-movie, ma ci è servito ugualmente soprattutto per l’incredibile ambientazione decó dell’imponente ufficio del boss che domina la Grande Mela)”.

“Mi piaceva infatti l’idea che la nostra Norina affrontasse senza timori, fino a dominarlo e metterlo nel sacco, un personaggio senza scrupoli e temuto da tutti, invece che un anziano e bonario benestante romano, in modo da offrire molti più spunti comici ai personaggi ed esasperarne le esperienze”.

Gli altri appuntamenti in agenda sono il 3 e 5 luglio per i Carmina Burana, il 15 luglio per la danza di MM Contemporary Dance Company con il dittico Bolero / Carmen sweet.

Scrive lo storico della musica Giuseppe Martini: “Giovanni Ruffini emerge dall’archeologia dei ricordi scolastici dai capitoli sui carbonari rocamboleschi: si era rifugiato in Francia dove, per sbarcare il lunario e grazie alla mediazione dell’amico Michele Accursi, faceva il librettista per Donizetti. Era l’autunno del 1842, Donizetti stava conquistando uno spazio di rilievo nelle scene parigine e aveva chiesto a Ruffini di rimaneggiargli un vecchissimo e dimenticatissimo libretto di Angelo Anelli per il Marc’Antonio musicato da Stefano Pavesi, in modo da farne un titolo nuovo destinato al Théâtre Italien, Don Pasquale, debutto previsto il 3 gennaio 1843. Questi carbonari scrittori sono anche schizzinosi: Donizetti cominciò a metter becco nel lavoro di Ruffini, e alla fine Ruffini si rifiutò di mettere il proprio nome nell’edizione a stampa, che uscì con le iniziali “M.A.” (quelle di Accursi)”. 

“Non aveva tutti i torti. Su Don Pasquale Donizetti aveva idee musicali precise (ricorrendo anche a qualche autoimprestito da sue vecchie opere), perciò gli serviva adattare musica già pronta alle parole, e non il contrario. È una musica che rivitalizza le situazioni più corrive. Anziché far cominciare il primo atto con un coro, piazza una scena a due ove Malatesta canta l’aria e Don Pasquale la cabaletta, mentre il coro finisce al centro dell’opera per sottolineare il caos creato dai capricci di Norina. La sortita di Norina, le prove della parte da recitare di fronte a Don Pasquale, il quartetto del contratto di matrimonio col solito ciarpame gigione di escandescenze e moine mettono in gioco materiali logori della commedia settecentesca, rinfrescati da uno strumentale ironico e scorrevole, che rende quest’opera raffinata prima ancora che ridanciana”.

“In effetti di Don Pasquale, ultima vera opera italiana buffa di Donizetti dieci anni dopo l’Elisir d’amore, si usa dire che la malinconia compensa i sorrisi beffardi creando un colore particolare, destinato a fare di quest’opera una dei vertici della carriera donizettiana e della commedia musicale ottocentesca, ed è vero: già nell’Elisir Donizetti aveva scoperto il volto depresso del tenorino amoroso, qui lo approfondisce con la serenata notturna e la mesta tromba che introduce l’aria di Ernesto scacciato di casa. E Don Pasquale? Donizetti capovolge le solite reazioni dello spettatore di fronte al vecchio despota di casa. Non si può non aver un po’ di simpatia per questo signore non più giovane maltrattato gratuitamente, per come resta umiliato dopo lo schiaffo di Norina (la musica parla, e Norina sente di aver esagerato), per come lo ritroviamo beffato ma risollevato nel finale. Quando Donizetti scrive Don Pasquale, Nabucco aveva già risollevato Verdi dal tonfo di Un giorno di regno, altra opera buffa in cui fa breccia l’amara malinconia dei sentimenti. Donizetti avrà conosciuto Un giorno di regno? E ci avrà pensato mentre creava Don Pasquale? E il finale di Don Pasquale circolava nell’inconscio di Verdi quando creava il finale di Falstaff? Ah, saperlo...”

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