17 Marzo 2026
Giorgia Meloni è intervenuta in merito al referendum sulla riforma della giustizia del 2026 nel corso della trasmissione Quarta Repubblica su Rete4. La premier ha dichiarato con nettezza la linea del governo, indicando come obiettivo centrale quello di “togliere il controllo della politica sul Csm e sui magistrati”.
Entrando nel merito della riforma, la presidente del Consiglio ha sottolineato: "Nelle leggi di applicazione di questa riforma costituzionale della giustizia, noi ci dobbiamo mettere anche una norma che impedisce a chi ha fatto politica, almeno per un periodo di tempo, di andare al Csm: incompatibile, almeno per un tot di tempo. Perché io non voglio un Csm e una giustizia, oggi controllati dalla politica, che domani siano controllati da un'altra politica".
Un passaggio che punta direttamente al nodo dell’indipendenza della magistratura e che si accompagna a una critica ironica verso chi sostiene che "fino ad oggi i partiti e la politica sono stati totalmente estranei al meccanismo del Csm".
Meloni ha quindi ricordato diversi esempi di intreccio tra politica e vertici del Consiglio superiore della magistratura: "David Ermini, parlamentare del Partito democratico, responsabile giustizia del Partito democratico; Michele Vietti, parlamentare con Casini; Giovanni Legnini sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Renzi e parlamentare del Pd, come se io ci mettessi Mantovano; Nicola Mancino era stato ministro degli Interni col governo Amato, parlamentare della Dc. Non mi pare che la politica non ci fosse".
Da qui la linea del governo: l’obiettivo della riforma "è togliere il controllo della politica sul Csm e sulla magistratura". Una prospettiva che, secondo la premier, spiegherebbe le resistenze del fronte contrario: "Quello che molti nel fronte del no non possono dire è la verità, e cioè ci state togliendo un potere di condizionamento al quale noi non vogliamo rinunciare".
Nel confronto con il giornalista Nicola Porro, Meloni ha poi evidenziato quelli che considera i vantaggi concreti della riforma: "Lei ha idea con un Csm nel quale noi abbiamo dei membri sorteggiati e non decisi dalle correnti quanto si guadagna in termini di efficienza, atteso che finalmente con l'Alta Corte i magistrati che sbagliano dovranno rispondere del loro operato?".
Il tema della responsabilità è centrale anche sul piano economico. La premier ha ricordato il costo per lo Stato delle ingiuste detenzioni: "Lei sa quanto ci sono costati negli ultimi 30 anni solamente i risarcimenti che abbiamo dovuto dare per ingiusta detenzione? Certo che penso che diminuiranno". Citando una cifra complessiva di "quasi un miliardo di euro di risarcimento per ingiusta detenzione" dagli anni Novanta a oggi.
Secondo Meloni, eventuali maggiori costi strutturali della riforma sarebbero compensati da risparmi significativi, grazie a un sistema fondato su responsabilità e merito: "la selezione si fa per merito, non per appartenenza", consentendo ai magistrati di "avanzare di carriera anche se non sono inseriti nel meccanismo spartitorio delle correnti ideologizzate".
A sostegno delle sue tesi, la premier ha portato un caso concreto: "C'è stato un giudice che ha scarcerato un detenuto con 1 anno e 7 mesi di ritardo. Va la pratica al Csm, il Csm dice: 'Scarsa rilevanza'. Cioè 1 anno e 7 mesi della vita di una persona sono di scarsa rilevanza. E valutazione positiva per l'avanzamento di carriera. Ma intanto lo Stato deve risarcire quella persona e la risarcisce con i soldi dei cittadini".
Un esempio che, nelle parole della presidente del Consiglio, dimostrerebbe le distorsioni dell’attuale sistema. "Le correnti servono, come servono i partiti politici, a nominare i propri responsabili e poi, diciamo, difendere i propri interessi. La corrente è uno strumento di potere", ha aggiunto, mettendo in discussione il ruolo stesso delle correnti nella magistratura.
Non sono mancati riferimenti al clima politico delle ultime settimane. Rispondendo alle accuse del fronte del no, che ha parlato di derive autoritarie, Meloni ha osservato: "Quando i toni sono così accesi o, diciamo, gli scenari che si paventano sono così drammatici, spesso è perché non si può dire la verità. Quando non si sta nel merito è perché il merito viene temuto".
E ancora: "Parlano di attentato alla Costituzione e deriva illiberale, perché è l'unico argomento che rimane, ed è l'unico argomento che rimane per mobilitare il proprio elettorato, su una riforma che è di assoluto buonsenso. La sinistra non può dire: è stato un governo di centrodestra che ha fatto la riforma che proponevamo tutti perché sono stati più bravi di noi".
Infine, uno sguardo al voto e al clima interno alla magistratura: "moltissimi magistrati votano sì e non lo dicono, lo posso confermare". Una dichiarazione che apre un ulteriore fronte, quello della libertà di espressione all’interno delle toghe.
"Certamente ci si deve interrogare quando qualcuno ritiene di non essere libero di esprimere il proprio pensiero. Evidentemente se alcuni non lo dichiarano è perché probabilmente temono delle ripercussioni", ha concluso la premier, avvertendo: "Una vittoria del 'no' sarebbe una legittimazione di tutto quello che noi stiamo cercando di superare, di risolvere, di combattere".
Per il governo, dunque, la posta in gioco è alta: "Non è una riforma fatta contro i magistrati, è una riforma fatta per tutti i magistrati. Perché dove c'è responsabilità, dove rispondi anche quando sbagli, quando sei negligente o quando non fai il tuo lavoro, quando sei lassista, hai una risposta in termini di efficienza".
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