20 Gennaio 2026
Nel nord-est della Siria l’avanzata delle forze di Ahmad Al-Sharaa ha portato alla caduta di Raqqa, Deir ez-Zor e di numerosi pozzi petroliferi nel Rojava, in un’offensiva che ha inferto un colpo durissimo alle Forze Democratiche Siriane, messe in ginocchio ma non piegate. Sullo sfondo pesa ancora una volta l’interesse di Donald Trump per le risorse energetiche di altri Paesi, con la Turchia schierata a sostegno dell’operazione. Il comandante delle Fds, Mazloum Abdi, respinge ogni ipotesi di capitolazione e rilancia la mobilitazione: "La volontà del popolo è forte, nessuna resa dai curdi".
Le milizie fedeli ad Ahmad Al-Sharaa hanno consolidato in poche ore il controllo delle principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, snodi strategici non solo sul piano militare ma anche per la gestione delle risorse idriche ed energetiche. L’operazione ha permesso di occupare aree decisive del nord-est siriano e diversi giacimenti di petrolio e gas, elementi centrali per il futuro assetto economico e politico della regione. L’attacco è stato particolarmente violento e ha colto le forze curde in una fase di forte pressione su più fronti. Le Fds sono state colpite duramente e messe in ginocchio, ma non si parla di resa. Al contrario, i vertici curdi ribadiscono che, nonostante il colpo subito, la volontà di resistenza resta solida e radicata nel territorio e nella popolazione.
Un nodo centrale dell’offensiva è rappresentato dai giacimenti energetici. I campi petroliferi dell’area di Deir ez-Zor, insieme ad altri siti minori tra Hasakah e Raqqa, costituiscono una delle principali riserve del Paese. Il controllo di queste risorse rafforza in modo decisivo la posizione di Al-Sharaa e apre scenari di future concessioni e investimenti, in un quadro che richiama l’attenzione degli Stati Uniti e in particolare di Trump, da sempre incline a legare la politica estera allo sfruttamento delle risorse energetiche altrui. La Turchia, invece, sponsor politico e militare dell’operazione, continua a esercitare una forte pressione contro l’autonomia curda, considerata una minaccia strategica.
Mazloum Abdi, comandante delle Forze Democratiche Siriane, ha respinto ogni ipotesi di accordi imposti o di abbandono del progetto politico del Rojava. Secondo fonti vicine al comando curdo, Abdi avrebbe rifiutato qualsiasi proposta che prevedesse la dissoluzione delle strutture autonome e la subordinazione totale alle autorità centrali. "Morirò con onore e non venderò il mio popolo né la mia dignità", avrebbe dichiarato, ribadendo che la mobilitazione resta aperta in tutte le aree del nord e dell’est della Siria.
Nel frattempo, in diverse città del Rojava sono state avviate forme di mobilitazione popolare, con il coinvolgimento delle comunità locali e delle strutture di autodifesa. L’appello alla resistenza riguarda anche i territori curdi oltre confine, dove si registrano manifestazioni e tensioni lungo le frontiere. Sul piano militare continuano inoltre i movimenti di droni e artiglieria nelle aree attorno a Kobane, Heseke e Tal Tamer, in un contesto che resta estremamente instabile.
Nonostante la perdita di territori chiave e la pressione crescente, le Fds mantengono il controllo di alcune aree del nord-est e rivendicano la difesa dei risultati ottenuti in anni di autogoverno, inclusi i diritti delle comunità locali e il modello di convivenza multietnica. Nessuna resa, anche dopo essere stati colpiti duramente, e determinazione a difendere il Rojava come progetto politico e sociale.
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