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Jago al Palazzo Bonaparte a Roma: "La mostra è uno spazio vivo, il mio lavoro viene condizionato da chi vi partecipa". ESCLUSIVA

L'artista: "Oggi alla società manca quello che verrà inventato e che si trova nell’immaginazione dei giovani. Non devono mancare la capacità di incoraggiare, di creare spazio e opportunità". L'intervista a Il Giornale d'Italia

08 Agosto 2022

Jago espone in questi giorni a Roma a Palazzo Bonaparte in una mostra curata da Maria Teresa Benedetti che sta riscuotendo un grande successo di pubblico. Io partirei proprio da questo, il pubblico, l’importanza che ha per te l’arte come dialogo con chi ne fruisce e della tua capacità di raccontare, di riuscire ad arrivare davvero, anche in maniera disarmante oserei dire, agli altri.

Questo legame è così forte tanto che la mostra si trasforma anche nel luogo di creazione, in una bottega nella quale ‘l’artista è presente’, tanto che la tua ultima creazione la stai realizzando lì. Ce ne puoi parlare.

"La mostra è un format che sto continuando a sperimentare. La mia idea è fare qualcosa che abbia la forza di imporsi e rimanere, vivere nello spazio e creare una dinamica di quotidianità con l’interlocutore, diventando simbolo. La mostra è un’opportunità di creare un’interazione, per me di assistere come creatore delle opere a tutto il mondo della suggestione altrui. Sto imparando ad evitare di sbilanciarmi in spiegazioni inutili, quello di cui mi sto nutrendo è il punto di vista degli altri.

La mostra finisce, ma quello che rimane sono le emozioni, le interazioni e tutto quello che ho imparato. Le persone vengono a vedere delle cose che le riguardano, vedono un determinato numero di cose e hanno il mio sguardo sui vari argomenti, ma io mi arricchisco del loro.

Avere uno spazio che potesse fungere da laboratorio durante la mostra è un’idea che abbiamo realizzato e che è in linea con la mia modalità di sempre: lavorare e fare entrare le persone nel processo esecutivo. La mostra non è soltanto una messa in scena, ma un posto vivo, dove le cose che si vedono sono solo una parte di ciò che sta prendendo forma, addirittura in quegli stessi spazi e il risultato è dato anche dal fatto che prima di entrare in studio incontrerò un numero di persone che mi hanno condizionato; quindi, il mio lavoro è condizionato dalle persone che incontro durante la mostra".  

Una delle opere in esposizione è Memoria di sè, frutto di uno scavo sui grandi sassi raccolti nel greto di un fiume. E’ un’opera davvero emozionante perché riesce davvero a tenere insieme, a mio parere, la memoria individuale e quella collettiva. Ecco qual è il tuo rapporto con il passato e con la tradizione. Perché c’è anche uno sforzo di traduzione nella tua arte, infattti molte delle tue sculture sono una reinterpretazione di opere emblematiche, cito il Bambino velato o la Pietà.

"Il mio rapporto con il passato è un rapporto contemporaneo. Quando osservo un’opera realizzata da un maestro della tradizione, nata qualche secolo fa, mi rendo conto che non ha smesso di raccontarci delle cose. Non voglio partecipare al discorso sull’opera del passato e del presente, per me tutta l’arte è contemporanea. È un fatto di percezione, mi interessa che la guardi adesso. Posso limitarmi a vedere l’effetto che l’opera ha in questo momento rispetto alla mia contemporaneità. La storia dell’artista che si cela dietro l’opera permette di vedere determinate cose con gli occhi di quel tempo, quando sono state realizzate, perché possono avere una retorica particolare relativa al periodo storico in cui sono state fatte.

Vorrei riuscire a fare delle cose per cui, se scavate e ritrovate tra 4 mila anni, vengono subito comprese perché riguarda anche le persone del futuro, non ci deve essere lo sforzo di capire che cosa volessi dire. Il rapporto che ho con il passato è di scuola, desiderio ed emulazione ma non di replica".

'La mia vita è fatta di fallimenti, per scolpire qualcosa bisogna prima romperla’, un approccio quasi decostruzionista che pone l’attenzione verso le parti mancanti, verso il residuo, verso quello che non vediamo ma che c’è e che l' arte ha la capacità di porci dinanzi. Allora io ti chiedo, dato che sei anche seguitissimo dalle nuove generazioni, cos’è che manca ancora oggi nella società che viviamo?

"Nella nostra società manca tutto quello che è dato all’immaginazione, tutto quello che noi siamo in grado di immaginare che anticipa i tempi e che da una prospettiva nuova. Come la piattaforma Zoom che stiamo utilizzando: qualcuno l’ha immaginata e quando l’ha fatto, ha dovuto affrontare una serie di problemi per riuscire a realizzarla, mentre per noi oggi è scontata.

Oggi alla società manca tutto quello che verrà inventato, oggi si trova nell’immaginazione dei giovani, di quelli che avranno la forza e l’energia di dare forma a quelle visioni. Il ruolo di tanti dovrebbe essere quello di assecondare il sogno degli altri, di non creare dei muri e di parlare, invece, delle possibilità. Tutto quello che noi utilizziamo nella quotidianità, è nato dall’immaginazione di qualcuno, quando si immagina qualcosa è già reale, perché in potenza lo è. Se si crede abbastanza nelle proprie visioni, ogni passo che si fa condurrà sempre più vicino a quell’obiettivo. È necessario fare un viaggio più o meno lungo per arrivare ad ottenere un obiettivo che sarà quello perfetto. Niente di quello che abbiamo oggi è perfetto, perché viene continuamente adattato ai tempi che corrono.

Alla nostra contemporaneità manca tutto quello che i giovani stanno immaginando in questo momento, spero che non manchi la capacità di incoraggiare, di creare spazio e opportunità. Creare opportunità vuol dire far comprendere ad un giovane che le cose sono possibili e che si può fare squadra".

Un’ultima domanda sugli spazi. Tu attui anche una rivoluzione sugli spazi espositivi, esponi in strada ma anche in chiese, dove difficilmente entra l’arte contemporanea, e per l’appunto il tuo studio napoletano è in una chiesa. Ecco se puoi raccontarci del tuo rapporto con questo luogo e anche se puoi anticipare qualcosa su prossimi spazi e luoghi dove hai in mente di collocare le tue opere.

"Lo spazio espositivo è spazio, una passeggiata a Roma significa farla in un museo a cielo aperto, si partecipa e si è parte di un’opera d’arte. Io non vedo tanta differenza tra uno spazio dedicato all’arte e uno, invece, ha un’altra apparente funzione, siamo noi che diamo una funzione agli spazi che viviamo.

Riguardo all’installazione a Castel Sant’Angelo, mi sento di dire che quello spazio con quell’opera che attualmente si trova lì, è capace di raccontare delle storie importanti e ha la funzione di poter partecipare a raccontare una storia particolare perché gli elementi che triangolano in quella posizione sono perfetti per sottolineare una questione contemporanea e poterci aiutare a capire certe dinamiche. Quei luoghi hanno frequentato quelle dinamiche per secoli. Il luogo, essendo il genio, ha la capacità di poterci raccontare delle storie, io ho chiesto aiuto a quel luogo per poter dare un significato altro, invece di spiegare adesso il significato ho fatto il gesto. Dobbiamo pensare le nostre cose, farci carico dei significati che ci arrivano frequentando un determinato luogo e quindi, eventualmente anche dell’opera. Serve essere dei grandi comunicatori, per comunicare bisogna saper ascoltare: il senso e il significato dell’installazione e del luogo è lì, bisogna andare e vedere, farsi un’opinione e condividerla".

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